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Scritto Martedì 19 ottobre 2010 alle 14:43

Dietro la sofferta vicenda delle nomine c’è il deserto, tra dirigenti ospedalieri 'impauriti' e Amministratori inesistenti

Lo confessiamo senza infingimenti: fino a un attimo prima del colloquio col dottor Bertoglio avevamo seri dubbi sulla reale intenzione del Direttore generale di nominare il primario di Ostetricia-Ginecologia. Tante le voci che bisbigliavano di partenze e arrivi da e per una certa fondazione monzese; troppe le indiscrezioni che parlavano della netta contrarietà di Giuseppe Genduso di dare corso alle promesse fatte dal numero uno dell'Azienda. In un clima sempre più confuso, e per ciò, "pericoloso" per la tenuta dell'intero reparto è giunta, attesa, la conferma: entro 15-20 giorni Ostetricia-Ginecologia avrà il "suo" direttore di struttura complessa. E non giriamoci intorno: è di tutta evidenza che il personale del reparto, il presidio e il Territorio non hanno dubbi sulla scelta migliore: quella del dottor Gregorio Del Boca che, peraltro, sta reggendo ottimamente il reparto dal giorno del pensionamento del dottor Roberto Zagni, al quale si deve buona parte del merito per il prestigio di cui gode Ostetricia-Ginecologia del San Leopoldo Mandic in un bacino che va ben oltre la pur vasta area di competenza dell'ospedale di Merate. Sarà naturalmente la Commissione a scegliere tra Del Boca e l'altro candidato. Tuttavia, speriamo almeno, un auspicio è ancora consentito esprimerlo. E noi lo esprimiamo con forza, sicuri di interpretare il sentire comune. Detto questo e, a procedura ultimata, grati al dottor Bertoglio, non possiamo ignorare la posizione, assai più defilata del dottor Gedeone Baraldo il quale, al contrario, dovrebbe essere il primo a "battersi" affinché il presidio, di cui è direttore medico, abbia i ruoli apicali adeguatamente "coperti". La sua dichiarazione - "entro fine anno ci sarà il primario di Ostetricia" - non è stata particolarmente incoraggiante anche perché o il primario si fa entro poche settimane o salta tutto in quanto a dicembre si fanno soltanto le nomine politiche (ad esempio le tre varate il 21 dicembre 2002 da Roberto Rotasperti). Ma la linea della prudenza - per ricorrere a un eufemismo - non è patrimonio soltanto del dottor Baraldo, è l'intera struttura dirigenziale medica ad essere stata normalizzata. E, fuori dal perimetro ospedaliero, l'intera rappresentanza elettiva. Questa normalizzazione, danno collaterale del trasferimento di tutto il potere sanitario dalla periferia al 30° piano del Pirellone, è forse il risultato più negativo della legge regionale di riordino del '97. Prima di allora i primari - così si chiamavano correttamente - erano gli autentici "capi-reparto" e come tali si rivolgevano alla direzione sanitaria e al Comitato di Gestione e poi al Comitato di Coordinamento e ai direttori generali dell'Ussl (ricordiamo Riccardo Piccolo e Rodolfo Vannucci) col piglio del dirigente che reclama attenzione al proprio reparto. Nessuno accampava remore di tipo politico o economico perché assai più flebile era l'influenza della politica nelle nomine e meno tagliente la scure sugli incentivi. Così il professor Sartori si poteva permettere di picchiare i pugni sul tavolo del Comitato di Gestione o del direttore generale per reclamare più risorse per la chirurgia; a loro volta, i membri del Comitato andavano in regione a "negoziare" vivacemente con l'assessore alla sanità; e, infine, i sindaci, chiedevano conto ai membri del Comitato stesso dell'operato, intervenendo anche a gamba tesa se le proteste dei cittadini risuonavano troppo rumorose. Oggi la calma è spaventosamente piatta. I sindaci contano zero, e forse ne sono anche lieti. I direttori di struttura non azzardano una critica se non nel chiuso dei propri uffici e, comunque, previa garanzia di anonimato. In Azienda è soltanto il direttore generale o, se debole, il direttore sanitario, a comandare su tutto e su tutti. E la politica determina l'intera filiera manageriale: dal numero uno in giù attraverso il metodo della cooptazione più per appartenenza che per competenza. Non staremo di nuovo a raggruppare i "primari" per "quota" ma certo basta guardarle certe nomine per capire tutto. La Giunta regionale, del resto, indica a proprio diritto inappellabile i direttori generali i quali, una volta posti a capo delle aziende ospedaliere scelgono i direttori di struttura complessa e semplice, in qualche modo "controllano" i concorsi infermieristici, "gestiscono" i bandi di gara per gli appalti e, insomma, incidono in qualsiasi decisione. La politica è dentro più che mai nella sanità, altro che fuori i politici e dentro i tecnici come si sbandierava nel '97/'98. Solo che è la politica regionale, quella territoriale - anche per demerito degli attuali protagonisti - è del tutto esclusa. Ma così è, e il premio a ogni tornata elettorale a coloro che hanno "inventato" questo meccanismo significa che c'è condivisione. Oggi, dunque, dobbiamo accontentarci della rinnovata promessa di dotare Ostetricia-Ginecologia del primario (a tanto ci siamo ridotti) con la speranza che questi sia colui che il Territorio attende. Un secondo schiaffo nel giro di poche settimane sarebbe inaccettabile. Anche se, alla fine, ci saranno sempre un Conrater o un Robbiani che, certo in buona fede, diranno che le nomine sono di competenza del Direttore generale, giuste o sbagliate; anche oltre i danni che possono provocare al "nostro" ospedale; anche al di là della transitorietà di questi dirigenti. Anche a dispetto del pensiero di un territorio "proprietario" e "utilizzatore" dei servizi ospedalieri. Un inchino al proconsole. Un atto di sottomissione politica. O solamente l'incapacità di affrontare una questione molto complessa ma anche di primaria importanza per i cittadini.   
Claudio Brambilla
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