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Scritto Lunedì 10 dicembre 2012 alle 16:51

Il film di Rondalli sui vitelloni di Bellano che hanno visto in pochissimi e solo in Lombardia


Se penso al Barbarossa di Martinelli, colossal pagato anche dalla Rai per soddisfare i virulenti appetiti della Lega Nord, mi viene da piangere. Qui invece siamo entro i tratti gentili di storie che rimandano ai "Racconti del maresciallo " scritti dalla penna di Mario Soldati, editi da Sellerio e portati in tv da Turi Ferro prima e Arnoldo Foa' dopo. Piccole storie ambientate in Lombardia con un carabiniere a investigare. Oppure al più recente " Il commissario Montalbano", sia adulto che alle prime armi. Le storie tratte dai romanzi di Andrea Vitali, medico di base a Bellano e scrittore di successo meritavano - e, sia chiaro, meritano - una serie di racconti cinematografici preferibilmente diffusi in televisione perché nell'identità dei luoghi, nella collocazione del periodo storico, nel tratto a volte paonazzo di tanti personaggi di contorno che odorano di lago e di collina vi è il respiro di una vita a puntate, ogni puntata un giorno della settimana, incluse l'ora del Vespero e quella della novena.


Non ho idea che Andrea Vitali desideri di leggere i suoi romanzi in immagini e suoni, ma certo non può non avere gradito la trasposizione cinematografica del suo "Il segreto di Ortelia" ( Garzanti 2007 ) riproposizione dei racconti di " L'aria del lago " ( Aragno 2001 ) che il regista lecchese Alberto Rondalli ha girato nel 2007 con budget ridotto all'osso, ma con risultato di assoluto rilievo. Girato sul lago di Lecco a Bellano, come a Mandello, a Lecco Pescarenico e nel comasco, il film è stato presentato nel 2008 in prima assoluta a Lecco, poi ha preso la via di alcuni cineforum e si è dissolto nelle nebbie padane non prima di avere ricevuto premi e riconoscimenti per la scenografia e per l'attore non protagonista. Perché ricordarlo ora? Per la ragione che le cose belle non si buttano via. Puoi smarrirle, ma se te le ritrovi in mano le conservi meglio perché ti appaiono ancora più belle.

Alberto Rondalli
Peccato. Questo film sarebbe potuto divenire il primo di una serie di pregiati ritratti di celluloide perfettamente in linea con il desiderio di riproporre forme ed esempi di rinascita e conservazione degli usi e costumi della tradizione lombarda di cui si riempiono la bocca tanti signori/e che, pur avanti negli anni, non hanno ancora appreso l'arte di digerire in silenzio. Invece è rimasto una mosca bianca. Ma c'è e merita di essere visto o rivisto per i pochi che hanno avuto la fortuna di vederlo.


Il fatto è che non è in commercio e nessun ente culturale lecchese o assessorato alla cultura o banca locale o camera di commercio ha pensato di farlo proprio e diffonderlo. Qualcuno ne avrà una copia, ma è certo che si contano sulle dita di una mano. Peccato di nuovo. L'opera è gentile, diretta con estrema attenzione, almeno due attori sconosciuti al grande pubblico si elevano sul cast. Sono il macellaio Amleto e il medico del paese Elia, amici insoddisfatti, vitelloni per costrizione e complici nella trasgressione che si consuma ogni settimana al bordello di Lecco. Storia di amori, di corna, di eccessi e di punizioni, di rinunce e di sopportazioni con pennellate di ironia e di sarcasmo. Il tutto rinchiuso nelle atmosfere del ventennio fascista dal '20 al '40, nelle brume di quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno, vicoli stretti di paese, muri scrostati, interni bui e intimi, vecchie insegne di alimentare semplicità e grembiuli di macellai.
Il regista Alberto Rondalli ci sa fare. I titoli di testa introducono quasi con mestizia il sapore di quello che fu il piccolo mondo antico delle due sponde del lago collegate dal battello. I tempi delle pellicola sono scientemente rallentati come l'epoca impone e la sigaretta che Amleto Selva, il macellaio, non abbandona mai suggerisce. Ma il disegno dei personaggi è eccellente e geniali sono gli stacchi musicali su arie del ventennio che danno il tempo, come un pendolo, ai singoli capitoli di una storia che man mano che si dipana ti avvolge come un tabarro perché la luce è livida e l'umido che viene dal lago invoca calore.

Dicevo di Alberto Rondalli, nato a Lecco e residente ad Airuno. Quattro anni più giovane di Andrea Vitali è regista di cinema e di teatro. Ha frequentato la scuola di Ermanno Olmi. Non ha al suo attivo un rilevante bagaglio di opere, ma dovunque le ha presentate ha ricevuto un premio. Nel 2000 fa il giro del mondo il film che ancora oggi rappresenta la sua opera più significativa e riconosciuta: " Dervis, il derviscio", pellicola prodotta con il supporto di Euroimage e distribuito da Raitrade. Come tutti i registi che si rispettano Rondalli ha un fidato gruppo di collaboratori. Nel Derviscio come nell'Aria del Lago affida la fotografia al bravissimo Claudio Collepiccolo e i costumi a Nicoletta Taranta. In entrambe le opere Rondalli scrive la sceneggiatura e partecipa al montaggio. I tre tratti di un autore completo.
Io ho avuto due fortune: ho ricevuto in omaggio i cd di entrambi i film, disposto a prestarli a chi li vuole vedere. Li ho visti, mi hanno colpito non poco e me li tengo stretti. Sono due pellicole agli antipodi, ma tengono un marchio di fabbrica. Non ti chiedono di bruciare adrenalina, ma di entrare in punta di piedi nel buio del primo e nella luce livida del secondo. Come sempre consiglio di vederli quando non si è stanchi, in silenzio assoluto e con luce fioca. Bisogna saper sentire il silenzio e i rumori di fondo. In "L'aria del lago" io, lecchese, che sul finire degli anni '60 ho bazzicato Bellano per motivi di lavoro i residui di quell'aria ho ricevuti sul volto e nella schiena, mi sono ritrovato nella scenografia nel negozio di macelleria, negli interni essenziali e ordinati delle case, "le pattine"! nella diversamente "etnica" eleganza dei personaggi maschili e nell'appetito del signor Curato, buttato lì come un assaggio di materiale spiritualità, che non perde occasione di riempirsi lo stomaco per trovare la forza di alimentare l'anima. Rondalli ha evitato di forzare i tratti boccacceschi, limitandosi a regalarci qualche schietta risata. Ha scelto di accompagnare con comprensione i personaggi al loro destino e di rispettare le donne nei loro drammi. Le figure femminili sono tratteggiate con delicatezza, incluse le "donnacce" del bordello di Pescarenico chiamate a dare ai mariti quello che non ricevono o non ricevono abbastanza dalle mogli. Il regista racconta con rispetto ed è una scelta che qualifica.


Io non sono un critico, ma ogni film che vedo nella penombra del salotto, preferibilmente in tarda serata o di primissimo mattino, lo affronto con spirito e mente liberi."L'aria del lago" mi è piaciuto moltissimo e il sapere che il lago è il nostro e i due autori sono nostri compaesani ha rappresentato un valore aggiunto nel quale mi sono riconosciuto con immenso piacere. Peccato che nessuno abbia colto l'occasione per dare un seguito seriale a questo piccolo, grande film girato con pochi soldi - e si vede - motivo in più per battere le mani. E peccato, infine, che il lecchese Alberto Rondalli, personaggio rigoroso e schivo e artista complesso e completo appaia nell'universo del cinema italiano come una cometa che getta un filo di luce vivissima e scompare.
Fossi Andrea Vitali proverei a spingere sul tasto della ripresa cinematografica delle proprie opere. Lo scrittore lacustre ha al suo attivo non meno di trenta libri e anche se le sue storie non hanno un personaggio comune c'è questa aria di lago che fa da filo conduttore. Ce ne sarebbe a sufficienza per un "Bellano film festival" in sedicesimo cui invitare tutti gli "autori minori" di un cinema italiano misconosciuto, deprezzato eppure di eccezionale tempra e talento. Poteva pensarci l'ex ministro del turismo Michela Vittoria Brambilla quando decantava la sua terra. Vittima della decantazione governativa, scivolata dalla poltroncina romana, si è rifugiata nell'editoria e ha appena pubblicato un libro sui cani. Fido non tradisce, la critica e l'opinione pubblica quasi sempre si.
Alberico Fumagalli
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