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Scritto Sabato 15 gennaio 2011 alle 16:58

CASO  FIAT MIRAFIORI E LA SOTTILE DIFFERENZA
TRA IL LAVORO CHE MANCA E IL LAVORO NEGATO

Due domande. La prima: c'è differenza tra l'essere licenziato perché manca il lavoro e l'essere licenziato perché  il  datore di lavoro decide di toglierti quello che c'è? Certo che c'è, eccome se c'è.  La seconda: è lecito che gli impiegati di un'azienda votino per decidere i turni di lavoro degli operai? Si, se i turni li fanno anche gli impiegati, no se i turni  non li fanno. Il significato, la portata e le conseguenze della vittoria numerica di stretta misura del si nel referendum appena concluso alla Fiat Mirafiori non la si può capire se non si è lavorato alla catena di montaggio, se non si è partecipato ad almeno una seduta del Cda della Fiat o ad una riunione dei vertice della Fiom. Per capire bisogna anche essere informati e nel caso Fiat l'informazione latita. Ieri sera in tv da Pierluigi Paragone a parlare del referendum c'erano Oscar Giannino, Roberto Cota, Roberto Formigoni e Oliviero Diliberto. Non riferisco le generiche nefandezze uscite da quasi tutte quelle bocche ciascuna delle quali, come è noto, appartiene a persone che indossano una tuta e ogni mese ricevono un cedolino paga da 1.200 euro. Io mi pongo un'unica, ulteriore domanda. Perché la rivoluzione copernicana dei tre turni giornalieri di lavoro, dell'aumento dello straordinario, della riduzione delle pause, del disconoscimento delle assenze e delle malattie  sospette e - in buona sostanza - di un nuovo tipo di contrattazione viene posto da una sola azienda e non dall'intera Confindustria? Anzi, da questa ci si astrae - virtualmente - per poter avere le mani libere. Epocale, a mio avviso, non è l'azione di Marchionne, ma l'inazione di Confindustria. Quindi: è Marchionne che è ingordo o è Confindustria che non ha bisogno di quello che la Fiat pretende per sé? Sono tanti i petali da sfogliare e le spine da spuntare in un mondo italiano del lavoro stravolto da una raffazzonata disciplina normativa cui neppure il più attento, sensibile e informato ministro del lavoro ( e Sacconi, con tutto il rispetto, non lo è ) riesce più a stare dietro. Marco  Biagi con la legge che porta il suo nome si è rivolto a un'Italia che non c'è ancora, immagina datori di lavoro illuminati e lavoratori solidali che sono una minoranza. L'inesausta e inesauribile casistica dei rapporti di lavoro genera sfruttamento e sistematiche violazioni che peseranno poi sul percorso previdenziale di ciascuno. L'Inps si rende responsabile di comportamenti truffaldini sul fronte sia dei contributi che delle prestazioni previdenziali. Per voler sentire pronunciare sempre di meno la parola "licenziamento" si è finito con il relegare ai minimi termini la parola "assunzione". Per non licenziare basta non assumere no? E allora si è dato il via alla stura di cococo, cocopro, partite iva fasulle, somministrazione di lavoro, appalti simulati, il tutto condito con prassi, dottrina e giurisprudenza contraddittorie. A distanza di 40 anni dall'entrata in vigore dello Statuto dei Lavoratori (maggio 1970 ) si definisce  ancora grande azienda quella che ha più di 15 dipendenti. Miracolo: mentre io negli ultimi quarant'anni sono invecchiato di 40 anni, l'azienda che nel 1970 aveva quindici dipendenti no. E' rimasta tale e quale, intatta nel tempo.  L'Istat ha bruciato il potere di acquisto, la Democrazia Cristiana, il Partito socialista, quello comunista e il movimento sociale sono defunti, ma il numero 15 era il confine tra piccola e grande impresa 40 anni fa, esattamente  come lo è oggi. Continuiamo a tenere fermo l'articolo 18. Come si può non capire che nel 2011 grande può definirsi, ai fini della garanzia reale del posto di lavoro, un'azienda che di dipendenti ne ha almeno  50? Alzate quel maledetto tetto e vedrete che le assunzioni  e tempo pieno e indeterminato aumenteranno. Il sindacato anziché sputare sangue per abolire il precariato lo tessera. Capite? Lo tessera. Anziché indignarsi la Triplice chiede di essere pagata in abbonamento per "tutelare e rappresentare "  il precariato. I contratti collettivi nazionali di lavoro anziché elevare i termini del periodo di prova per permettere al datore di lavoro e al lavoratore di conoscersi meglio, tollerano e favoriscono le aziende di somministrazione di lavoro che costano di più, ma permettono di superare con noncuranza la barriera dell'articolo 18 e dei 15 dipendenti perché di fatto sono un periodo di prova senza limiti e confini. Sono queste le  ipocrisie che generano l' insicurezza del presente e del futuro. Io, come lavoratore  non mi faccio "affittare" da nessuno, e come uomo nemmeno da una donna. Il Governo ci mette del suo aumentando contributi e imposte agli assicurati e ai contribuenti noti, visto che la lotta all'evasione la fa nel tempo libero. Infine: mi piacerebbe tanto capire in che misura la globalizzazione dei mercati è stata un processo evolutivo naturale rispetto a una componente di  indotto puro. In altri termini: i paesi poveri o in via di sviluppo si sono improvvisamente autoevoluti al punto di rendersi competitivi anche nei confronti della clientela dei paesi ricchi o sono stati gli industriali dei paesi ricchi che per produrre al minor costo, guadagnare di più e spendere di meno hanno prima delocalizzato, tagliando in Italia posti di lavoro e  potere di acquisto, e poi hanno iniziato una ignobile ritirata quando i lavoratori del terzo e quarto mondo hanno imparato e si sono messi a produrre in proprio? E' vero, come hanno detto ieri sera gli illustri tutaioli del palcoscenico televisivo di Paragone, che non bisogna confondere - parlando dell'industria italiana - il significato di internazionalizzazione di un'impresa con quelli di delocalizzazione e globalizzazione. E' vero: le prime due contribuiscono alla terza, ma  con la prima  (internazionalizzazione) un'industria italiana apre uno stabilimento all'estero per produrre per quel mercato elevando il tenore di vita di quella popolazione e quindi, nel tempo, il potere di acquisto senza destabilizzare il mercato di origine. Con la seconda (delocalizzazione) un'industria italiana apre uno stabilimento all'estero per produrre a minore costi e vendere a maggiore guadagno sul mercato italiano. Così facendo il mercato estero non progredisce, mentre regredisce quello nazionale e si accelera oltre misura la nascita di una concorrenza affamata che poi ti taglia il fiato usando le medesime armi che le  si è  ingenuamente ( ? ) fornito. I paesi evoluti sono ormai giunti al minuto 50 di un corso del progresso che si misura sul quadrante di un orologio che di minuti ne espone 60. Cina, India, Africa, una fetta d'Asia e l'Europa  Est sono indietro. Possono solo raggiungerci.
La classe operaia italiana ha dato tantissimo al Paese in termini di sacrifici e rinunce. I panni del pendolare che parte al buio o ritorna col buio Sergio Marchionne non li ha mai indossati. Lui si accontenta di maglioncini blu notte, qualche volta usa il pendolino, ma è altra cosa. Vedere un anziano operaio che davanti ai cancelli di Mirafiori non riesce a trattenere le lacrime, sarà demagogia spicciola, ma anche simbolo di un dolore che nessuna penna potrà mai descrivere. Essere grandi non vuol dire guardare dall'alto. Pensate: mentre celebra i 150 anni della sua unione, l'Italia sforna a getto continuo  personaggi che dividono i corpi e le menti. Il sindacato non è un'assemblea di mammolette, esattamente come  la Confindustria non una Confraternita di stinchi di santo, ma questa "personalizzazione" del mercato del lavoro gestita all'insegna del motto "o mangi questa minestra o salti dalla finestra" apre scenari di microconflittualità  permanente  che non si immaginavano più e di cui avvertiremo tutti  assai presto botti e rimbombi. Speriamo non si tratta di colpi di pistola, perché vorrebbe dire che non abbiamo imparato proprio, ma proprio niente.
Alberico Fumagalli
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