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Scritto Mercoledì 14 giugno 2017 alle 07:46

Giliola Sironi: sono meratese da un paio d’anni ma non vedo il fermento politico di Casatenovo. Credo nei giovani ma per amministrare non basta la politica, serve l’umiltà di imparare

Per decenni ha rappresentato un preciso, importante, riferimento politico per tutto il Casatese e più in generale per quella parte del lago di Como che volge a mezzogiorno..... destinata a diventare provincia di Lecco. Poi, cessata qualsiasi attività, si è trasferita a Merate. Ma in questi due anni di vita meratese, nessun aspirante politico-amministratore della città ha salito le scale della sua casa di via Sant'Ambrogio per chiedere un parere, ottenere una spiegazione, condividere un'idea e un progetto. Eppure questi giovani del PD così ansiosi di scendere in campo potrebbero trovare in Giliola Sironi una "docente" di politica applicata alla pubblica amministrazione con pochi paragoni nel territorio. Assessore a Casatenovo dal 1975 al 1985; assessore provinciale di Como all'istruzione dal 1985 al 1990; consigliere regionale dal 1990 al 1995. Vent'anni trascorsi in prima linea e una vita intera dentro le sezioni della Democrazia cristiana, quando prima di aprire bocca si doveva aver sostenuto un lungo apprendistato con insegnanti intransigenti come Giovanni Maldini e colleghi di partito come Rosy Bindi e Sergio Mattarella con i quali ha coltivato una sincera amicizia ed ancora sente per qualche confronto.

Giliola Sironi



E poi, dopo il 1995 non c'era pronto un seggio parlamentare per Lei?

"Non credo ci fosse. Anche perchè eravamo in piena tangentopoli. Vede, su alcuni colleghi qualche sospetto l'avevo ma sull'onestà di altri avrei messo la mano sul fuoco. Quando è uscito quel che è uscito la delusione è stata tale da convincermi che la politica non facesse per me. Ingenuità e buona fede- ho capito - lì sono difetti gravi, non doti come ho sempre creduto. Meglio tornare nella sezione di Casatenovo, piccola ma pulita".  



Però si era ricandidata con Diego Masi alle regionali del 1995.
 

"Non volevo. Avevo detto e scritto a Antonio Rusconi, uno dei leader lecchesi dell'ex Dc e poi sindaco di Valmadrera e senatore, che preferivo restare fuori. Un giorno mi chiama la mia cara amica Daniela (Mazzucconi, ex sindaco di Usmate, due volte sottosegretaria di governo ndr) e mi dice, "ti passo un comune amico". Era Sergio Mattarella che con parole semplici mi ha convinta a restare accanto a Masi pur sapendo che i sondaggi davano Roberto Formigoni avanti di 20 punti percentuali. Infatti perdemmo ma fu una bella battaglia tra due modi diversi di intendere la politica e il rapporto tra fede e politica. Da allora ho continuato a coltivare l'amicizia con Mattarella. E' un uomo di grandissimi valori, un uomo d'altri tempi".
 



Dopo le sceneggiate degli ultimi giorni, tra Italicum e Mattarellum è ancora di quest'ultimo sistema elettorale che si parla con più insistenza.
 

"Sa qual è il pregio più significativo politicamente parlando del Mattarellum? Che i candidati del collegio devono raccogliere le firme a sostegno della propria candidatura. Se la gente ti apprezza le firme le raccogli altrimenti non ce la fai. Altro che la soglia di sbarramento al 4-5%. Qui è il cittadino che ti fa andare avanti  oppure no. E le firme sono una sorta di lasciapassare anche nei confronti del partito cui si aderisce. Il parlamentare si sente più libero proprio perché dietro ha l'imprimatur di quanti ne hanno sottoscritto il programma".
 



Però c'è un "listino" bloccato con un pacchetto di nomi da promuovere a prescindere.  

"Vero ma fu lo stesso Mattarella a spiegarmene le ragioni. Ci sono personalità di cui fare a meno è assurdo, ma che per struttura caratteriale, culturale, emotiva hanno meno possibilità di altri di passare, nonostante l'indubbio valore aggiunto che possono portare nel dibattito politico e nelle scelte conseguenti. Ecco, il listino serve a poche persone che però possono dare un contributo importantissimo".
   



Veniamo ai giorni nostri. Da due anni a Merate: frequentazioni?

"Le amiche di sempre, tra cui Fabiola Dreossi, anche lei pensionata dopo una vita trascorsa al Mandic a capo della struttura di medicina riabilitativa. Incontro vecchi amici come Albani, per un caffè in piazza, Domenico Cavana e altri. Ma nulla di più. Sono iscritta alla sezione PD di Casatenovo, quindi figuro nel registro degli iscritti, ma Merate mai ha convocato una riunione per uno scambio di idee. A Casatenovo almeno un paio di volte l'anno si tengono assemblee di iscritti per fare il punto anche col gruppo consigliare. Qui a Merate mi sembra che manchino molte cose a partire da un vero desiderio di creare un partito presente e dinamico".  



Ci sono i giovani che scalpitano...  

"Benissimo. I ragazzi sono una grande risorsa perché hanno voglia e forza fisica per fare. Ma è necessario che qualcuno si metta a disposizione per fornire loro quei suggerimenti che una volta si apprendevano nelle sezioni locali dei partiti. Vede si può anche farsi strada a livello regionale ma la classe dirigente amministrativa non si forma lì, dentro il partito. Perché lì si discute di politica non di pubblica amministrazione. Se l'esperienza è la somma degli errori allora i giovani hanno una straordinaria opportunità di commetterne meno del dovuto sfruttando l'esperienza di chi di errori ne ha commessi ma poi ha saputo trarne la necessaria lezione; e crescere, imparando come districarsi nei meccanismi della burocrazia evitando le trappole nascoste nelle pieghe di norme e regolamenti e, a volte, messe a bella posta da funzionari pubblici per far cadere l'amministratore politico di turno. Ai giovani dico: onestà e voglia di fare sono indispensabili ma non bastano, occorre avere una capacità progettuale, saper vedere dove altri non arrivano, immaginare un futuro per il paese o la città che si vorrebbe amministrare. A gestire l'ordinario bastano i funzionari. E aggiungo che, personalmente, amo parlare con i giovani, mai però comandare loro. Se sono intelligenti sanno coniugare l'esperienza degli anziani con la voglia e l'energia che sentono di avere dentro".
 



Ce ne sono di giovani così a Merate? 

 
"Non saprei. Come dicevo ho scarse frequentazioni in città. Ho letto l'intervista a Gino Del Boca, mi sembra che abbia idee chiare ma vorrei domandargli: hai un nome in testa da candidare a sindaco se ritieni che debba essere il tuo/nostro partito a indicarlo? Se ce l'hai è necessario che si renda visibile e che raccolga il consenso di quanti poi lo dovranno sostenere in tutte le sedi. Altrimenti è un problema proporsi quasi a leader locale senza avere chiara la visione del futuro politico-amministrativo della città".  



Lei vede qualche figura spendibile?


"Dico di no, ma la mia conoscenza è parziale e recente. Merate non è un paesino, amministrarla è complesso. Si può fare bene facendo poco. Oppure osare molto. Vede, anche se distante politicamente da me penso che il sindaco più dinamico sia stato Andrea Robbiani. Una cosa l'ha intuita subito: la centralità dell'ospedale non solo come struttura sanitaria ma anche come polo di attrazione economica, volano commerciale per l'intera città. Proviamo a immaginare Merate senza il suo ospedale. Ecco, solo così si capisce davvero il ruolo del presidio, nel quale ho trascorso peraltro tanti anni nel Comitato di gestione. Robbiani ha concentrato molti sforzi sulla struttura ospedaliera immaginando la cittadella della salute dentro cui concentrare le strutture socio-sanitario del territorio al servizio del cittadino. Una visione più che condivisibile, purtroppo non considerata tale dal Sindaco attuale che evidentemente punta ad altri comparti per sostenere l'attivismo sociale, culturale e economico della città".
 



Come sta il San Leopoldo Mandic?
 

"Penso abbia vissuto momenti migliori. A mio parere resta un ospedale di buon livello con personale in gran parte molto attaccato alla bandiera. Ma tra tagli, esclusione di rappresentanze locali e manager arrivati da altrove si rischia di perdere la caratteristica principale del presidio: il senso di appartenenza. E in questo ambito i Comuni, pure esclusi dalla questione sanitaria, possono fare molto per dimostrare che l'ospedale è "loro" e non una struttura regionale dipendente in tutto e per tutto da Milano. Vanno bene le comparsate politiche ma mi piace pensare che la presenza dei sindaci, anche fisica, dentro l'ospedale seppure soltanto a scopo conoscitivo, valga ancora di più della visita di un ministro. Una delle tante che il Capo del dicastero alla Salute fa nel corso del suo mandato".
 



Ospedale a parte, Merate è comunque una città viva, dinamica, non certo "morta" come i soliti mai contenti vorrebbero far credere
.  

"Sì, sì, di iniziative ce ne sono tantissime. Ma attenzione: il volontariato va bene ma non deve confliggere con le attività fisse. Mi spiego: avendo molti meno vincoli i banchetti sono concorrenti agguerriti. Se scendono in piazza in modo occasionale allora va bene ma la frequenza non deve essere eccessiva, altrimenti danneggia coloro che il commercio, di qualsiasi natura, lo esercitano per professione. A Merate ho visto aprire tantissimi bar. Ma per esperienza dico agli amministratori in carica e a quelli che verranno: state attenti perché la residenza va tutelata. Se si spopolano i centri a favore dei locali si percorre una strada sbagliatissima. I centri vivono con le attività ma si reggono sui residenti che ci sono di giorno e di notte. Via loro, abbassate le saracinesche diventano terre di nessuno. E allora i danni sono di gran lunga superiori ai benefici".
 

Con il presidente del Parco Eugenio Mascheroni



Un concetto che mal si sposa con "liberiamo le energie".
 

"Se si ha la capacità di gestire questi processi ci possono stare tutti nelle piazze delle città. Se però si pensa di consentire a tutti i locali di tenere aperto fino alle 2 del mattino ignorando i diritti dei residenti allora il conflitto è inevitabile. E questo vale per qualsiasi evento, ovunque si svolga, in cui si privilegiano alcuni diritti a scapito di altri".
 



Torniamo ai primi punti quindi, occorre una classe dirigente capace e esperta per trovare i giusti equilibri
.

"Esatto. E francamente mi sembra che l'attuale classe dirigente sia un po' appannata. Ma questo è anche dovuto al limite imposto dalla legge elettorale che per i comuni sotto i 15mila abitanti è maggioritaria a turno unico. Così finisce per governare un gruppo magari fortemente minoritario che spesso non ha neppure una sede presso cui il cittadino possa rivolgersi per sottoporre una propria necessità o condividere un'idea. Poi le diversità restano. A Casatenovo resiste il lavoro di gruppo, gli incontri vedono una ampia partecipazione che è di aiuto ai consiglieri comunali. A Merate mi sembra che manchi quel fermento politico, mi dà l'idea che chi amministra lo fa nel chiuso della saletta di Giunta con scarsi o nulli collegamenti con l'esterno".  



E se domattina del Boca dovesse bussare alla sua porta?
 

"Gli aprirei, naturalmente. Tempi addietro le Giunte municipali si formavano con due assessori anziani e due giovani. Così si creava la nuova classe dirigente. Io sono prossima ai settant'anni. Qualcosa al ventitreenne Del Boca posso insegnare. Purchè il giovane capo PD abbia la sufficiente umiltà di chiedere".
Claudio Brambilla
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