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Scritto Lunedì 28 dicembre 2015 alle 15:56

Merate: l’intervento nell’ex parco Diana avrebbe richiesto più cura per l’ambiente e più rispetto per l’opinione pubblica


Il taglio del bosco che costituiva il cosiddetto "parco della Diana" ha suscitato un'ondata di lettere grondanti indignazione da parte dei lettori, come del resto era prevedibile, e, proprio per ciò, evitabile; se questa Amministrazione imparasse a comunicare con i cittadini non soltanto attraverso il blog del gruppo di maggioranza "Più Merate" che nessuno o quasi legge ma serve da passerella ai gestori del blog stesso.
L'intervento avvia di fatto l'imponente operazione di riconversione delle volumetrie esistenti da produttivo a residenziale, nell'area un tempo sede della gloriosa "Diana", previsto dal vigente Piano di Governo del Territorio, ambito di completamento 2, approvato dalla Giunta Robbiani con Andrea Valli assessore all'urbanistica e il suo successore, Massimiliano Vivenzio assessore a ambiente e ecologia. Il progetto prevede contropartite per la cittadinanza riassumibili nella cessione di 7mila mq. di area che diventerà pubblica, la realizzazione di un parcheggio per lo più al servizio dell'Istituto Dame Inglesi e la sistemazione del fondo stradale lungo via San Francesco per evitare che si formino pericolose pozze d'acqua durante gli acquazzoni. Oltre naturalmente agli oneri di urbanizzazione e ai costi di costruzione.

Dunque che il parco dovesse essere raso al suolo era noto. Si può però discutere sulla modalità dell'intervento e sulla facoltà di "salvaguardare" o meno una serie di alberi non direttamente insistenti sull'area cantieristica. E questo è un po' il nodo della questione. Secondo l'esperto consulente del Parco del Curone, dottor Merati, non c'erano alberi monumentali, e fin lì ci arriviamo anche noi, ma una serie di piante pregevoli che avrebbero potuto essere mantenute. Dunque - e qui sta la sottile linea di demarcazione tra il rispetto rigoroso della norma, quasi un cavillo da leguleio e il buon senso - queste 17  piante (2 ippocastani, 2 cedri, 5 picea, 8 querce) si potevano anche lasciare. Oppure si potevano segare. Si è optato per la seconda soluzione. Più semplice per chi deve operare in cantiere. Tanto è tutto regolare. L'esperto ha scritto "si potranno" non "si devono" salvaguardare. Anche perché il suo è un parere tecnico. Poi, volendo, l'assessorato e/o l'Ufficio tecnico avrebbero potuto trasformare questo "potranno" in "si devono". Ma non lo ha fatto. Un po' come abbiamo già visto per le recinzioni nella valletta di Novate, per il TUC, per la cancellata in via De Gasperi e avanti di questo passo. Fortuna e sfortuna qui non c'entrano proprio. Qui c'è la volontà chiara di privilegiare il "fare" sul "conservare". Come fossimo negli anni ottanta.
Ecco la vicenda si riassume così. Nessun parli, perché è tutto in regola, l'ha detto la commissione paesaggio e l'ha confermato la Sovrintendenza.


Chissà, magari si poteva chiedere che fosse mantenuta la piantumazione di confine, oppure che non a fine cantiere ma già subito venissero ceduti i 7mila mq. da ripiantumare seduta stante, giusto perché di questi tempi - a quanto si legge nelle cronache milanesi e romane - anche una sola pianta in più torna utile. Invece niente.
La riqualificazione delle volumetrie esistenti è sacrosanta, ovviamente se va di pari passo con l'azzeramento del consumo di nuovo suolo. Ma gli interventi quando sono tanto invasivi vanno studiati nei dettagli e comunicati adeguatamente. Solo così si limitano i danni sia sotto il profilo ambientale sia sotto quello ..... elettorale.
Claudio Brambilla
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