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Scritto Mercoledì 30 agosto 2017 alle 08:30

Paolo Strina: resto convinto, Merate è un buco col meratese intorno. A livello politico non svolge funzioni di capofila. Osnago 1° comune a crescita zero. Resta il problema “Fiera”

La sua battuta più famosa riferita a Merate, destinata a non conoscere l'oblio è: "un buco col meratese intorno". Facendo concorrenza quanto a popolarità alla caramella Polo: "un buco con la menta intorno".

Paolo Strina


Paolo Strina, 57 anni, una laurea in scienze politiche, amministratore di Osnago di lungo corso, 19 anni in Consiglio di cui 10, dal 2004 al 2014 nel ruolo di sindaco, già esponente di rilievo del PD, ricorda ancora quella battuta, pronunciata quando primo cittadino di Merate era il leghista Andrea Robbiani. "Merate in fondo è una piccola città, non raggiunge neppure i 15mila abitanti, però in un territorio molto frammentato è grande se paragonata ai tanti piccoli comuni che gravitano attorno. A mio avviso il ruolo di una città capofila è quello di coinvolgere gli altri nei progetti sovracomunali, disponendo anche di migliori e più robuste strutture amministrative. Un ruolo che forse ha esercitato fino a una quindicina d'anni fa quando i Comuni agivano più in autonomia e che paradossalmente poi è venuto meno proprio quando c'è stata sempre più necessità di condividere scelte a livello territoriale per gestire al meglio i beni comuni (l'acqua e il territorio in primis) ma anche per interloquire con altre istituzioni ed enti (penso alle questioni legate alla sanità ed all'assistenza sociale sino ai trasporti): divisi non si va lontano. Anche oggi, con metodi e un carattere diverso del sindaco, l'Amministrazione di Merate agisce in autonomia. Fu così per la Cittadella della Salute: Robbiani presentò un'idea e un progetto già elaborato senza chiamare nessun Comune a una condivisione preventiva. In fondo è stato così anche per la lunga battaglia sulla gestione pubblica dell'acqua dove Merate ha portato avanti la propria posizione difforme da tutto il resto del territorio, nonostante nella Conferenza dei Sindaci si fosse concordata una posizione comune che voleva cercare un compromesso con le posizioni lecchesi: una soluzione che non arretrasse sui principi ma che costruisse un percorso condiviso."


C'entrano qualcosa le diversità di riferimenti politici?

"Negli ultimi anni, e sembra un paradosso, dopo la scomparsa o quasi dei partiti tradizionali, la politica nazionale si è maggiormente infiltrata nelle amministrazioni locali del territorio, per lo più rette da liste civiche con orientamento di area. Nel mio secondo mandato, tra il 2009 e il 2014 ho visto prevalere i punti di scontro su quelli di incontro, mentre prima si agiva in modo più condiviso tra amministrazioni di orientamento diverso. Sulla scia del leaderismo imperante nella politica nazionale si è venuto a creare un forte protagonismo dei primi cittadini anche livello locale: se però in troppi cercano visibilità mediatica (mentre il lavoro amministrativo è fatto soprattutto di studio, riflessione e confronto) e si presentano magari come sindaci-sceriffi contrapponendosi agli organismi dello Stato o si fanno difensori di interessi di piccoli territori a scapito dell'interesse generale del territorio provinciale, non si va lontano.  Quindi per rispondere direi sì, i riferimenti politici hanno sicuramente avuto un peso in tutte le vicende sovracomunali".



Come la lunga battaglia per l'acqua pubblica...  

"In realtà si è discusso strumentalmente per mesi di una questione che non è mai stata sul tavolo: la privatizzazione del servizio idrico. Sul fatto che il servizio dovesse rimanere pubblico eravamo tutti d'accordo, non è mai stato in discussione. Si potevano avere idee diverse sul percorso o sulle forme societarie più adeguati, si poteva rivendicare un maggior equilibrio territoriale nelle scelte, ma ha prevalso invece la volontà di contrapporsi rispetto alla capacità di trovare dei punti di incontro. Accade in generale oggi in Italia (e non solo): è più facile mobilitare qualcuno CONTRO un progetto che PER una scelta. Bisogna ascoltare discutere (davvero e non per finta) con tutte le voci critiche ma poi la politica dovrebbe saper trovare punti di incontro quanto più condivisi possibile, anche se alla fine non si potrà mai mettere d'accordo tutti. Comunque i comuni leghisti sono stati tra i protagonisti del mancato accordo, anche con qualche giravolta nel percorso  -  che mi ha molto amareggiato - di Merate. Paradossalmente hanno prevalso gli estremismi ed alla fine - ma io avevo già terminato il mio mandato - ha prevalso la proposta lecchese di assegnare il servizio a Lario Reti Holding: Merate avrebbe potuto ottenere di più se si fosse raccordata con le altre amministrazioni del meratese, non unendosi ha perso ma ha fatto perdere anche le amministrazioni di centrosinistra del meratese che all'inizio avrebbero voluto una soluzione diversa".




Analogamente varrà per i comuni a trazione centrosinistra.

"Certamente. In una prima fase si è cercata una strada autonoma nel meratese-casatese, poi un po' per sfinimento, un po' perché se prevalgono gli estremi alla fine sei costretto a schierarti da una parte o dall'altra, un po' perché qualcuno sarà stato richiamato all'ordine dal PD lecchese penso che alcuni sindaci si siano appiattiti sulla proposta lecchese".  



Qual è oggi il suo rapporto con Partito Democratico?

"Nessuno, alla fine del 2014 non ho più rinnovato la tessera e non ho intenzione di partecipare ad altri progetti politici. Sono uno dei tanti con cuore e testa a sinistra che non trovano oggi un riferimento, che auspicherebbero una forza pragmatica e concreta, non ideologica ma basata su valori forti. Purtroppo la politica è diventata soprattutto comunicazione - sempre più urlata -  e ricerca del facile consenso a breve termine: non vedo progetti con un respiro più ampio. La politica invece dovrebbe offrire ai cittadini innovazione e rassicurazione: il vero riformismo è quello che - agendo con determinazione ma rapportando con realismo il passo alla lunghezza della gamba - organizza il consenso intorno al proprio operato."



Eppure Lei era uno dei papabili meratesi per un salto di carriera...
"Ho condiviso la scelta già di Marco Molgora di lasciare dopo due mandati senza ricandidarsi anche per il semplice ruolo di consigliere, perché questo avrebbe di fatto oscurato il nuovo sindaco. Poi dopo quasi 20 anni in amministrazione hai esperienza ma sei anche stanco se hai lavorato seriamente: meglio dare spazio a forze fresche con entusiasmo, energie e nuove idee. Cerco di essere utile al mio paese in altro modo: da volontario partecipo al Piedibus, alle vendite per Telethon, alle raccolte alimentari di Adotta una Famiglia, ad iniziative culturali e artistiche con l'associazione Progetto Osnago di cui sono membro del direttivo e sono un segnalatore seriale di piccoli problemi agli uffici comunali. A livello di partito ho seguito la politica dal PDS ai DS fino al PD. Mi sono sempre sentito un po' un pesce fuor d'acqua negli organismi lecchesi non facendo parte di gruppi ex-PCI o ex-DC, né di giri di amici, però la cosa mi toccava poco perché ero concentrato sull'attività di sindaco. Sono stato in difficoltà nel rinnovare la tessera del partito già nel 2012, poi per le elezioni 2013 sembrava che Bersani volesse finalmente mettere una pietra tombale alla disastrosa politica dei governi tecnici di larghe intese e questo mi aveva un po' rincuorato. Il colpo di grazia al mio entusiasmo è venuto dalla discutibile gestione della non-vittoria elettorale con la formazione del governo delle larghe intese (ancora!) di Letta e poi - ancor di più - dalla vicenda nella quale il PD ha sostituito Letta con Renzi. Lo slogan "Enrico, stai sereno" è diventano sinonimo di slealtà, inaccettabile nella mia visione dei rapporti personali e politici."



Ma poi è stato eletto alla presidenza dell'assemblea regionale del PD.

"Si, mi avevano chiesto di entrare nell'assemblea regionale. A livello nazionale io avevo votato la mozione Civati, più per mancanza di alternative che per convinzione. Cuperlo rappresentava un mondo (gli ex-PCI) che aveva esaurito ogni spinta propulsiva e che si era fatto affascinare dal neoliberismo imperante, Renzi l'ho vissuto da subito come il rappresentante di una politica leaderistica, opportunista e del "nuovismo" che non condividevo. A livello regionale per la segreteria si presentava Diana De Marchi (allora consigliere provinciale a Milano, oggi consigliere comunale nel capoluogo lombardo), una bella persona appassionata della politica: mi ha convinto a candidarmi. Era la candidata civatiana contrapposta ad uno strano accordo tra aree renziane e cuperliane che presentavano come candidato Alfieri che poi ha vinto. Ciononostante Diana ottenne un consenso altissimo, il 42% benchè in partenza avrebbe dovuto prendere il 10% o poco più. L'assemblea cercava un presidente di garanzia e di equilibrio, mi hanno proposto la carica e ho accettato".



Ma non è durata a lungo questa esperienza.

"No, infatti. Ero anche membro della direzione regionale che in teoria doveva - e dovrebbe - indicare la linea al partito ma il fenomeno dell'uomo solo al comando aveva contagiato anche le periferie. Mi sono reso conto che avrei potuto incidere ben poco sulle scelte e che non valeva la pena dedicare faticosamente del tempo a qualcosa che mi convinceva sempre meno. Ho lasciato tutti gli incarichi non rinnovando neppure la tessera. Col senno di poi mi sono detto che non avrei neppure dovuto imbarcarmi in quella avventura".



Torniamo nel lecchese e riprendiamo il tema Lario Reti: anche questa municipalizzata a suo tempo non ha saputo coinvolgere tutti i soci, anche quelli meratesi e casatesi detentori di poche azioni, rispetto agli azionisti forti (quindi percettori di ricchi dividendi) posti attorno al capoluogo e a Lecco stessa.
"
Verissimo. Ovviamente non era possibile chiedere ai sindaci lecchesi con maggiori quote di rinunciare ad esse mettendo a bilancio di fatto una perdita economica. Ma si poteva studiare un percorso per arrivare nel tempo ad un riallineamento delle quote: nel frattempo garantire una distribuzione dei vantaggi sul territorio facendo toccare con mano ai cittadini i benefici della gestione di una società interamente pubblica. Le faccio un esempio. La scuola media consortile di Moscoro, gestita dai comuni di Cernusco, Osnago Lomagna e Montevecchia aveva (ed ha) forti dispersioni di calore perché negli anni '70 si costruiva in quel modo. Proponemmo a Acel, controllata da LRH e operante nella distribuzione del gas metano, di effettuare interventi di efficientamento energetico in base a un progetto che avrebbe fatto risparmiare al Consorzio 70-80mila euro l'anno di spese di riscaldamento. Ad Acel, che a differenza dei comuni, aveva capitali da investire, avevamo chiesto di gestire un'operazione di project financing: gestire e finanziare l'operazione e poi fatturare i consumi per un periodo di 10-12 anni a costi invariati trattenendo così i risparmi per rientrare di quanto speso. Era un modo per andare incontro anche ai soci minori e creare un clima diverso all'interno della società.. Ma la proposta cadde nel nulla. Invece è questa la direzione che dovrebbero imboccare le municipalizzate: non tanto distribuire utili come una SpA privata quanto investirli a vantaggio dei comuni soci e dei cittadini su progetti comuni condivisi, soprattutto in campo ambientale e per aumentare il livello di servizio ai cittadini. Le faccio un altro esempio: LRH ha un call center che gestisce 24 ore al giorno le emergenze, perché non farlo diventare un servizio che ogni Comune può offrire ai propri cittadini anche per altri tipi di emergenze (come i danni da piogge devastanti)?".
 


Qualche altro tema a volo radente. Che succede nel centrosinistra meratese?

"Posso dire quello che ho percepito da simpatizzante esterno prima del 2014: un gruppo di persone aveva lavorato seriamente per dare vita a Merate in Comune, un'associazione ancora attiva che poteva essere anche il laboratorio per mettere a punto una lista davvero civica di stampo progressista. Fatta conoscere l'esperienza e il nome ai cittadini, poi sono arrivati i partiti rivendicando nomi e spazi e si è deciso di presentare una lista con un nome diverso: Sei Merate. Ne è venuta fuori un'altra cosa, certamente depotenziata nel messaggio. Per di più temo sia indubitabile che fu sbagliata la scelta del candidato sindaco: ottima persona ma non tagliata per il ruolo. Meno male che i partiti dovevano portare l'esperienza amministrativa, che non avevano gli "ingenui" di MIC!. Oggi in Consiglio comunale se non ci fosse Alessandro Pozzi non so proprio come sarebbe rappresentato il centrosinistra. Per il 2019 sento parlare di larghe intese, di personaggi pronti a traslocare da un'area all'altra: mi sembrano solo alchimie che nascondono una mancanza di idee. Comunque se come sembra Massironi non si ripresenterà Merate avrà tre sindaci diversi in tre mandati: non mi sembra un bel segnale. Ovviamente spero di sbagliarmi, per il bene dei cittadini meratesi".
 


Lei era favorevole alla fusione tra Osnago, Cernusco, Lomagna e Montevecchia vero?

"Sì, ma forse abbiamo affrettato i tempi che invece hanno bisogno di molta calma e pacatezza. Eravamo pressati dalla necessità di adeguarci a disposizioni di legge che poi sono state più volte rinviate e poi in parte abrogate. Uno dei mali peggiori per chi amministra è la mancanza di certezze legislative. Probabilmente le polemiche scaturite dopo i primi annunci, complice anche il suo giornale me lo lasci dire, hanno spaventato qualcuno che ha pensato bene di sfilarsi anche se già da anni avevamo il medesimo Segretario comunale perché avevamo condiviso il progetto di un percorso comune. Io credo che il futuro di questi tanti piccoli comuni (circa 1500 in Lombardia) debba per lo meno passare per Unioni che mettano assieme le strutture burocratiche e amministrative ma salvaguardino la specificità di ciascuno. Questo però in un modo ideale; nella realtà le Unioni sono molto laboriose, ci sono lungaggini, doppioni, vincoli di bilancio e conseguente disorientamento del personale. Troppo caos per ottenere scarsi vantaggi. Per quanto ci riguarda pensavamo fosse utile dare vita a una comunità di quasi 15mila abitanti per fornire più servizi ai cittadini rafforzando e specializzando gli uffici che oggi debbono occuparsi di troppe cose. Per ragioni di marketing territoriale sia io che il mio successore Paolo Brivio eravamo anche disposti a chiamarla "Montevecchia Brianza" o qualcosa di simile. Ma è finito tutto in niente. Prima o poi il tema si riproporrà comunque, pena la perdita di attrazione dei piccoli comuni rispetto alle grandi città: il cittadino va anche dove trova maggiori servizi".



Osnago ha fama di comune verde, eppure si costruisce ancora, al punto che a un rilievo urbanistico fatto proprio in Aula a Merate da Pozzi, il sindaco Massironi ha risposto che da Osnago non prende lezioni di urbanistica. Che succede?
"Voglio subito precisare che Marco prima e io dopo abbiamo ridotto da 1,5 a 1 metro cubo su metro quadro la capacità edificatoria dei comparti residenziali. Abbiamo cancellato un piano di lottizzazione molto esteso oltre la Molgora (nella zona del parcheggio ferroviario), cancellato un PL residenziale tra via Roma e la ferrovia, riconvertito il PL commerciale Fiera (circa 70mila mq!) in industriale in fregio alla già esistente zona industriale di Brugarolo, ridotto il PL commerciale Marasche.  Il PGT approvato nel 2008 è stato citato dal rapporto annuale di Legambiente e dalla stessa Regione Lombardia come esempio di strumento urbanistico a crescita zero. Giusto per fare chiarezza sul prima e sul dopo: Osnago ha uno strumento urbanistico che non può del tutto prescindere dalle previsioni dei PRG precedenti che hanno generato diritti inalienabili. Nel nostro caso - perché mi pare ovvio che è a questo piano che fa riferimento Massironi - è stato il PRG del 1991, approvato dall'amministrazione DC a individuare l'area delle Marasche come area commerciale. Noi con il PGT l'abbiamo ridotto del 50% circa,   ma non potevamo cancellarlo perché la proprietà aveva presentato in precedenza un progetto per confermare l'interesse a edificare. Ora Paolo Brivio può solo tentare di portarlo a termine con il maggior vantaggio possibile per Osnago e per i comuni confinanti".



Dunque le maggioranze succedute alle consigliature Dc hanno davvero tentato di contenere lo sviluppo edilizio.  

"Sicuramente. Io non contesto la crescita degli anni settanta e ottanta, la gente aveva necessità di case. Ma negli anni '90 ci si doveva accorgere che l'offerta superava la domanda. Noi siamo intervenuti sulle situazioni più macroscopiche come ho spiegato prima. Ma ci sono vincoli che non possono essere cancellati senza un accordo con le controparti: nel caso del PL Fiera ad esempio il privato aveva ceduto l'area della Fiera come anticipo di standard di un futuro PL ed il Comune aveva stipulato con l'Ente Fiera una convenzione di 40 anni nel 1994. Anche il terreno per il parcheggio - che non era stato contemplato dalle amministrazioni precedenti a Progetto Osnago - è stato bonariamente concesso dal privato su richiesta dell'allora sindaco Marco Molgora, altrimenti dove avrebbero posteggiato le auto? Questo crea vincoli, difficili da sciogliere. Nel PGT abbiamo trasformato l'enorme area commerciale prevista in un'espansione della zona industriale di Brugarolo con previsione che almeno il 25% sia riservato ad espansione di aziende della provincia che devono ampliare i propri stabilimenti: ad esempio aziende primarie come Fomas e Calvi avrebbero la possibilità di espandersi senza doversi spostare in altri territori. Credo che se Massironi vorrà approfondire capirà le motivazioni per cui quel piano stia procedendo, salvo diniego delle licenze commerciali da parte della Regione. Sottolineo che Merate e Cernusco hanno notevoli aree dedicate alla grande distribuzione, Osnago sinora no e questa espansione Progetto Osnago come ho spiegato l'avrebbe volentieri evitata".



E veniamo allora alla fiera, un'idea che poteva essere vincente per il territorio e che invece sta dando segni di esaurimento
.
"In effetti credo che la Fiera abbia un po' esaurito il suo ciclo. Funziona benissimo il mercatino degli agricoltori locali ma per il resto fatica a mantenere il forte appeal del passato. Nel tempo doveva diventare una struttura fissa, grazie anche ad una evoluzione gestionale che poteva coinvolgere altri comuni e la Provincia che si era mostrata interessata durante la Giunta Brivio. Invece è invecchiata così, come del resto sono invecchiati tanti volontari che per decenni hanno lavorato cui va veramente riconosciuto il grande merito per quanto hanno fatto. Oggi per qualunque manifestazione occorre rinnovare tutti i permessi, una trafila pesantissima. Così si va avanti come si può. Come dicevo c'è una convenzione firmata nel 1994 della durata di 40 anni tra Comune ed Ente Fiera: in caso di rinuncia bisogna bonificare tutta l'area e restituirla allo stato agricolo ai proprietari, la famiglia Arese. Un'impresa costosissima. Per cui si tenta di proseguire con le varie manifestazioni che comunque richiamano ancora tanta gente anche se i pienoni della fiera di San Giuseppe ormai sono un ricordo".



Ma non c'è un altro modo per uscirne?

"La convenzione prevede l'utilizzo a fini industriali del terreno accanto al centro artigianale Le Foglie e in tal caso il proponente deve realizzare una struttura fissa per la fiera anche se di dimensioni più ridotte rispetto ad oggi. Secondo me avrebbe comunque un'utilità pubblica: una struttura stabile per il mercato agricolo e per eventuali altri mercati, un'area per organizzare feste e manifestazioni delle numerose associazioni di volontariato del territorio. Insonorizzata a dovere, con parcheggi e servizi adeguati: pensi solo se la mensa potesse essere utilizzata - oltre che per le manifestazioni - ogni giorno come servizio per le tante aziende adiacenti. Ma la domanda di nuovi capannoni è al momento scarsa o inesistente per cui il PL non decolla. E quindi si deve andare avanti attendendo tempi migliori".



E lei come vede il suo futuro?

"Io continuo a impegnarmi come volontario in paese per tutto ciò che può essere utile alla comunità in cui risiedo. Do il mio contributo come cittadino anche segnalando i problemi ma in Amministrazione credo sia giusto lasciare spazio ad altri, a nuove energie cui non faccio mancare quando richiesto la mia esperienza. Nella lista civica di Progetto Osnago non c'è più nessuno dei fondatori del 1995:  ma l'idea di un paese vivibile, solidale e coeso è andata avanti e va avanti ancora sulle gambe di altre persone. Io ho fatto il mio dovere ricevendo il testimone da Marco Molgora e passandolo al mio successore: oggi tocca a Paolo Brivio che credo e spero si ricandidi nel 2019".



Quindi niente più politica?
"La vita è imprevedibile per cui mi verrebbe da rispondere con una battuta come James Bond 007: mai dire mai. Ma, più seriamente: no...non credo proprio. Chiusa una porta se ne aprono altre ed oggi le mie priorità sono cambiate: devo restituire tempo alla famiglia ed al mio lavoro, che hanno sofferto della mia assenza per 10 anni dedicati quasi a tempo pieno all'incarico di sindaco. Continuerò a dare il mio contributo per Osnago come volontario per fare in modo che rimanga un paese vitale e solidale. Non credo ci siano uomini per tutte le stagioni, certamente non io comunque. Quello che avevo da dare come amministratore pubblico credo di averlo dato."
Claudio Brambilla
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