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Scritto Lunedì 13 gennaio 2014 alle 08:30

Merate:l'Aido incontra le classi quarte di ''Viganò'' e ''Agnesi''. Nei racconti di 4 meratesi 'rinati' l'importanza della donazione

Un video di forte impatto. Le parole del presidente del Gruppo comunale “Don Carlo Gnocchi” di Merate, Cernusco e Montevecchia Bruno Bosisio e quelle del “collega” Daniele Sorzi alla testa dell’Aido di Robbiate, Paderno ed Imbersago. L’intervento del chirurgo Paolo Aseni dell'Ospedale Niguarda di Milano, con il suo carico di dati e di curiosità storiche. E soprattutto le testimonianze rese, di persona, dai “rinati”, emozionati ed emozionanti nei loro brevi interventi.

Bruno Bosisio, Daniele Sorzi e il dottor Paolo Aseni

Questo il “materiale” fornito ai ragazzi delle classi quarte degli Istituti meratesi Agnesi e Viganò, chiamati a partecipare, in forma volontaria, all’edizione 2014 del Concorso Aido “Donare a cuore battente” che prevede lo svolgimento di un testo libero, un tema oppure un articolo di giornale incentrato sulla donazione di organi, tessuti e cellule. Per confezionare i loro elaborati, i ragazzi avranno 30 giorni, scattati dall’11 gennaio: sabato mattina, infatti, presso l’Aula Magna esterna ai due poli scolastici, hanno potuto partecipare all’incontro formativo-informativo promosso dal consiglio direttivo della sezione meratese, un’occasione per “entrare in contatto” con una questione delicata, lontana ma nemmeno troppo: “potreste essere chiamati anche voi a decidere per altri – ha infatti ricordato agli studenti Sorzi nella sua introduzione – meglio quindi discuterne prima, così se succede si sa di cosa si sta parlando”. Ecco dunque l’invito a iscriversi all’Aido o a sottoscrivere una dichiarazione di volontà presso le sedi Asl: un gesto che potrebbe donare vita a uno dei 9.132 italiani al momento in attesa di trapianto (oltre 200 dei quali in età pediatrica), una lista destinata ad allungarsi se si confermerà il trend negativo registrato nel 2013 con una flessione di 600 espianti rispetto all’anno precedente.

In aumento, invece, come confermato dal dottor Aseni, la percentuale di donatori viventi che ha raggiunto, nel nostro Paese, quota 5% (ma decisamente più rampante in altri contesti come gli Stati Uniti oppure il Giappone e la Cina dove, per ragioni culturali-religiose, non si procede al prelievo di organi da deceduti). Nel complesso, in ogni caso, l’Italia, spesso fanalino di coda in altre graduatorie, svetta in Europa (preceduta solo dalla Spagna) per numero di donatori per milioni di abitanti. Nel nostro Continente, poi, tale rapporto, secondo le statistiche citata dal professionista, non recentissime ma comunque attendibili,  è pari a 15,9 mentre nell’America del Nord sale a 20,7 per precipitare in Africa (dove i trapianti avvengono solo in Sud Africa) Asia e Sud America.
“L’idea nasce già con la mitologia” ha spiegato il medico ai tanti alunni presenti in sala e elevando a esempio la chimera, mostro il cui corpo è ottenuto assemblando elementi di più animali. “Il tema è poi presente nelle allegorie”: il sacrestano dei santi Cosma e Damiano, dopo l’amputazione di una gamba, viene salvato con l’innesto di un arto di un moro morto in guerra. La leggenda lascia però poi spazio alla storia, all’esperimento del professor Staudacher compiuto “sacrificando due san bernardo”,  al primo trapianto di rene effettuato dall’equipe del professor Belli nel 1972 e quello di fegato da vivente del 2001, solo per citare l’esperienza del Niguarda, struttura dove opera il dottor Aseni definita, dallo stesso, “ricchezza per la Lombardia” con oltre 2.800 impianti di rene, 1.600 di fegato e 1.100 di cuore eseguiti.

“Tanti ancora oggi gli aspetti “enigmatici”” ha raccontato il chirurgo che ha così parlato di aspetti tecnici come la tolleranza immunologica con il meccanismo del rigetto ancora molto variabile e di temi etici, legati soprattutto al prelivo di organi da pazienti vivi ma anche da cadaveri. Nel primo caso, “in testa tra i donatori ci sono le mamme e le mogli, più difficile che siano i mariti in favore delle consorti” ha scherzato, facendo sorridere la sua giovane platea. “I pazienti operati, poi stanno bene” ha infine rassicurato, mostrando anche qualche foto delle olimpiadi dei trapiantati che vengono disputate ogni due anni. La migliore conferma di quest’ultima affermazione è però arrivata dai “rinati”, quattro meratesi che hanno raccontato agli studenti quanto vissuto in prima persona.

“A luglio 2010 ho ricevuto al Niguarda un fegato nuovo” ha esordito Ambrogio. “Sei anni prima avevo fatto gli esami: stavo bene ma mi era già stata paventata l’ipotesi del trapianto. E in effetti poi sono andato peggiorando sempre più come mi era stato prospettato fino ad arrivare al punto di non riuscire nemmeno più ad allacciare le scarpe. A quel punto ti resta solo di aspettare la telefonata: ricordo tutto di quel giorno”. Il riferimento ovviamente è alla chiamata che avvisa il paziente della disponibilità di un organo compatibile e dell’avvio di tutta quella complessa macchina di accertamenti e “operazioni” logistiche da mettere in atto. “Un grande lavoro della struttura” conferma il signor Ambrogio. “Tante persone lavorano per te. Quando, dopo l’intervento, ti svegli e capisci di essere ancora vivo è una cosa bellissima! Con la riabilitazione, poi, si ricomincia tutto da capo ma la vita alla fine riprende come prima. Io mi sento davvero un rinato: a luglio, ogni anno, festeggio il mio secondo compleanno!”.

Ambrogio e Teresina

“Il 18 dicembre ha segnato la mia rinascita” conferma anche la signora Teresina. “Ho attraversato trent’anni di malattia, i primi 25 ho però vissuto normalmente, in giro anche per il mondo. Otto anni fa ero in viaggio a Shangai: ho avuto un tracollo, sono stata ricoverata d’urgenza in un ospedale cinese. Volevo tornare a casa ma prima di mettermi su un aereo i medici volevano capire se fossi in grado di reggere una attraversata così lunga. Sono arrivata e mi hanno ricoverato a Merate, era notte: sono andata in coma”. Ripresasi, il calvario della signora Teresina è però ricominciato: “ho avuto tre anni di tregua durante i quali abbiamo tentato ogni cura ma è andata male. Sono seguiti cinque anni di sofferenze con interventi tampone. L’anno scorso, a metà dicembre, mio marito mi ha trovata in coma”. Si è così reso necessario un nuovo ricovero d’urgenza. “Mi sono svegliata che era sera. Ho passato tutta la notte a ripetere le tabelline  per capire come era messa la mia memoria”. Poi l’annuncio tanto atteso: “guardi, forse c’è un fegato per lei ma fino a questa notte non ne avremo la certezza”. E il conseguente trasferimento nel reparto trapianti: “mi ero sempre immaginata il momento della chiamata come un momento terribile invece ho passato tutta la sera, dalle cinque alle undici, con mio marito, uno dei miei figli e un suo amico con tranquillità, come se stessimo vedendo un film. Quando, dopo l’intervento, ho ripreso conoscenza capivo che avevo l’ossigeno e i tubi attaccati. Con la mano, però, mi toccavo per capire se il trapianto fosse stato fatto o meno, non sentivo dolore, “magari non me l’hanno fatto” pensavo”. E invece l’operazione era stata eseguita al meglio: “la seconda volta che mi sono svegliata dal dormiveglia, ho visto una persona che guardava i monitor: era senza camice. “Chi è lei?” ho domandato. “Il professor Rossi” mi ha risposto. Ho chiesto dell’intervento, non sentivo davvero niente. “Lei ha dormito ma noi abbiamo lavorato tutta notte” ha detto lui”. Poi ho avuto una ripresa molto veloce”  ha aggiunto la meratese che ha concluso il suo discorso con una dichiarazione di gioia: “quanto sono stata fortunata ad aver trovato una persona che  mi ha donato questo organo per vivere!” ha riconosciuto commossa.

Ferruccio e Emanuele

Un piccolo soffio al cuore, invece, Ferruccio, 68 anni di Pagnano, l’ha sempre avuto, ha spiegato ai ragazzi del Viganò e dell’Agnesi. “Sono però sempre stato uno sportivo: per 15 anni ho giocato come portiere nell’Ac. A 37 anni, per questioni assicurative, sono stato invitato a fare esami più appropriati”. E’ in quel momento che “mi viene trovata la stenosi aortica. A 47 anni, ho un peggioramento: vengo ricoverato al San Raffaele dove mi viene messa una valvola in carbonio”. Siamo dunque nel 1992: “fino al 2005 non ho più avuto problemi, neppure con il lavoro: sono diventato dirigente industriale, ho fatto carriera e girato il mondo.  E’ però arrivato il momento di mettere il defibrillatore al cuore. Fino al 2008, poi, sono sempre andato bene”.  Sei anni fa, però, il tracollo. All’Humanitas il dottor Gronda, che l’ha preso in carico, gli annuncia “devi essere trapiantato”. “Mi ha dato, con molta chiarezza,  un anno e mezzo di vita, a giugno 2009”. Ferruccio si è così iscritto al centro trapianti di Pavia: “per un anno e mezzo la telefonata non è mai arrivata” anzi, nel frattempo, un altro medico gli "confida" “lei avrebbe dovuto già essere operato un anno fa”. Iniziano così le traversie per vari nosocomi fino al trasferimento, nel 2010, al centro di Udine con un continuo “andirivieni casa – ospedale. Sono arrivato a prendere due Lasix da 500 al giorno per via del gonfiore alle gambe ma ho sempre continuato anche a lavorare: sono un tipo energico!”. A maggio 2011 un nuovo ricovero all’Humanitas: “in 15 giorni mi hanno rimesso in condizioni di poter essere trapiantato. A giugno è stato così disposto il mio trasporto a Udine in elicottero. All’arrivo però, ad attenderci, non c’era un’ambulanza ma  per un errore, un pullmino. Nell’attesa dell’arrivo del mezzo giusto devo aver preso un colpo d’aria: mi è venuta la polmonite e sono passati altri 20 giorni. Il defibrillatore non era mai partito: una notte è scattato. Ho fatto un salto sul letto che non auguro a nessuno. Il 4 agosto è arrivato un cuore adatto a me. “Lo portiamo giù ma non sappiamo se lo riportiamo indietro” hanno detto i medici alla mia famiglia. E invece, dopo 14 ore di intervento, sono rinato”. La ripresa è stata lunga e non facile, per il signor Ferruccio e nemmeno per i suoi cari. “Cercavo di dar loro la forza per stare sereni. Ho pregato molto ma non ho mai pensato di morire: ci credevo! Dopo l’intervento le cose sono andate bene ma non stavo più in piedi”. Con tenacia la ripresa è stata però completa. “Devo ringraziare la generosità della famiglia che ha scelto di donare il cuore che ho ricevuto e la bravura dei dottori che mi hanno seguito” ha concluso il pagnanese prima di cedere il microfono a Emanuele, trapiantato di rene che ha esordito sgridando quegli studenti che, nel corso della mattinata, si sono distratti giocando al cellulare o che hanno prestato poca attenzione ai relatori perché “quello di cui vi hanno parlato potrebbe succedere a chiunque di voi. A 18 anni urinavo sangue” ha poi raccontato. “Mi è stata diagnosticata l’insufficienza renale cronica. Sono arrivato a 34 anni con i farmaci. Poi ogni due giorni venivo attaccato ad una macchina altrimenti sarei finito in una cassa di legno sotto due metri di terra. La dialisi è una “cura” per la sopravvivenza. Ieri però ho festeggiato 7 anni dal giorno del mio trapianto di rene. Non  ci penso: sono tornato completamente alla normalità”. Una nuova, lunga, vita…
A.M.
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