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Scritto Domenica 24 ottobre 2010 alle 17:11

Merate: bar, locali e trattorie solo dove e come vuole la Giunta Il nuovo regolamento del commercio, cintura di castità padana

Ci risiamo. Cambiano i simboli, ma non le teste. La giunta municipale di Merate è pronta a portare in Consiglio Comunale il nuovo testo che regolamenterà per i prossimi cinque anni sia le nuove che le già esistenti attività di pubblico esercizio. Parliamo di bar, ristoranti, sale da ballo, discoteche, locali notturni e così via. Dopo lo sventato tentativo, attribuibile alla giunta di centrosinistra di Battista Albani, di licenziare un regolamento del commercio ambulante zeppo di errori e una disciplina delle fiere e mercati di inaudita indecenza, oggi è la nuovissima e giovane giunta destro leghista di Andrea Robbiani a tentare l'affondo con una nuovissima regolamentazione di bar, ristoranti e affini che arriva a soli 4 anni di distanza dalla precedente.
Diciamo subito che si tratta di un corposo documento purificatore, una sorte di "cattolico lavacro" con il quale disinfestare e neutralizzare quelle forme di "commercio somministrativo" che non piacciono alla Lega. Sotto questo profilo il documento già sottoposto al parere dell'assemblea dei capigruppo consiliari appare ridondante, ripetitivo, addirittura gonfio di disposizioni che non passerebbero mai al vaglio di quella sorta di consulta amministrativa che è il Tar. Si cita la direttiva Bolkestein e la si viola. Si richiama come superiore la norma statale e la si viola. Si citano i richiami della giurisprudenza e poi si ignora la più recente che va in senso diametralmente opposto agli obiettivi di risanamento ambientale che il sindaco Robbiani vuole conseguire.
Quindi l'assessore Giuseppe Procopio non si faccia impallinare. Non faccia la mela bersaglio di tecnici ed esperti che si fanno pagare in funzione del numero delle pagine. E soprattutto il giovane procuratore legale non accetti che la legge venga usata come fazzoletto medicamentale che rechi il suo timbro e la sua firma. La regolamentazione regionale dei pubblici esercizi consta di 20 articoletti datata febbraio 2010. Merate impiega 46 pagine di programmazione e 58 di regolamento. Sono 104 fogli quando ne basterebbero 20 scritti in semplice e scorrevole lingua italiana. Chissà che penserebbe Calderoli, paladino della semplificazione di carta.
Nel merito. Sono quattro le parole che abbondano e che irritano perché riportano indietro di 40 anni la normativa commerciale: contrattazione, negoziazione, monetizzazione, intrasferibilità. Tradotto: chi vuole aprire un bar deve trattare con l'amministrazione comunale, la quale dirà se puoi aprirlo, dove puoi aprirlo, se i locali vanno bene, se i vicini di casa ci stanno, quanti parcheggi devi avere o quanto devi pagare se non li hai e soprattutto ti sarà detto che, aperto il locale, non lo puoi trasferire. Qui sì, là no. Qui forse, là mai. Decide il comune la tua scelta imprenditoriale. Alla faccia della certezza del diritto. Qui rimettiamo tutto in mano alla compiacenza del funzionario o dell'assessore di turno. E' come se fosse la giunta Robbiani a decidere quale donna diventerà tua moglie e che per cambiarla devi aprire un tavolo di rinegoziazione. Ma scherziamo?


Poi: il testo proposto attrae alla sua disciplina restrittiva attività che con la somministrazione di alimenti e bevande non ha nulla a che vedere. E' il risultato - che io definisco, in modo edulcorato, forma di chiusura mentale - della politica della Lega Nord di restaurazione delle nobile tradizioni padane. Ed ecco che i "centri di telefonia fissa" e "gli internet point" assumono nella visione della giunta di Merate l'aspetto di bui, rissosi e fumosi ambienti per fumatori ebbri di alcool e droga. Ed ecco che mentre i laboratori artigiani di pane, pasticceria e gelati ricevono l'etichetta benedicente della padanità, i laboratori di pizza da asporto e di altra gastronomia non indigena, quali sono i kebab, ricevono la stella gialla della discriminazione. Ma dove siamo?
Ironia vuole che la premessa che introduce la nuova disciplina inneggi alla sicurezza, alla libertà d'impresa e alla dignità umana.
Nel centro storico di Merate (poi ci sono altre 5 zone coincidenti con le frazioni disciplinate ad hoc) non si potranno aprire bar, ma solo ristoranti e anche questi senza piano bar perché si è constatata una "totale carenza di locali di buona ristorazione e di pregio". Definizione inelegante se si pensa che in centro c'è un solo ristorante che, per chi vi ha mangiato, è di esatto segno contrario. E chi vuole aprirlo deve sottoporre il progetto ad una valutazione circa la sua "sostenibilità storica, ambientale, sociale, viabilistica che non leda il diritto dei residenti alla vivibilità del territorio e alla normale mobilità". Follia. Il Comune può sempre dire che non gli piace il progetto, l'ubicazione e financo il..... menù. Ma chi lo ha scritto sa quello che voleva dire? Infine (e mi fermo qui per cristiana tolleranza perchè ne potrei scrivere dieci di articoli sulla materia e ognuno diverso dall'altro), il Comune s'inserisce di prepotenza nella destinazione sia urbanistica che d'uso dei singoli edifici per proibire l'apertura di phone center, internet point, pizzerie e kebab da asporto. Sono quattro casi di discriminazione razziale che gli articoli 11 e 12 del Dlgs 59/2010 di recepimento della Bolkestein non ammettono, ma qui siano in Padania e pare si possa fare. Lo legittimerebbero quegli imperativi motivi di interesse generale che la legge definisce "ragioni non altrimenti risolvibili di sostenibilità ambientale, sociale e di viabilità". Evidentemente a Merate stiamo peggio che a Napoli.
L'annesso regolamento è a sua volta infarcito di una serie di procedure burocratiche ingestibili e contenute in termini talmente stringenti che suonano un insulto se confrontati con i tempi lentissimi della burocrazia comunale. Tre giorni, sette giorni, quindici giorni, quasi ci si rivolgesse a interlocutori che non hanno altro da fare. Sono termini ordinatori, se non si rispettano nulla accade se non irritazione pubblica e reazione privata. E' un invito a litigare e basta. Ancora una volta ignora l'esistenza della società di fatto. Richiama poco e male le leggi di riferimento e non ne allega il testo vigente per una rapida consultazione e comparazione. Introduce la sanzione della chiusura dell'azienda a discrezione (?) del funzionario comunale anche in assenza di preventiva diffida. Suggerisce al titolare del bar di predisporre e dotare il locale di uno strumento per una volontaria analisi alcolemica dei clienti e se non lo fa gli chiude il locale. Si punisce il barista e non l'ebbro. E si potrebbe continuare.
Cos'è allora il mio articolo, un'accusa di incompetenza? No, se lo fosse chiederei nomi e cognomi degli estensori. La mia è una critica alla neonata abitudine di disciplinare l'attività economica secondo una visione politica di parte. Non si può e non si deve. Il sindaco Robbiani ha il diritto di valutare inidonee, perché disturbanti la quiete notturna pubblica, alcune attività di attrazione di clientela post diurna, ma non può imporre diktat di sapore politico. Se non vuole altri bar, altri kebab, altre pizzerie, altri phone center e altri internet point nelle zone qualificate della città deve operare sul fronte del requisiti igienico sanitari, della sorvegliabilità e dell'impatto acustico. Deve riassumere queste tre legittime armi di tutela pubblica all'interno del requisito degli spazi minimi che devono avere i locali destinati a tali attività. Non lo può fare perché glielo proibisce l'articolo 8 degli indirizzi regionali del 23 gennaio 2008 n. 8/6495? Chi governa in Regione? O ottiene cambiamenti o vi si adegua, ma proibire al proprietario di un immobile di darlo in locazione a un Internet Point non lo può fare. Intervenga sugli orari, lanci una campagna diretta ai Condominii perché nei loro regolamenti introducano specifici divieti d'uso dei locali. Chieda alle Asl di dare contenuti numerici precisi e motivati al concetto regionale di "superfici adeguate". Quello che il sindaco non può fare è di arrogarsi il diritto tipico degli imperatori romani di adottare la politica del pollice in funzione dell'umore del momento.
Il regolamento dei pubblici esercizi che il Comune di Merate si accinge a licenziare con il voto dell'aula merita una attenta rivisitazione. Non c'è fretta. Meglio ripassarlo pagina per pagina e farlo leggere anche agli esperti della Confcommercio di Lecco confidando in scienza e conoscenza. La mia impressione è che sia stato acquisito il testo di un'amministrazione leghista di riferimento e lo si sia calato in Merate con gli opportuni adattamenti. E a coloro che a Palazzo hanno fatto da passacarte consiglio la lettura della sentenza del Consiglio di Stato, sezione quinta, numero 2008 del 10.2.2009 depositata il 5 maggio 2009. C'è più legge in quelle 20 paginette che nei 104 paginoni della bibbia padana prossima alla distribuzione.
All'assessore Procopio un'ultima nota: l'articolo 33 del regolamento proibisce l'ingresso nei bar e ristoranti degli animali affettivi se non autorizzati dal titolare e in ogni caso al guinzaglio e museruola dotati. Va bene ignorare Bolkestein, ma ha valutato la reazioni della Brambillastein?
Alberico Fumagalli
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