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Scritto Lunedì 29 luglio 2013 alle 09:10

GESU’ AVEVA DODICI APOSTOLI E NON CACCIO’ NESSUNO DALLA SUA TAVOLA


La burocratica decisione di ordinare a don Giorgio de Capitani di lasciare fisicamente  la Chiesa e la comunità di Sant' Antonio  in Monte  il prossimo 1 settembre 2013 per l'avvenuto compimento del suo 75esimo anno di età non è una lettera di augurio per il suo compleanno e l'invito a un meritato riposo, ma il compiaciuto dispositivo di una sentenza che attendeva solo la designazione del giudice estensore ideale e il cui testo integrale non sarà mai depositato. Lo sfratto arriva da Milano, reca una sola firma, ma nella busta che lo contiene è forte l'odore del disinfettante che non cura la ferita e lenisce il dolore, ma di quello che  neutralizza il pus. Le infiammazioni purulente si incidono per farne uscire il sangue cattivo. Per la Curia ambrosiana e il suo attuale Metropolita don Giorgio è un corpo estraneo, tollerato oltre misura. Dove non volle compiutamente Dionigi Tettamanzi oggi può e deve l'età. Il nuovo Arcivescovo Angelo Scola, cui il caso del sacerdote è stato sottoposto sin dal suo ingresso in Milano il 25 settembre 2011, tra i tanti ha il dono di attendere la maturazione dei frutti. E l'età è un frutto. Anche nel diritto canonico c'è l'istituto della deroga, ma bisogna chiederla e soprattutto concederla. Non lo farà nessuno dei due. Non don Giorgio, e ancor  meno Angelo Scola. Orgogliosi e diversissimi. Il primo uomo di collina, il secondo di lago. Vino rosso don Giorgio, vino bianco l'arcivescovo e cardinale.

Il primo comunicatore allo stato puro e moralista. Il secondo antimoralista per eccellenza, dedito alla conoscenza e alla contemplazione più che alla moltiplicazione delle parole e delle iniziative. Il primo con i piedi dentro il fango della terra, il secondo dieci centimetri sopra. Il primo, prete che si richiama agli ideali della sinistra radicale. Il secondo sostenitore ante litteram di Comunione e Liberazione ed estimatore dell'agente Betulla. Antitetici, ma entrambi preti. Ed è qui che tutto nasce e si consuma.
Questo giornale è fatto a modo suo ed è l'immagine del suo editore e dei suoi collaboratori, che sono liberi pensatori.  Per questa ottima ragione diciamo subito che non ci piace il trattamento riservato a don Giorgio. Non ci piacciono la miccia e il timer messi in mano ad esecutori gerarchicamente impediti al rifiuto o al rinvio e  desueti alle deflagrazioni. A don Giorgio erano già stati tolti gli incarichi pastorali nel luglio 2010, tollerandolo come inquilino nella casa parrocchiale. Oggi gli si ordina di fare fagotto, via, lontano dagli occhi dei suoi fedeli perchè anche i cuori presto lo dimentichino. Una inutile cattiveria, il desiderio di assecondare istanze minoritarie, ma allineate alla gerarchia osservante.
Don Giorgio è un prete radicale che attua il suo mandato pastorale in scienza e coscienza. Usa toni forti, esempi chiari. Manifesta sdegno e intolleranza nei riguardi di coloro che detengono il potere e lo usano male o a loro profitto. Ha individuato in Silvio Berlusconi l'incarnazione in terra di un esempio negativo da evitare e certamente gli fa rabbia che tantissimi cattolici abbiano eletto loro punto di riferimento un signore cui Angelo Scola pare abbia tenuto nel 1979, invitato dai vertici di Comunione e Liberazione,  una  lezione privata  di filosofia. Bel risultato.
Don Giorgio

Sarà per questo remoto ricordo degli anni  introduttivi della  Milano da bere che la Curia ha invano ingiunto a don Giorgio,come antipasto della sua ultima cena, di togliere dal  sito che porta il suo nome ogni riferimento al Presidente onorario del Milan. Internet non è strumento della Curia, lo hanno capito anche nella  sacralità delle ovattate stanze di Piazza Fontana.  Dalla rete don Giorgio non si può sradicare, anzi gli sopravviverà.
Nella sua particolarità di prete scomodo, don Giorgio non  risulta abbia  fatto proseliti. Pace e benessere afflosciano.  Il coraggio della distinzione non lo si esporta come la moda, ma l'anziano prete usa benissimo i nuovi e giovani mezzi di comunicazione come pochi sacerdoti sanno, vogliono o possono  fare. La sua forte parola esce quindi dalla chiesina di Monte, scivola lungo i declivi verdi della collina, si diffonde e lascia traccia indelebile.
L'intervento della Curia Arcivescovile è un intervento che va oltre la figura e il caso di don Giorgio  e si pone in apparente antitesi con la strada di coraggio e umiltà che sembra voler percorrere il nuovo Pontefice. Sarà che Roma è lontana, ma la fisica asportazione  di Don Giorgio dalla sua comunità, così come si fa con un pus da un corpo sano, sa di processo di normalizzazione, omologazione e appiattimento che nulla  aggiunge ai preti diversi da don Giorgio e che forse toglie ad alcuni di loro la voglia di osare.
Angelo Scola - che è uno di noi nato a Malgrate come è uno di noi il cardinale Gianfranco Ravasi nato a Merate, come è uno di noi il prete semplice Giorgio De Capitani nato a Santa Maria Hoè - all'atto di ricevere la porpora cardinalizia il 21 ottobre 2003 fu insignito del titolo di Cardinale Presbitero dei Santi XII Apostoli.

La chiesa di Monte
I dodici apostoli.
Può essere che egli veda in don Giorgio una  versione aggiornata e corretta  in meglio  dell'apostolo Giuda Iscariota. Ma don Giorgio è solo un prete sincero. Con toni pacati dice cose forti. E' uomo di fede convinto che è finito il tempo dell'attesa che le parole cadano dall'alto. La gente che riempie la Chiesina di Monte lo ascolta e quando esce non imbraccia il fucile. Riflette, dissente anche, ma  ritorna.
Voglio dire a Sua Eminenza l'Arcivescovo della Diocesi di Milano che Gesù non respinse dalla sua tavola l'apostolo diverso.  Divise con lui pane e vino e lasciò che si compisse il destino di entrambi. Al bacio nell'orto del Getzemani  porse la guancia, non la ritrasse. Carlo Maria Martini lasciata Milano alla cura di Dionigi Tettamanzi andò a vivere a Gerusalemme per respirare l'alito di Cristo.
Dubito fortemente che don Giorgio possa rimanere a Monte o che gli venga concesso di venirvi a celebrare Messa anche solo a Natale. C'è chi pensa qui in Brianza che egli abbia già dato troppo e non sempre bene. Dovrebbe essere il gregge a decidere se il pastore è buono. La comunità di don Giorgio la sua riposta l'ha già data. Non vuole rinunciare al suo amato Pastore. A chi giova negarle questa speranza?
Alberico Fumagalli
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