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Scritto Giovedì 15 novembre 2012 alle 15:02

Da anni lotto affinchè la Chiesa torni al Vangelo radicale ma non si confondano i problemi personali con i principi come nel caso Don Mario

Non intendo assolutamente continuare in una discussione esegetica sui testi biblici, perché altrimenti annoieremmo i lettori. Il mio intervento sulla decisione di don Mario di uscire dalla Chiesa Cattolica aveva ben altro scopo. Parlando di scelta "comoda" intendevo dire semplicemente questo: se da anni sto lottando in seno alla Chiesa Cattolica, a cui appartengo anche per scelta personale maturata negli anni, perché essa si adegui sempre più al Vangelo radicale di Cristo, non mi sento un perdente "di comodo" se a un certo punto lascio la mia Chiesa per entrare in un'altra (qualsiasi) solo perché qui trovo già quei diritti che la Chiesa Cattolica non ha ancora riconosciuto? È come se avessi un figlio che frequenta la scuola pubblica e poi, perché si trova male, lo mandassi in una scuola privata. Se tutti facessero così, come potremmo ridare valore alla scuola pubblica? Se io prete cattolico m'innamoro di una donna e pretendo di sposarmi, e decidessi di uscire per abbracciare un'altra Chiesa dove è lecito il matrimonio dei ministri del culto, non sceglierei forse la via più comoda? Sì, mi sposerei, ma, pur non potendo più esercitare le mie funzioni sacerdotali, resterei nella Chiesa cattolica per continuare la lotta per far sì che essa si apra al matrimonio dei preti. Certo, non bisogna lottare solo perché io personalmente ne sono coinvolto (sono gay o amo una donna). A priori, da tempo sostengo che la Chiesa deve aprirsi a riconoscere i diritti civili di tutti: gay o non gay, coppie di fatto e conviventi. A priori, da tempo auspico che i sacramenti siano concessi anche ai divorziati risposati o ai conviventi, o sposati solo civilmente. A priori, da tempo parlo apertamente di matrimonio dei preti, di sacerdozio femminile, di ridimensionare il primato del papa e di dare più potere alla collegialità dei vescovi. Non per questo esco dalla Chiesa perché ancora oggi è sorda. Prima o poi, a forza di insistere, con un'azione sempre più corale, la Chiesa arriverà ad aprirsi. Se tutti si stancano di lottare, come si può pretendere che la Chiesa si sblocchi? Anzi, dico di più: la Chiesa gerarchica tira un sospiro quando i ribelli se ne vanno! Il problema che ho sollevato nel mio precedente intervento non riguardava tanto se la Chiesa Cattolica sia o non sia quella autentica di Cristo. Una prova è il fatto che non intendo convincere nessuno a far parte della mia Chiesa. Da tempo, anche nelle mie omelie domenicali, riconosco che il mio apostolato sacerdotale non è mai stato, e non lo sarà mai, quello di convertire alla mia fede gli atei, gli agnostici o gli adepti di altre religioni. Se dovessi incontrare un ebreo o islamico o un buddista o un protestante, lo inviterei a restare nella sua religione, sollecitandolo casomai a riscoprire con ancor più convinzione i valori in cui egli crede. Secondo me, ognuno deve rimanere fedele alla propria fede, cercando di puntare al meglio, insieme con tutta l'umanità. E così intendo fare con i credenti cattolici, sollecitandoli perché siano maggiormente ferventi e attivi: più come credenti che come cattolici. Più credenti nell'Umanità. E proprio perché credo nell'Umanità, sono aperto ad accogliere i semi divini presenti ovunque. Mi piacciono i teologi luterani, mi piace Lutero, mi piacciono profeti-martiri come Martin Luther King, come Gandhi, mi piacciono le filosofie orientali, insomma tutto ciò che mi aiuta ad aprire la mente al divino. Vorrei con questo arricchire la mia fede nella Chiesa del Cristo radicale. La Chiesa non ha la pretesa di racchiudere in sé l'Umanità, ma ha la missione evangelica di aprirsi all'Umanità. Mi piacciono anche i teologi cattolici, ma quelli più critici, più aperti, più dissidenti: un nome fra tutti, Hans Kung, il cui libro "Salviamo la Chiesa" sottoscrivo in toto. Mi piacciono i profeti al limite, ma sempre dentro la Chiesa: penso a don Mazzolari, a don Milani. P. Balducci, P. Turoldo. Dunque, quando parlo di Chiesa Cattolica non intendo dire Chiesa-struttura-religione, che, fin dall'inizio, ha sempre messo a dura prova il fondatore, ovvero Gesù Cristo. Il cristianesimo non è una religione. Quando lo diventa, allora sono guai. La mia lotta, nella Chiesa cattolica, sta nel togliere il cristianesimo dalle mura di una religione che lo imprigiona. Proprio per questo non abbandono la Chiesa, perché il cristianesimo abbia il sopravvento sulla struttura. Infine, quando penso ai grandi geni del cristianesimo che non hanno mai abbandonato la Chiesa - penso a Sant'Agostino, a Sant'Ambrogio, a Rosmini, tanto per citare alcuni nomi del passato, e, più recentemente, a P. Turoldo, P. Balducci, Carlo Maria Martini, mi pongo sempre una domanda: chi sono io, così tanto piccolo al loro confronto, per avere la presunzione di abbandonare la Chiesa? NotaBene. Il caso "don Mario" è complesso, e non intendo aggiungere altro a ciò che ho già detto. Ciò che non sopporto è voler confondere problemi personali con i principi. Poi ognuno è libero di fare le proprie scelte. Ma senza coinvolgere, nelle proprie scelte "personali", la comunità cristiana, la quale si sente tradita appena si accorge che il proprio pastore ha abbandonato il gregge al proprio destino.
Don Giorgio De Capitani
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