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Scritto Lunedì 17 gennaio 2011 alle 23:50

Novate: Riccardo Cassarino, 33 anni, è un padre separato dal figlio che l’ex compagna ha portato in Austria, impedendogli le visite

Riccardo Cassarino
Alla nascita ha tagliato il cordone ombelicale di suo figlio, siglando con quel gesto l'amore che fin dai primi istanti sentiva che lo avrebbe unito al bambino. Ha accettato tutto pur di venire incontro alle esigenze della compagna, straniera, che chiedeva una casa più spaziosa con giardino, facendo orari impossibili per seguire i suoi continui "cambi" di umore. Poi, constata l'impossibilità di proseguire nel rapporto a due, ha accettato un percorso di mediazione famigliare presso il consultorio di Brugarolo, arrivando a firmare un accordo privato, ma con valore legale, di consenso per l'espatrio in Austria, terra natia dell'ormai ex compagna con il bimbo, della durata di sei settimane con rientro per 15 giorni, periodo di affidamento al padre. Quando, però, Riccardo Cassarino, 33 anni originario di Novate ma residente ora a Paderno d'Adda, si è accorto che la donna non avrebbe rispettato i patti e l'accordo era troppo tardi: le frontiere erano state scavalcate e ora, al dramma della separazione, iniziava la contesa per il diritto a vedere il figlio, il proprio figlio, con gli ostacoli di due legislazioni, quella italiana e quella austriaca.
"Abitavo a Cornate d'Adda quando ho conosciuto questa ragazza che risiedeva in Svizzera da anni ma che era originaria dell'Austria" ha raccontato l'uomo, libero professionista nel campo dell'installazione dei pannelli fotovoltaici "abbiamo iniziato a frequentarci ed è arrivato quasi subito il bambino. La sua idea era di stabilirsi qui in Italia ma in una casa più grande con orto e giardino. Per venirle incontro mi sono subito attivato e ho affittato una villetta a Paderno dove ci siamo trasferiti nel mese di settembre 2007. A gennaio è nato il nostro bambino. La situazione ha iniziato a diventare difficile dall'autunno quando, per via della sua gelosia verso il piccolo, cercava in tutti modi di ostacolare la mia frequentazione facendolo mangiare e dormire a orari impossibili e non canonici, così che io non lo vedessi. Grazie alla flessibilità del mio lavoro ho potuto seguirlo comunque ma la situazione era diventata ormai insostenibile". La coppia "scoppia" e inizia così un percorso di mediazione famigliare presso il consultorio di Brugarolo dove viene assistita da un avvocato e da una psicologa per intraprendere la strada migliore per il bambino. Dopo 4 mesi, a marzo 2010, i due firmano un accordo privato con validità legale dove Riccardo acconsentiva a che la compagna andasse con il figlio in Austria per 6 settimane e rientrasse per permettere a lui di trascorrerne altre due assieme. Mutuando chiaramente la regola del buon senso per quanto riguarda le festività e particolari ricorrenze. Ma mentre Riccardo, nonostante la proposta rifiutata di mantenere il figlio ma anche la compagna fino al momento dell'iscrizione all'asilo in Italia, firmava l'accordo ben sapendo i rischi di un'arma a doppio taglio, la donna aveva già preparato i documenti per l'espatrio.

Una volta in Austria chiede l'affidamento esclusivo del bambino, gli cambia cognome e impedisce qualunque contatto con il padre che fa ricorso in Italia denunciando l'accaduto al tribunale ordinario e a quello dei minori e ricevendo un'assistenza vicina allo zero. Inizia la trafila anche con le autorità austriache fino a quando Riccardo ottiene di avere l'affidamento congiunto con l'attribuzione anche del cognome italiano.

Ma non è finita. Perché i fronti di battaglia sono diversi: l'affidamento congiunto per contrastare quello esclusivo richiesto dalla madre, il rientro del piccolo in Italia visto che l'accordo privato tra i due non è stato rispettato e il prolungamento del diritto di visita (ogni due settimane per poche ore) che scade a marzo.

"A settembre ho fatto domanda per il rientro di mio figlio perché voglio far passare il concetto che è vero che io ho acconsentito al trasferimento in Austria ma a condizione di un rientro. Cosa che invece non è avvenuta e, dunque, ha reso illecito a mio parere questo trasferimento. Nel mese di agosto ho passato 14 giorni davanti a casa sua in Austria per poter vedere il bambino. L'ho visto il 12° mentre stavo fuori, in piedi, che sfrecciava in auto e che mi salutava dal finestrino. Lei mi ha detto chiaramente che il bambino era suo e che avrebbe fatto tutto quello che voleva. È sparita, cambiando i numeri di telefono e rendendosi irreperibile. Ho scoperto che in Austria le autorità sono più matriarcali che in Italia. In teoria ci sono le convenzioni dell'Aja e di Bruxelles ma poi viene applicata la legge del posto. Per il momento ho solo diritto di visita provvisorio monitorato. In pratica vedo mio figlio ogni due settimane per due ore il sabato mattina, in un centro specifico e sotto la supervisione di uno psicologo, altre due ore il pomeriggio con la madre e la domenica a pranzo per 4 ore. Poi più nulla. Quando mi vede mio figlio mi riconosce, sta con me, viene da me. Il problema è la madre che sta facendo di tutto anche per fargli dimenticare l'italiano così che poi abbia difficoltà a colloquiare con me. La mia famiglia non lo può vedere. Quando è stato ricoverato in ospedale, sono andato a trovarlo e ho saputo poi che i miei regali sono rimasti lì e non li ha neanche portati a casa". Una situazione che sta consumando Riccardo non solo dal punto di vista umano. Le spese, infatti, sono molte e molto care: i viaggi, il mantenimento, gli avvocati in Italia e in Austria, le traduzioni giurate, l'interprete, le visite assistite, la casa. "Il mio lavoro per ora mi permette di affrontare queste spese ma è davvero difficile. L'unica cosa positiva è che il mio bimbo sta ancora con me nonostante la madre abbia fatto di tutto per allontanarlo. Sono riuscito a stargli vicino, a fargli sentire che gli voglio bene. Questo è un momento importante: se non ti vedono i bambini così piccoli ti dimenticano. È una battaglia dura, ma voglio andare fino in fondo anche per tutti quei padri che stanno vivendo la mia stessa situazione e che non vogliono allontanare i figli dalle madri ma far sì che questi bambini possano avere un padre e una madre. Entrambi i genitori, anche se separati". Riccardo ha preso contatti con l'associazione papà separati di Lombardia che lo sta aiutando ora in questa battaglia, cercando anche di puntare l'attenzione dei media nazionali sul suo caso reso ancora più difficile dall'espatrio della compagnia in un paese straniero. "Vogliamo smuovere le autorità e vorrei un po' di coraggio da parte dei giudici. Queste situazioni fanno male ai bambini: la legge c'è ma serve che i giudici abbiano il coraggio di fare giustizia".
S.V.
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