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Scritto Mercoledì 02 ottobre 2013 alle 21:05

Neuropsichiatria infantile/1: un'equipe per la presa in cura da 0 a 18anni. L'ambulatorio per 20 ragazze con disturbi col cibo

Reduci dal “viaggio” nell’ambito meratese della struttura complessa di Psichiatria dell’Azienda Ospedaliera della provincia di Lecco (si veda http://www.merateonline.it/articolo.php?idd=33029&origine=1), “sfrutteremo” ora l’iniziativa “Fuori di testa” per avventurarci alla scoperta della Neuropsichiatria per l’Infanzia e l’Adolescenza, il secondo “ramo” di cui si articola il Dipartimento di Salute Mentale diretto dal dottor Antonio Lora, già nostra guida nella precedente esperienza.

Il direttore  dr. Ottaviano Martinelli
“La nostra struttura è entrata recentemente a far parte del Dsm. Prima afferivamo al Dipartimento Materno Infantile” spiega il dottor Ottaviano Martinelli direttore del servizio verso il quale abbiamo fatto rotta. “Ciò ha sicuramente contribuito a migliorare l’integrazione nel percorso di cura”. La Neuropsichiatria per l’Infanzia e l’Adolescenza si rivolge infatti alla popolazione in età pediatrica (da 0 a 18 anni) con disturbi neurologici, cognitivi e psichiatrici (cronici ed acuti). Nel corso dello scorso anno, sono stati ben 3129 i pazienti seguiti, 1554 a Lecco e i restanti nei presidi territoriali di Merate (1117) e Bellano (458) di cui il 43% è risultato affetto da problemi neuropsicologici, il 17% da problemi neurologici (epilessia, cefalea, disturbi motori) e  il 12% da problemi psichiatrici, tra i quali riveste certamente un ruolo importante, nella sua complessità, la psicopatologia dell’adolescenza.
“La nostra attività ha sicuramente una sua specificità e, allo stesso tempo, una sua molteplicità di interventi” prosegue il direttore sottolineando come oltre che in sede, al terzo piano del Manzoni, e nei due poli territoriali, una grossa fetta del lavoro portato avanti dai “suoi uomini” si svolga nei reparti di degenza sottoforma di consulenza: “siamo molto radicati nella realtà ospedaliera” sottolinea infatti Martinelli evidenziando poi come una delle caratteristiche pregnanti della sua struttura, la necessità di operare in equipe: il percorso di diagnosi e cura vede infatti spalla a spalla neuropsichiatri, psicologi, infermieri, educatori e terapisti. “Il gruppo è poi da estendere con il coinvolgimento anche di altri interlocutori. In primis i genitori e dunque il nucleo famigliare che deve diventare parte attiva del lavoro terapeutico riabilitativo e la scuola con gli insegnanti. Ci rapportiamo poi con i servizi sociali in particolare per interventi per pazienti seguiti dal Tribunale dei minori, con altri enti sanitari e con l’autorità giudiziaria. Non meno importante la collaborazione con le associazioni”.

Gravitano infatti intorno alla Neuropsichiatria per l’Infanzia e l’Adolescenza, sperando di non dimenticare nessuna realtà, l’Associazione per lo Sviluppo del Potenziale Cognitivo (Aspoc), l’Associazione Epilessia Lombardia Onlus, il Centro Compiti Point, la Fondazione Moretti (che ha “regalato” alla struttura due aule informatiche divenute davvero preziose per gli interventi riabilitativi di gruppo) e last but not least, l’Associazione Patrizia Funes con la quale è nato e si è sviluppato il progetto per un laboratorio di movimento creativo riservato alle adolescenti con disturbi alimentari, progetto che sarà presentato il prossimo 10 ottobre all’interno delle iniziative legate alla Giornata mondiale della Salute Mentale.  Esso rappresenta la “chicca” dell’ambulatorio affidato alla dottoressa Marina Zabarella, al quale dedichiamo la prima puntata di questo nostro focus sulla Neuropsichiatria per l’Infanzia e l’Adolescenza.

La dottoressa Marina Zabarella
“Il nostro è un piccolo ambulatorio che si occupa di pazienti con disturbi del comportamento alimentare e dunque con anoressici o bulimici” spiega la responsabile, citando due patologie “rampanti” di questi tempi che richiedono dunque “una risposta clinica e un percorso terapeutico adeguato”. La prevalenza di anoressia e bulimia, in base alle statistiche prese in considerazione, varia infatti dallo 0,5 al 2% nella popolazione generale con esordio principalmente tra i 12 e i 25 anni. “La concentrazione si ha tra i 14 e i 19 anni, tra gli adolescenti e i giovani adulti” aggiunge la dottoressa Zabarella che sottolinea poi come si tratti prevalentemente di due malattie di genere e dunque “al femminile”, seppur non manchino anche casi di pazienti maschi. “Sono patologie complesse che coinvolgono sia il funzionamento psichico che fisico. L’anoressia può essere descritta come l’impossibilità di mantenere il peso corporeo al di sopra del limite di salute. Spesso è associata comportamenti attivi (un eccesso di movimento) oppure a meccanismi quali il vomito autoindotto oppure l’abuso di purganti e lassativi. Si rileva in presenza di variazioni endocrine che portano all’assenza di almeno tre cicli e alla distorsione dell’idea della propria immagine corporea. La bulimia invece si ha in presenza di atteggiamenti quali “l’abbuffamento” almeno 2 o 3 volte la settimana per 3 mesi, atteggiamenti ai quali fanno seguito crisi. Può essere accompagnata o meno dalla perdita di peso. Entrambe possono dare delle complicanze. L’anoressia, portando tutto all’eccesso per non cura, può causare la morte per arresto cardiaco. Senza arrivare all’estremo, genera comunque alterazione del ciclo mestruale e può comportare la possibilità di osteoporosi precoce, danni alla pelle e agli organi interni. La bulimia ha complicanze a livello dentale, gastroenterologiche, cardiache (dovute alla perdita di elettroliti)…”.
Le cause? “Non si sono cause identificabili. Si tratta di disturbi a diffusione piuttosto orizzontale senza differenze di ceto, reddito o livello di scolarità. Ogni ragazza ha una storia propria che la porta a questa “fatica”. Spesso sono legati a fattori traumatici, separazioni affettive, lutti, difficoltà nel relazionarsi: ma nessuna è la causa unica. Sono ragazze che si sentono incapaci di gestire la propria vita e fanno ricorso a questo sistema anomalo di controllo dell’alimentazione. Sicuramente vi è, in ogni caso, una grande sofferenza psicologica. Sono solita dire alle mie pazienti che il ventaglio di sintomi può essere uguale ma dietro vi è la storia di difficoltà di ognuna di loro”.
Al momento sono 20 le ragazze prese in carico dall’ambulatorio, arrivate presso la struttura lecchese o per accesso diretto oppure perché inviate dal Pronto soccorso, dalla Pediatria o dal medico di medicina di base. Il percorso di cura si apre con un’iniziale valutazione medico-psichiatrica a cui fa seguito una valutazione psicologica per costruire una motivazione al trattamento, spesso “rifiutato” dalle pazienti alle quali viene offerto anche un supporto dietistico (avvalendosi di risorse interne all’Ao): si cerca di stabilire un’alleanza terapeutica per arrivare a una alimentazione adeguata, valutando il fabbisogno calorico individuale giornaliero. Non mancano poi colloqui anche con la coppia genitoriale, nell’ottica sempre di trovare “alleati famigliari” per affrontare la malattia.
“Abbiamo la necessità di avere un approccio multidisciplinare” prosegue la dottoressa Zabarella. “Alla prima visita, che avviene tenendo conto dei tempi di attesa, seppur queste pazienti abbiano un canale di priorità, fanno seguito incontri periodici con la neuropsichiatra e il gruppo delle psicologhe nonché con altri specialisti. Il tutto avviene ambulatorialmente ma se dovessero verificarsi condizioni critiche si può ricorrere al ricovero ospedaliero, nel corso del percorso, per andare incontro a esigenze di tipo fisico o psicologico. Alla prima fase diagnostica succede dunque la fase di presa in carico concordata con la paziente e la famiglia. Da qui alla dimissione occorrono 1 – 2 anni”. Gli indicatori, secondo le linee guida internazionali, per poter parlare di “guarigione” sono la ricomparsa del peso adeguato, delle mestruazioni e di una percezione del sé corporeo non alterato. Il tutto accompagnato da un “benessere” emotivo-psicologico che va di pari passo.
Alice Mandelli
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