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Scritto Venerdì 18 aprile 2014 alle 15:46

Calolzio: ancora sulla sala Miglio - Bolis

Mi spiace per questa decisione. Miglio non deve essere considerato un “politico di parte” ma uno scienziato della politica. Molti suoi testi sono tradotti , citati e studiati in tutto il mondo.
Mi sembra davvero una decisione poco ragionevole. Peccato!
In occasione della sua morte avevo scritto l’articolo che vi allego. Ecco una parte:
“…..Non ha mai voluto esercitare il potere, ed è per questo che l'Italia lo ha sempre maltrattato. Nel nostro paese l’onestà intellettuale e l’assenza di interessi personali sono optional a cui la cd “società civile”, sempre così pronta a inginocchiarsi di fronte ai detentori del potere, non ha mai riconosciuto il minimo valore.  Lui non è mai stato un interlocutore del potere; anzi, per tutta la vita si è messo costantemente in contrasto dialettico coi suoi detentori e custodi. E questi lo temevano. Non lo capivano perché non capivano “cosa voleva”, cosa dovevano offrirgli, cosa dovevano fare per comprarlo, per portarlo dalla loro parte. Per forza non lo capivano. Non potevano capire un uomo che per sé non voleva niente, salvo vivere in un paese più rigoroso, più civile, più serio……”
Un saluto a tutti
Giancarlo Pagliarini

ECCO IL TESTO COMPLETO DELL'ARTICOLO:

Con Gianfranco Miglio ho perso un amico e un maestro.

E' stato davvero un duro colpo.

Non mi è mai capitato di incontrare e frequentare una persona come il “profesùr”: quando l’ho conosciuto, all’inizio degli anni 80, subito, istintivamente, ho sentito che ragionavamo "sulla stessa lunghezza d’onda". Che avevamo la stessa visione del mondo, dell'uomo, del lavoro, della libertà e dei doveri. A quei tempi avevo aderito all’APRI (alleanza per la riforma delle istituzioni) e così nella “24 ore” assieme ai manuali di contabilità anglosassone avevo spesso le preziose bozze dei lavori del “gruppo di Milano” che lui aveva organizzato dall’Università Cattolica. E avevo l’articolo, ormai entrato nella leggenda, “Cantoni non Regioni” che Tommaso Zerbi aveva pubblicato il 27 Aprile 1945 sulla prima pagina del numero 1 del Cisalpino. E ricordo che in quel primo numero del Cisalpino a pagina 2 c’era già un bell’articolo di Gianfranco Miglio (“Ciò che attendiamo dagli alleati e ciò che loro daremo”) impregnato di federalismo. Cose di 56 anni fa. E’ passato più di mezzo secolo!

Miglio ha seminato cultura e saggezza per tutta la vita. Ricordo come fosse ieri che nel 1992, durante una delle prime riunioni dei neo eletti senatori della Lega, ci disse, citando Cattaneo, che “la libertà non deve piovere dai Santi del cielo ma scaturire dalle viscere dei popoli ”. Sono parole che ti scavano dentro e non si possono più dimenticare.

Quello che di Miglio mi è sempre piaciuto è senza nessun dubbio la testarda determinazione nell’ utilizzare le sue grandi capacità e conoscenze non per conquistare ed esercitare il potere, ma per impedirne gli abusi. Per questo lo considero un grande uomo, perfino più grande del Miglio scienziato.

Non ha mai voluto esercitare il potere, ed è per questo che l'Italia lo ha sempre maltrattato. Nel nostro paese l’onestà intellettuale e l’assenza di interessi personali sono optional a cui la cd “società civile”, sempre così pronta a inginocchiarsi di fronte ai detentori del potere, non ha mai riconosciuto il minimo valore.  

Lui non è mai stato un interlocutore del potere; anzi, per tutta la vita si è messo costantemente in contrasto dialettico coi suoi detentori e custodi. E questi lo temevano. Non lo capivano perché non capivano “cosa voleva”, cosa dovevano offrirgli, cosa dovevano fare per comprarlo, per portarlo dalla loro parte. Per forza non lo capivano. Non potevano capire un uomo che per sé non voleva niente, salvo vivere in un paese più rigoroso, più civile, più serio e con meno tromboni in circolazione, liberi di combinare danni e riveriti da schiere di altri aspiranti tromboni. Tutta gente che ha capito come purtroppo funziona il nostro paese e abilissimi a vendere qualsiasi cosa, incluse le idee, l’anima, gli amici e la dignità. E a dire sempre di si al potere.

Il suo rigore logico, la sua competenza e la sua capacità di "parlare alla gente" ne hanno fatto un grandissimo comunicatore che, nonostante i ripetuti boicottaggi di giornali e TV, non ha mai avuto nessun problema a fare breccia nel cuore della gente.

Nella base della Lega e di tutti quelli che volevano cambiare la cultura, e poi le leggi e la prassi del paese Miglio è sempre stato percepito come "uno di noi": come un papà o un fratello più grande che ci spiegava come stanno le cose, che ci faceva vedere che “il re è nudo” e che distruggeva i miti e i riti del potere.

Il suo linguaggio era sempre preciso, piacevole e quando necessario anche pungente. Dopotutto spesso si trattava di rendere “pan per focaccia” e di smascherare la vera natura dello Stato moderno. Che, secondo Miglio, gestisce i rapporti politici con caratteristiche storicamente datate, capaci di generare i mostri del ventesimo secolo.

Il suo grande sforzo scientifico è stato quello di cercare, individuare e descrivere istituzioni nuove e diverse, non senza avere sempre un affettuoso sguardo al passato: è nota la sua ammirazione per le comunità olandesi del Seicento, così come per i comuni padani nel Medioevo.

Miglio ha cercato di identificare e descrivere istituzioni basate su un rapporto volontario e limitato.

In poche parole e semplificando al massimo: se un tempo prevaleva l'idea per cui i cittadini dovevano essere legati al "sovrano" da un giuramento per l'eternità, il nuovo millennio avrebbe dovuto aprire le porte a un mondo più libero, proprio perché il patto di fedeltà avrebbe dovuto essere sostituito da un “contratto”. Ed è ovvio che le regole che emergono da un mercato e che vengono consensualmente accettate dalle parti che liberamente aderiscono a un contratto, sono ben diverse da regole imposte dall'alto da un sovrano. Sia esso un re o chiunque altro.

Vi sembrano cose scontate? Se la risposta è si, ricordatevi che dobbiamo ringraziare uomini come Gianfranco Miglio. Voglio ricordarvi che anni fa giravano per l’Italia testi di catechismo per le scuole medie inferiori nei quali si potevano leggere cose di questo genere:
Il discepolo chiede: “Quando il principe aggrava i sudditi con enormi tributi e scialacqua il denaro dello Stato sarà giusta la ribellione e l’insurrezione del popolo?”
Il maestro risponde: “Non sarà giusta, perché il popolo non ha diritto di giudicare sui bisogni e sulle spese del principato; e lo Spirito Santo per bocca di San Paolo ha detto ai popoli: pagate i tributi, ma non ha detto ai popoli: rivedete i conti del re ”

E' fuori discussione, e questo è un altro suo insegnamento, che gli uomini devono sempre e comunque trovare un modo di organizzarsi per andare avanti. Ma nessuna organizzazione può essere valida per l'eternità. Tutto cambia. Le volontà degli individui, i confini degli Stati, i rapporti tra le varie comunità. Ed è per questo che Miglio ebbe l'intuizione geniale della "Costituzione a termine".

L’avrò sentito mille volte spiegare che non dobbiamo considerare lo Stato come qualcosa di sovraordinato, immutabile, sacro, anziché come una istituzione di base contrattuale, un patto costituzionale con il quale dei liberi cittadini spesso di etnia e lingua diverse come in Svizzera, uniti dagli eventi della storia, decidono, liberamente e senza nessun obbligo, di mettersi a vivere insieme, secondo la legge.

E a proposito di Svizzera, un semplice ricordo personale. Ero nella sua bella casa di Como. Mi prende per un braccio e mi dice “Sai Paglia, quando mi sento stanco o deluso io vengo qui ”. Apre una finestra e esce su una terrazza. “Perché? Cosa c’è qui? “ Gli chiedo. E lui, con il suo famoso sorriso e con il braccio teso: “Perché li c’è la Svizzera “ . Scusate, era solo un mio ricordo. Andiamo avanti.

Miglio, per quanto io posso ricordare, è anche stato il primo a parlare della “fine dello Stato nazione” e del sorgere di una nuova epoca segnata dalla globalizzazione, da un lato, e dal localismo dall'altro. Solo anni dopo le sue intuizioni le abbiamo trovate nel best seller mondiale di Kenichi Omhae “La fine dello Stato-Nazione ”.

Suggeriva di eliminare le barriere tra il diritto privato e il diritto pubblico. Per i totalitari di destra e sinistra questa barriera c’è ed è a favore degli Stati. Invece per Miglio sono gli uomini che hanno dei diritti e questi diritti non possono essere mai legittimamente infranti da nessuno, nemmeno dallo Stato.

Credo che Miglio abbia influenzato Marco Vitale quando scriveva sul Sole 24 ore che “Il cosiddetto “primato della politica” è un’idea falsa e una società libera e aperta è sempre dualistica. Poggia cioè su una assoluta eguaglianza tra privato e pubblico” (“Una Costituzione per rifare l’Italia”, 9 Dicembre 1990), e vi assicuro che io ho pensato a Miglio quando alla Camera ho cercato di inserire proprio questo concetto nella Costituzione. Quell’emendamento naturalmente è stato bocciato dai rappresentanti del potere di sinistra ma, per la verità, nella circostanza non mi era sembrato particolarmente apprezzato nemmeno dai loro colleghi di centro e di destra. A volte, e anche questo me lo ha insegnato Miglio, nei Parlamenti il potere è rappresentato più e meglio dei popoli.

Un altro insegnamento, un’altra profonda convinzione che devo a Miglio, è che lo Stato non ha e non deve avere competenze "naturali". L’uomo è naturale, non gli Stati. Dunque sbagliano quelli che sostengono che certi compiti competono allo Stato e non possono mai e in nessun caso essere affidati ai privati.

Prima di lui, nel 1934, Carlo Rosselli scriveva “Vi è un mostro nel mondo moderno –lo Stato- che sta divorando la società…. Questo Stato bisogna abbatterlo… Avremo bisogno anche domani di una amministrazione centrale, di un governo, ma così l’una come l’altro saranno agli ordini della società e non viceversa. L’uomo è il fine, non lo Stato.” (Contro lo Stato, pubblicato in Giustizia e Libertà il 21 Settembre del 1934). Capite che scavando ancora all’indietro si arriva direttamente alla Rivoluzione Francese: il centralismo giacobino diventa Stato, lo Stato diventa Nazione, la Nazione diventa sacra. A quei tempi il traduttore del “Federalist”, il povero Trudaine de la Sablière, finiva sul patibolo. Al nostro profesùr è andata meglio: lo hanno “solamente” messo all’indice e accusato di tutto, impedendogli di operare in modo ancora più incisivo per cambiare la cultura del nostro paese.

Pensavo alle discussioni con Miglio quando ho provato ad inserire nella legge costituzionale sul cd “ordinamento federale della Repubblica questo articolo: “I Comuni, le Province, le Regioni e lo Stato esercitano solo le attività che non possono essere svolte in modo più efficace dall’iniziativa autonoma dei privati.” I detentori del potere statale naturalmente lo hanno subito bocciato.

Si sente talvolta affermare che lo Stato dovrebbe "delegare" ai privati certe competenze. Nulla di più sbagliato: il profesùr ci ha spiegato che lo Stato non può delegare nulla, perché è esso stesso oggetto di deleghe. I diritti appartengono originariamente ai cittadini e alle loro comunità locali. E sono loro che possono liberamente decidere di assegnare certi compiti ai governi centrali. Negare questa semplice verità significa aver perso la strada della logica e del buonsenso.

Io sono assolutamente sicuro che i preziosi insegnamenti che Miglio ci ha lasciato in eredità non andranno dispersi e che riusciremo a metterli in pratica e ad inserirli nelle Costituzioni dei popoli europei.

E quando ci saremo riusciti il nostro “profesùr” ci guarderà con il suo sorriso sornione, si accenderà un mezzo sigaro e ci dirà “Oh, era ora ragazzi. Meglio tardi che mai !”

Giancarlo Pagliarini
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