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Scritto Martedì 02 novembre 2010 alle 17:26

Rotasperti: giusto ricordare i meriti Ma Merate con lui rischiò di perdere la funzione di presidio per acuti

L'improvvisa e prematura scomparsa di Roberto Rotasperti ha suscitato un'ondata di commozione e cordoglio che si è manifestata con dichiarazioni e comunicati intrisi di elogi e riconoscimenti al lavoro svolto dal manager della sanità. Succede sempre così. Mons. Cecchin, prevosto di Lecco, si era lasciato andare ad una sorta di elegiaco ricordo di Luciano Tommaselli, dimenticando la realtà fatta di scontri durissimi con diversi colleghi giudici e del trasferimento disposto dal CSM, su ricorso dell'allora PM Luca Masini, per motivi che non staremo qui a citare, ma che erano sicuramente molto gravi. Succede sempre così quando una personalità ci lascia, dicevamo. Nel caso di Rotasperti sono state elevate menzioni dagli ambienti della politica di destra e di sinistra, e fin lì nulla di nuovo, e da qualche operatore lecchese. Ma il meratese è rimasto in silenzio. Forse non a caso. Una ragione va ricercata nella denominazione stessa pensata da Rotasperti per la nuova organizzazione dei presidi ospedalieri su base provinciale: Azienda ospedaliera "Ospedale di Lecco". In questa denominazione c'era tutta la volontà del top manager di dedicare ogni centesimo utile al mastodontico Alessandro Manzoni di Germanedo, da lui inaugurato assieme al presidente Formigoni, e una sorta di disprezzo per il San Leopoldo Mandic, ignorato sin nel nome. Non si trattava, naturalmente di una questione di campanile. Rotasperti tentò concretamente di realizzare la denominazione dell'Azienda, limitata al solo Manzoni come presidio per acuti, smontando il Mandic per declassarlo a struttura di lungodegenza e mettendo sul mercato immobiliare l'Umberto I° di Bellano, già peraltro degradato da presidio per l'acuzie a centro di riabilitazione. La Brianza meratese-casatese avvertì il gravissimo rischio e scese in piazza per fermare l'operazione. Ma Rotasperti non era uomo che prestava orecchio al territorio. Forse eseguiva degli ordini regionali o forse inseguiva soltanto un suo progetto. Non lo sapremo mai. Di certo con la chiusura dell'Anatomia Patologica intendeva procedere allo smantellamento dei reparti operativi, come Chirurgia, Rianimazione e Pronto soccorso. Il resto sarebbe venuto da sé. Si opposero persino Dario Perego e Maurizio Lupi, sindaco e deputato, entrambi del Pdl come Rotasperti, ma ricevettero una risposta ambigua. Fu solo la mobilitazione dei sindaci e poi della popolazione a mettere un freno al disegno. Poi, l'1 gennaio 2003 cambiò il vertice, Rotasperti lasciò Lecco per Varese e i nuovi dirigenti, Piero Caltagirone, Alberto Zoli e Isabella Galluzzo, comprese le ragioni del territorio e messo a punto il piano di riorganizzazione della rete sanitaria lecchese, invertirono la rotta rifinanziando la crescita del Mandic e mantenendo in attività l'Umberto I°. In cinque anni i nuovi vertici aziendali riposizionarono ruoli e funzioni dei due presidi per acuti dimostrando nei fatti che riservare l'acuzie al solo ospedale di Lecco avrebbe alla lunga messo in crisi anche i suoi conti. Non a caso, poi Caltagirone fu destinato al San Matteo di Pavia con Isabella Galluzzo ancora nel ruolo di direttore amministrativo d'azienda e Alberto Zoli alla guida della prima struttura regionale per l'emergenza-urgenza. Ma se questo fu l'errore strategico più grave commesso da Rotasperti non si può sottacere lo sbaglio tattico compiuto con la costituzione di Hospital service Spa, la società mista con socio di maggioranza l'azienda ospedaliera stessa e di minoranza i tre fornitori di pulizie, lavanderia e pasti. Carlo Spreafico, all'epoca alla testa della Cisl approvò il progetto e ancor oggi lo ha difeso ritenendolo innovativo. Peccato però che sia costato qualche milione in più di maggiori costi rispetto alla media regionale e che solo la successiva rinegoziazione ha consentito di limitare i danni. Almeno queste furono le conclusioni del perito esterno incaricato dal top manager milanese di studiare il "caso" Hospital Service; finito anche sul tavolo dell'allora procuratore della Repubblica Annamaria Delitala, dov'è rimasto fino alla presunta archiviazione, e su quello della Tributaria di Milano che lo ha analizzato e poi girato, con copiosa documentazione sequestrata dalle Fiamme Gialle, alla Corte dei Conti. Forse nelle intenzioni l'idea di creare un'azienda mista che fornisse servizi non sanitari aveva del buono ma certo funzionò pessimamente anche dal punto di vista amministrativo con capitolati imprecisi, proroghe di durata e ampliamenti della base a gara chiusa. O forse l'operazione servì soltanto per recuperare 15 miliardi (le aziende private dovevano offrire cash per partecipare alla gara di assegnazione dell'appalto, non sconti a base d'asta) da destinare alle operazioni di trasferimento e apertura del Manzoni. Comunque sia non portò ai risultati sperati e ora si tornerà in gara ordinaria. Come succede ovunque. Ci sarebbero anche da aggiungere i rapporti non sempre cordiali con la sottostante struttura dirigenziale e la totale ritrosia a misurarsi con i rappresentanti elettivi del territorio, giustificata con la frase, "io rispondo solo alla regione". Ma ci perderemmo in inutili esemplificazioni. Roberto Rotasperti dedicò in effetti gran parte della sua vita alla sanità e fu davvero il padre del nuovo presidio ospedaliero di Lecco, nato già vecchio con i suoi 920 posti letto, oggi accreditati non più di 550, quando già tutti gli studi indicavano in 400 posti letto la misura ideale per gli ospedali moderni, dove la permanenza in corsia è ridotta ai minimi termini. Quindi molti degli elogi sono senz'altro meritati. Ma ci sono fatti che non possono essere dimenticati. E noi non siamo così ipocriti da scrivere ora, perché Rotasperti è scomparso, cose diverse da quelle che scrivevamo quando era vivo.
Claudio Brambilla
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