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Scritto Lunedì 28 aprile 2014 alle 19:19

Valgreghentino: Panariti è morto per dissanguamento dopo essere stato caricato dal cervo. Il racconto di amici e esperti

Gli amici avevano compreso fin dal giorno del suo ritrovamento che Giovanni Panariti, 59enne di Valgreghentino che ha perso la vita nei boschi del paese l'8 ottobre 2010, non poteva essere morto per una caduta. Le tracce di sangue lasciate sul sentiero e sulle foglie, le impronte e i segni sui tronchi degli alberi raccontavano agli occhi esperti di cacciatori e conoscitori dell'ambiente boschivo che era stato un animale dotato di corna a ferirlo a morte, un cervo che in quelle zone della Provincia di Lecco non vive allo stato selvatico.
Le indagini delle forze dell'ordine, che in un primo momento avevano considerato la morte dello sportivo come un fatto accidentale, si erano quindi orientate su un esemplare maschio rinvenuto a Galbiate e con ogni probabilità fuggito da un agriturismo di Dozio, che è risultato in seguito avere sulle sue corna tracce ematiche compatibili con quelle dell'uomo. Olinka R. K., donna di origine olandese che all'epoca dei fatti gestiva la struttura dove il cervo viveva chiuso in un recinto, è ora imputata per omicidio colposo (articolo 589 del codice penale) e nella mattinata odierna il processo a suo carico è continuato con la testimonianza di alcuni dei protagonisti di quei tragici fatti.
A cominciare dal custode dell'animale, un uomo originario dello Sri Lanka che per conto della donna (presente in agriturismo allora) e del marito (che lavorava in Svizzera) nutriva il cervo, chiamato Sumi, ogni giorno. "Ho lavorato lì dal 2009 al 2011, la mattina entravo nel recinto e gli portavo da magiare. Con me era mansueto, prendeva il pane dalla mia mano, arrivava quando lo chiamavo. Non ho mai notato un comportamento aggressivo" ha spiegato in aula di fronte alla moglie di Giuseppe Panariti, assistita dall'avvocato Elisa Magnani. "La mattina di un giorno di ottobre del 2010 non l'ho trovato nel recinto, e ho notato che la rete era stata alzata. Ho capito che era scappato da lì. Quando ho avvisato la signora Olinka mi ha detto che era già capitato che scappasse, ma di non preoccuparmi perché poi sarebbe tornato da solo".
I fatti però sono andati in maniera molto diversa. "Quel fine settimana lei era partita per la Svizzera come faceva abitualmente, ma non è più tornata. Io sono stato interrogato dalla Polizia provinciale e i Carabinieri mi hanno chiamato alcuni giorni dopo quando hanno ritrovato il cervo, per riconoscerlo. Quando l'ho visto fisicamente sembrava lui, ma il comportamento era molto diverso dal solito. Era spaventato, non si poteva avvicinare".
La Polizia Provinciale cercava l'animale scappato da Dozio dal 10 ottobre, il giorno successivo al ritrovamento del signor Panariti nei boschi di Valgreghentino. Il 12 ottobre un cervo è stato trovato a Galbiate, in località Toscio, poi sedato e trasportato in un parco faunistico ai Pian delle Betulle, nel comune di Margno. "Io avevo la custodia dell'animale, quello di Dozio era detenuto regolarmente nonostante non avesse il microchip" ha spiegato il comandante della polizia provinciale Raffaella Forni. "Abbiamo elevato all'imputata una sanzione per omessa custodia, e su disposizione delle forze dell'ordine abbiamo segato il palco di corna dell'animale trovato a Galbiate. Queste sono ricresciute, e il cervo continuava ad avere atteggiamenti molto aggressivi verso l'uomo. Per questo è stata predisposta la sua soppressione". Una caratteristica, quella dell'aggressività dell'animale, confermata dall'agente Enrico Viganò che aveva effettuato un sopralluogo presso l'agriturismo lecchese prima della fuga del cervo. "Era tenuto in un recinto piccolo, con una rete che facilmente poteva essere divelta da un cervo maschio in calore. Ma era tutto regolare" ha spiegato in aula. "Allo stato selvatico i cervi non attaccano l'uomo, ma quelli tenuti in cattività possono farlo. Per quell'animale in particolare eravamo rivali, quando lo abbiamo trovato a Galbiate era saltato in un recinto di pecore e non era possibile avvicinarci. L'abbiamo dovuto sedare con un fucile ad aria compressa, da una notevole distanza".
Il palco di corna è stato inviato al Ris di Parma, come ha spiegato stamattina il capitano Alessandro Poli. "Abbiamo analizzato le corna, un orologio sporco di sangue e due foglie con tracce ematiche. Sul palco il sangue non era visibile a occhio nudo, ma ne abbiamo riscontrato la presenza e il dna estratto è risultato compatibile con quello presente sulle foglie e sull'orologio".
Proprio le tracce di sangue lasciate da Giovanni Panariti nel tentativo di fuggire dal luogo della presunta aggressione da parte dell'animale hanno rivelato la verità sull'accaduto ai suoi amici e conoscenti. Danilo, che insieme ad altri ha trascorso la notte tra l'8 e il 9 ottobre alla ricerca dell'amico scomparso senza risultato, è tra quelli che lo ha raggiunto nei boschi quando ormai per lui non c'era più nulla da fare.
"Era assurdo che uno come lui fosse caduto lì, era un luogo che non presentava pericoli. Il sangue portava in un altro posto dove c'era un albero caduto, e oltre quello ad un'altra pianta dove erano evidenti rami spezzati, la corteccia staccata, le orme di zoccoli accanto a quelle di Giovanni. Non ho pensato a un cervo, perché da noi non ce ne sono. Quando lo hanno trovato non aveva la maglietta, l'aveva legata intorno a una gamba dove era stato ferito". Circostanze confermate dall'amico Flavio, che ha sottolineato come quelli fossero luoghi molto noti allo sportivo.
È stato Yuri, amico del figlio di Giovanni ed esperto cacciatore di ungulati, a confermare che le tracce trovate corrispondevano a quelle di un cervo nell'atto di "caricare".
La ferita sul polpaccio dell'uomo, chiaramente visibile anche agli occhi del cacciatore Stefano Colombo che lo ha trovato quella mattina, non è compatibile con una caduta come ha spiegato in aula il dottor Paolo Tricomi. L'anatomopatologo, che ha analizzato a posteriori i documenti relativi alla morte dell'uomo - su incarico della famiglia - ha confermato che il decesso è stato causato da un arresto cardiocircolatorio da dissanguamento, a causa principalmente di una ferita al polpaccio destro. "Mi sono basato sull'esame esterno effettuato da un medico dell'Asl, sulle fotografie e sui filmati dei Carabinieri. Il signor Panariti non aveva escoriazioni a mani, viso o ginocchia compatibili con una caduta, e la lesione alla gamba era tondeggiante, compatibile con una punta ovulare. Da lì possono essere raggiunti vasi sanguigni importanti. Il signor Giuseppe è rimasto lucido dopo il ferimento, ha cercato di tornare alla sua auto e ha percorso un tratto di strada prima di accasciarsi al suolo per l'ingente perdita ematica. Ma quella ferita non è stata causata da una caduta". Sarà ora necessario comprendere se il cervo trovato a Galbiate, sulle cui corna è stato trovato sangue compatibile con quello di Giovanni Panariti, sia lo stesso fuggito dall'agriturismo di Valgreghentino.
Il processo a carico della signora Olinka R. K., difesa dall'avvocato Paolo Giudici e mai comparsa in aula, proseguirà il prossimo 14 luglio.

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R.R.
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