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Scritto Domenica 04 settembre 2016 alle 09:47

Novate: Massimo, 39 anni, ha sostituito le vacanze estive coi campi di lavoro in Tanzania, senza luce e acqua ma con gioia

Da quando 4 anni fa ha deciso di solcare l'oceano per trascorrere un mese Brasile con il Mato grosso a costruire un asilo, quell'estate gli è rimasta nel cuore. E così, lavoro permettendo, agosto diventa sinonimo di una vacanza alternativa dove si rimbocca le maniche, si sporca con fango, terra, polvere, dimentica cellulari e tecnologie nonché comodità quali acqua, luce, cibo pronto e si mette al servizio delle comunità locali della Tanzania.

Massimo Carnati con alcuni bambini africani

Massimo Carnati ha 39 anni, è originario di Novate dove, come tutti i ragazzi della frazione, è cresciuto attraversando a falcate il campo di calcio dell'oratorio, ora vive ad Arlate e di professione è un impiegato che si occupa di logistica.
Il suo cuore è a tinte rossonere ma ora batte per l'Africa.
"Dopo l'esperienza in Brasile ho deciso di continuare a collaborare con qualche associazione di volontariato per proseguire queste vacanze alternative" ha raccontato mentre è impegnato a fare lo sbandieratore a una corsa "volevo andare in Africa perchè tutti mi parlavano di questa nostalgia che ti viene quando lasci il continente e così mi sono messo a cercare in internet "volontariato Africa". Mi è uscito di tutto con tantissimi riferimenti. Pian piano ho letto e mi sono informato fino a quando sono arrivato all'associazione di Ragusa Terra e popoli e ho capito che era proprio quello che cercavo".


Massimo, infatti, non voleva fare del volontariato "protetto" tra le mura di un villaggio costruito e con le comodità di un turista: voleva capire fino in fondo cosa fosse non avere l'acqua per lavarsi al mattino e per cucinare, doversi coricare presto e svegliarsi all'alba per non perdere nemmeno un raggio di sole, vivere nel cuore della povertà fosse anche solo per un mese.
"Ho preso i contatti e così tre anni fa ho iniziato questa esperienza in Tanzania che ho ripetuto e che era proprio quello che cercavo. Si vive infatti in capanne e case dove non c'è nulla. Al mattino si va al pozzo con il secchio mettendosi in fila con le donne che portano il cesto in testa, si fa bollire l'acqua e solo quando è filtrata la si può usare. Al mattino ci si sveglia verso le 5.30 quando sorge il sole e alla sera alle 20.30 si è già a letto perchè la corrente non c'è".


La giornata poi scorre nella realizzazione di strutture che, inserite all'interno di microprogetti, sono finalizzate a dare un agio alle comunità locali che, per mancanza di soldi e di attrezzature, non sempre riescono ad avere scuole, pozzi, forni e impiegano molto più del tempo richiesto.


"Se ci fossero ruspe e camion sarebbe diverso" ha proseguito il giovane meratese "invece qui si hanno a disposizione solo carriole e vanghe. E allora noi volontari andiamo in giro per i campi a raccogliere i mattoni che vengono fatti con il fango e l'acqua e poi modellati con le mani e schiacciati con i piedi, visto che non c'è altro, per poi posizionarli all'interno di una piramide dove vengono cotti. A questo lavoro alterniamo il riempimento delle fondamenta di una scuola, con poco cemento armato perchè costa troppo, e si arriva a sera stanchi ma contenti. Nessuno qui si lamenta: al mattino quando ci si sveglia e si chiede a bambini e adulti come è trascorsa la notte, tutti rispondono: bene, benissimo. Non contemplano l'idea di stare male. Il sorriso e la serenità li distinguono da noi occidentali. In questi villaggi anche i volontari mangiano seduti per terra e con le mani, condividono il cibo e imparano proprio dagli africani che poco o nulla hanno, a mettere in comune quanto si ha. Non hanno l'ansia del possesso e della proprietà e infatti sono molto ospitali, nei villaggi ti accolgono senza fare troppe domande e sei sempre il benvenuto".


Nonostante i vaccini per non contrarre malattie molto diffuse, come la malaria, e l'attenzione a cibo e acqua, la "vacanza" africana resta nel cuore. "Se ci tornerò ancora? Di sicuro, lavoro permettendo. Perchè l'Africa e gli africani ti restano dentro e ti lasciano davvero tanto".
Saba Viscardi
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