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Scritto Mercoledì 08 marzo 2017 alle 09:40

Verderio che non c'è più/2: calzolai, ciabattini e maniscalchi. Da Mapelli detto dü meter ad Arlati specialista degli zoccoli

Dopo circoli, cral e cooperative luoghi di incontro e aggregazione, addentriamoci nel cuore commerciale del paese, nelle cosiddette botteghe dove gli artigiani ereditavano il mestiere dagli avi oppure lo apprendevano come garzoni e pian piano facendo carriera arrivavano ad essere indipendenti. Se oggi riparare le scarpe sta "tornando di moda" perchè le difficoltà delle famiglie portano a non buttare via i calzari ma a farli tornare come nuovi con una suola e un rattoppo, negli anni passati il calzolaio o ciabattino erano veri e propri artigiani del cuoio o del legno che intagliavano, modellavano, sagomavano dagli zoccoli ai sandali, sia da usare nei campi che nei "giorni di festa". E c'era anche chi si occupava sempre di piedi, ma questa volta dei cavalli, ferrandoli e preparandoli così per le fatiche nei campi.



VERDERIO SUPERIORE


I LONA, POI UN CALZOLAIO
Sulla via Principale, con le vetrine e l'ingresso sulla strada, c'era un'osteria che fungeva anche da drogheria e salumeria. Era detta dei Lona, lana, ma nessuno ricorda il perché di questo soprannome. Era di proprietà della famiglia Sala il cui capostipite si chiamava Giuseppe. Un altro della famiglia, Alessandro, si trasferì a Milano e aprì un simile negozio, ma più fornito e di eccellenza, tanto da vincere ben due premi nazionali per la qualità dei salumi.

Crippa ul casular al lavoro


Successivamente, con la scomparsa di Emilio, il figlio di Giuseppe chiuse l'attività e il negozio venne affittato ad Antonio Crippa, che sposandosi con una ragazza del paese, aveva lasciato Ronco Briantino per aprire la bottega di calzolaio a Verderio.


Nello stesso negozio, rimasta di proprietà della famiglia Sala, i nipoti dei discendenti ora gestiscono una ferramenta molto fornita e altrettanto articoli casalinghi.


DÜ METER, UN ALTRO CASULAR
Tommaso Mapelli, calzolaio, era uno dei dieci figli di una famiglia patriarcale che viveva nella prima corte della via Principale. Il soprannome, dü meter, due metri, era dovuto al fatto che era una persona molto alta e robusta. Il negozio era in corte, anzi, praticamente lavorava in casa e il suo lavoro consisteva nel rifare la suolatura alle scarpe, preparare gli zoccoli, le calzature più usate in quegli anni.

Tommaso Mapelli casular, secondo da sinistra con il grembiule


Il lavoro non mancava perché, allora, ben difficilmente si compravano scarpe nuove frequentemente e l'unico paio esistente veniva più volte rattoppato alla meglio. Una curiosità di Tommaso: oltre ad essere un esperto calzolaio già da prima della guerra, per la sua alta statura e forte corporatura, durante le processioni religiose gli veniva sempre affidato il compito di portare la grossa e pesante croce di metallo dorato all'inizio del corteo. Nella corte di Balii, in via Fontanile due altri fratelli, Antonio e Severino Villa, facevano i calzolai. Quest'ultimo aveva come soprannome perfet, perfetto, per l'alta sua professionalità. Di questi fratelli però non si conosce altro e, con ogni probabilità, la loro attività durò poco.


VERDERIO INFERIORE
 
IL FERÉE E IL CIABATTINO
La prima corte che si trovava su via Piave, ormai scomparsa, era quella del ferée, del fabbro. La storia di questa cascina è legata alla famiglia Cantù perché, quando crollò la chiesa nel 1901, questo signori comprarono il materiale rimasto in buono stato e con esso costruirono la cascina che allora si chiamava Sant'Antonio.

Il cortile del fabbro durante la ferratura di un cavallo


La famiglia possedeva anche un bocciodromo e un'osteria. In essa Ambrogio, uno della famiglia, faceva il fabbro e così la cascina cambiò nome: da sant'Antonio in ferée. Ambrogio era un abile maniscalco che forgiava i ferri dei cavalli e degli asini, allora molto usati per i lavori dei campi. Sui pilastri del porticato della cascina erano murati degli anelli ai quali venivano legati gli animali da ferrare.

Uno dei Cantù e, a destra, il ciabattino Arlati

Non ci sono altre notizie su questo fabbro, neppure si sa fino a quando tenne aperta la sua bottega. L'unica cosa che si ricorda è che in quella cascina c'era anche un ciabattino, del quale esiste ancora una fotografia, di nome Ambrogio Arlati. Era specializzato nel preparare gli zoccoli e risuolare le scarpe dei contadini. Vi abitava anche un sarto, ma di lui nessuno ricorda più nulla. Si sa solo che si chiamava Angelo e il giorno dopo Pasqua, sant'Angelo, il sarto metteva fuori dall'uscio di casa sua un tavolino con delle bottiglie di vino, alcuni bicchieri e dei dolci. Li offriva a chiunque gli augurava buon onomastico.
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S.V.
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