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Merateonline > Associazioni > ProMontevecchia
Scritto Venerdì 25 novembre 2016 alle 17:40

Montevecchia: la serata sulle miniere chiude il ciclo sul mistero. Un avvicente percorso a ritroso nei tre banchi di marna cementizia

Claudio Vigolo e Giovanni Zardoni


Si è svolto durante la serata di giovedì 24 novembre l'ultimo dei quattro incontri del ciclo "Montevecchia del Mistero", promosso dalla Proloco presso la casetta di Via Fontanile. È stato Claudio Vigolo, moderatore della serata e promotore dell'iniziativa, a illustrare il tema ovvero le miniere di marna cementizia che erano operative in Montevecchia. Subito la parola è passata a Giovanni Zardoni, relatore, che ha esordito illustrando la conformazione geografica della zona.


"Sotto la collina di Montevecchia esistono, ancora oggi, tre banchi di marna cementizia di ottima qualità. Il primo, che è stato sfruttato dalla miniera Cappona, parte dal Butto e prosegue verso Cascina Molgora di Missaglia, passando dal cimitero, da San Bernardo e dalla località Cappona. L'intero blocco ha una lunghezza di circa quattro chilometri, come quello che parte dalla Valfredda e, passando per Ca' Soldato, risale verso valle Santa Croce. Il terzo, ha una lunghezza di circa due chilometri e parte a sud di Ospitaletto, per poi risalire il crinale di Montevecchia e scendere poi in valle Santa Croce"
.



Le prime autorizzazioni risalgono al luglio del 1928, nel pieno dell'epoca Fascista, nota anche per l'estremo sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie presenti sul territorio. "La prima istanza è stata presentata dalla SACB, acronimo di Società Anonima Cementi Brianza, ed è datata 28 luglio 1928. Nel successivo mese di ottobre viene presentata un'altra domanda, questa volta da parte di Italcementi. Si apre così, con autorizzazione provvisoria, la prima miniera a Montevecchia. La miniera, a cielo aperto, era in località Cappona e il materiale estratto veniva, tramite una teleferica, portato a Lomaniga, dov'è stata costruita la cementeria.".


Già nell'autunno del 1929, però, i proprietari di Villa Cappona lamentarono il fatto che, a detta loro, a causa delle esplosioni delle mine, alcuni frammenti rocciosi raggiungevano, creando pericolo, i terreni della villa. "Con una missiva inviata al podestà di Cernusco-Montevecchia, la proprietaria di Villa Cappona riferiva che un suo colono l'inverno precedente aveva visto una pietra di circa 4 chilogrammi di peso cadere vicino a lui. Nella lettera si fa riferimento anche ad altri fatti, come una pioggia di piccole schegge provenienti dall'esplosione di una mina.".


Non si è fatta attendere la risposta della società, che, prontamente avvisata dal Comune, affermava che "la Villa Cappona si trova in una posizione che non può essere raggiunta dall'esplosione delle mine!!", accusando anche la signora di essere stata informata da qualcuno di "troppo semplice" [il colono, ndr]. Nel 1930 circa sorsero altri problemi per le miniere di Montevecchia: si accusò infatti la concessionaria di aver sforato i limiti imposti dalla concessione. "Si era intuito, giustamente, che si fosse oltrepassato l'asse della strada, andando a minacciare la sorgente Meroni e le sorgenti dell'acquedotto. Anche se la società respinse le accuse, si arrivò a dimostrare la veridicità dei fatti, ma venne comunque concessa una sanatoria vista la profondità degli scavi, che era circa di quarantacinque metri.".


Altri problemi, inoltre, riguardavano la sicurezza: le miniere erano accessibili da una sola entrata, contro le due obbligatorie per legge, e avavano un solo impianto elettrico che, se interrotto, avrebbe fatto restare al buio i minatori. "Anche la tecnica di avanzamento era pericolosa: non si utilizzavano gallerie ma grandi camere sotterranee a rischio crollo, per sfruttare al massimo il giacimento. Visto il periodo storico, però, si continuò comunque a rilasciare autorizzazioni".


Negli anni quaranta, la ditta "Fratelli Borgero" di Casale Monferrato fece richiesta per lo sfruttamento della marna di Montevecchia, alla quale però si opposero sia SACB che Italcementi, che nel frattempo aveva aperto un altro giacimento nella zona Est di Montevecchia. La SACB, inoltre, ottenne un'altra concessione per l'attività mineraria a Ronco, in Valle Santa Croce a Missaglia. Curiosa, poi, la vicenda relativa alla richiesta della terza concessione da parte di SACB, nel frattempo divenuta "Vanoni e Fumagalli": la stessa avanzò richiesta di sfruttamento del giacimento "Montevecchia Seconda", che partiva dalla località Cappona e giungeva a Valle Santa Croce passando per Spiazzolo nel 1945, ma trovò opposizione da parte del Consorzio dell'Acquedotto, della Soprintendenza, dell'Ente provinciale per il Turismo e... anche da parte del Comune, anche se il podestà, solo due anni dopo ringraziò la direzione di Italcementi per aver donato gratuitamente materiale utile alla manutenzione delle strade, ovviamente in cambio della concessione, poi data nel 1957.

Le attività estrattive furono molto attive fino al 1958, quando le miniere crollarono. Ne sono dimostrazione le statistiche, che nel 1950 quantificavano la produzione media giornaliera in ben ottanta tonnellate, tra marna da cemento e calcare, usato poi per la correzione della calce eminentemente idraulica. All'epoca, erano impiegati trentasei operai nella miniera, e per le operazioni venivano usati giornalmente circa 20 chilogrammi di esplosivo e 1800 kWh di energia. Diversi i dati del 1954, che quantificano la produzione di materiale in "sole" quaranta tonnellate al giorno, con l'impiego di trenta operai. E, poi, la terza concessione. "La terza concessione per la Vanoni e Fumagalli fu una vera e propria manna, dato che pochi mesi prima era stata chiusa la Cappona poichè iniziava a dare segni di cedimento. Il primo crollo avvenne il 2 agosto del 1956 ai livelli inferiori, e la miniera venne graduatamente abbandonata, fino alla completa cessione delle attività il 30 novembre dello stesso anno".


Il 6 gennaio 1958 si scrisse poi la parola "fine" sulle miniere di Montevecchia, almeno per il momento. Pochi giorni dopo la terza concessione avvenne l'imprevedibile: tra le sei e le sette del mattino, mentre alcuni operai si trovavano alla messa dell'Epifania, un'enorme frana interessò la miniera. Si formò una grossa voragine di circa trecento metri, che cancellò ben duecento metri di strada e trecentosessanta di acquedotto. Collassarono circa trentamila metri cubi di materiale. Una tragedia sfiorata, che pose fine all'attività estrattiva sulla collina, almeno fino al 1962, quando la ditta "Spa Calce" di Missaglia presentò una domanda di conessione per "Montevecchia Seconda", che fu data alla "Vanoni e Fumagalli" pochi giorni prima del crollo della Cappona. La richiesta fu respinta, anche in considerazione delle proteste avanzate dagli abitanti di Montevecchia, anche se dopo serrate trattative si acconsentià alla possibilità di sfruttare un giacimento aperto in Valle Santa Croce a Missaglia.


Terminato l'escurusus storico la serata si è conclusa con un'analisi dello stato attuale delle gallerie. "La miniera Cappona, oggi, è completamente invasa d'acqua per tutti i livelli, tranne il primo in alto, che è stato oggetto di studi e rilievi da parte del politecnico di Milano. La parte a cielo aperto sta subendo alcuni lievi smottamenti al verificarsi di forti precipitazioni, ma l'area interessata è completamente recintata ed abbandonata". I montevecchini, quindi, possono stare tranquilli: finchè ci sarà l'acqua ci sarà equilibrio idrogeologico e non vi saranno quindi crolli.
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Stefano Riva
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