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Scritto Martedì 13 novembre 2012 alle 15:19

Osnago: Pieraldo e Rachele in missione di pace in Palestina, testimoni dell'Apartheid

C’erano anche l’assessore con delega ai servizi sociali del comune di Osnago Pieraldo Bellano e la moglie Rachele Pennati, responsabile della scuola di italiano per stranieri giunta quest’anno al suo 21esimo anno di attività, tra i 212 partecipanti alla missione di pace in Israele e Palestina, uomini e donne fra i 16 e gli 82 anni, rappresentativi di 90 città italiane che, per una settimana, dal 27 ottobre al 3 novembre, hanno indossati i panni degli “ambasciatori”, andando a toccare con mano la delicata questione dei territori occupati e dello stato di segregazione e conflitto perenne che interessa una delle aree più “calde” del pianeta.

Organizzata dal Coordinamento degli Enti locali per la pace e i diritti dell’uomo, la trasferta ha visto coinvolti 30 amministratori, tra cui appunto l’osnaghese, una squadra di calcio, studenti di un liceo, il Bertolucci di Parma accompagnati da un’insegnante e dal preside, sindacalisti, membri di associazioni come Rachele ma anche “persone rappresentanti di se stessi” che per sette giorni hanno preso parte a convegni e visite guidate con unico scopo quello di “ascoltare entrambe le parti per cogliere le loro difficoltà” come ci hanno spiegato i coniugi Bellano che, al rientro da questa esperienza senz’altro unica hanno maturato con maggiore coscienza la convinzione che il popolo palestinese, purtroppo, sta “vivendo una situazione di Apartheid, non riconosciuta”, come tra l’altro spiegato loro da Islah Jad, direttrice dell’Istitute of Women’s Studies, incontrata durante una conferenza incentrata proprio sul “futuro della questione palestinese, la primavera araba e i nuovi conflitti in Medio Oriente” a cui sono intervenuti anche il console generale d’Italia a Gerusalemme e il direttore del dipartimento relazioni estere e comunicazione dell’Unrwa.

“In quell’occasione, le donne si sono rivelate molto determinate” riferisce infatti la signora Rachele. “Andate a casa a raccontarlo, ci hanno detto.  Qui viviamo segregati. Israele è colonialista: si tratta di una democrazia solo apparente, falsa”.

Raccogliendo dunque questo invito, anche Pieraldo e Rachele si stanno impegnando a divulgare quanto vissuto in prima persona: “Per noi si è trattata di una bella esperienza. Certe cose però se non si vedono non si riescono a capire. Le difficoltà stanno da entrambe le parti ma certi problemi per la popolazione palestinese quotidiani, si vengono a sapere solo se ci scappa il morto. Solo in quelle occasioni se ne parla, altrimenti nulla”.

Loro invece hanno incontrato una famiglia ortodossa con passaporto palestinese impossibilitata a uscire da Betlemme, con entrambi i genitori senza lavoro e per questo obbligati ad appoggiarsi ai figli e a dare fondo ai risparmi di una vita; hanno raccolto le olive in un campo dando aiuto concreto a quei contadini che hanno il tempo contingentato anche per prendersi cura della propria terra; hanno viaggiato da una città all’altra, passando check-point e vedendo il muro di separazione snodarsi per infiniti chilometri, cambiando anche “sembianze”, senza mai interrompersi; sono giunti a Ramla, “comune modello” dove cittadini di tre diverse religioni convivono senza problemi; hanno visitato anche la tomba di Arafat;  si sono confrontati con associazioni israeliane e palestinesi…

“Durante la scorsa edizione dell’iniziativa, si era riusciti a organizzare incontri misti” prosegue Rachele. “Questa volta non c’è stato modo di organizzarli, segnale questo di un peggioramento dei rapporti. Abbiamo però incontrato i ragazzi di Peace Now, associazione israeliana che si oppone agli insediamenti nei territori palestinesi. Qualcosa sta nascendo, in questo senso, anche li”. Non ha però dubbi la signora Bellano: “Sopra tutto, in quella terra, vige la legge di Israele che cerca ogni modo per espandersi sempre più, isolando i palestinesi. È l’unico Stato al mondo riconosciuto ma senza confini certi: l’unico limite è il mare ma anche li, hanno creato le zone sotto il loro controllo”.

Durante la settimana trascorsa in viaggio, passando da Betlemme a Haifa, da Khan El Ahmar (dove hanno incontrato la popolazione beduina) a Ni’lin, da Marda a Sinjiil, da Gerusalemme a Gerico, non è mancato anche un momento di tensione con alcuni membri del  grande gruppo, che, in visita con dei contadini in terreni attraversati dal muro, hanno provocato le “guardie di confine” israeliane tanto da essere raggiunti da lacrimogeni per essere allontanati.

Nel complesso però, l’esperienza è stata senz’altro positiva ed è culminata con la marcia della pace, da Gerusalemme scendendo in mezzo al deserto, fino a Gerico, la città più bassa al mondo, che con i suoi 400 metri sotto il livello del mare rappresenta la depressione più profonda della terra. La missione è voluta scendere fin laggiù, si legge sul sito www.perlapace.it che ha seguito dall’inizio alla fine l’iniziativa, “a voler significare che nel punto dal quale siamo, dobbiamo guardare come risalire. Dal punto più basso al mondo possiamo riflettere su cosa fare e come farlo per portare un contributo alla costruzione della pace”.
A.M.
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