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Scritto Martedì 19 giugno 2012 alle 07:56

Minaccia di denuncia se pubblichiamo le foto scattate negli oratori del decanato di Brivio

Parafrasando Ennio Flaiano possiamo dire che la situazione nel Decanato di Brivio è grave ma non seria. Grave perché un sacerdote per ottenere l'asservimento a un proprio ordine minaccia la libera stampa di azioni legali; non seria perché stiamo parlando di foto ai ragazzini che partecipano ai centri ricreativi estivi. Una tradizione, quella delle foto, che affonda le sue radici nei primi anni ottanta e che è felicemente proseguita nonostante le complicazioni introdotte dal ministero della semplificazione in materia di privacy. Preti avveduti, per evitare che un genitore su cinquanta pianti una grana per una banalissima foto sul giornale, fanno preliminarmente firmare la liberatoria al momento dell'iscrizione al Cres. A interrompere questa bella tradizione - che nulla di male fa se non mostrare come la funzione dell'oratorio sia educativa e ricreativa al tempo stesso - ci ha pensato il decano di Brivio don Carlo Motta che ha diramato un ordine alle truppe togate vietando in maniera assoluta scatti fotografici dentro gli oratori da lui governati. Motivazioni? Nessuna. Il consueto giro di telefonate per programmare il lavoro era già stato fatto e tutti i coadiutori avevano dato l'altrettanto consueta disponibilità. Ma al momento buono è giunto il contr'ordine: niente foto. E quelle fatte - e qui siamo proprio all'assurdo cui una certa gerarchia ecclesiastica peraltro ci sta abituando - debbono essere eliminate. Non tutti i sacerdoti del decanato di Brivio (nessuno degli altri decanati ha sollevato il benché minimo problema) si sono messi sugli attenti come soldatini. Un paio almeno hanno concesso comunque l'autorizzazione, sicuri di far piacere a ragazzine e ragazzini e ai loro genitori. Obbedienti agli ordini abbiamo accantonato le foto già scattate negli oratori i cui coadiutori - volenti o nolenti - si sono allineati sulle posizioni del decano, mettendo in rete invece quelle fatte dietro autorizzazione. Apriti cielo: don Roberto Tagliabue ha afferrato il telefono e urlando col recuperato fiato in gola ci ha ordinato di toglierle subito pena una denuncia immediata all'Autorità giudiziaria. Ora, sta bene tutto a partire dal rispetto. Ma francamente di questi personaggi che si credono i padroni dei luoghi ove operano, dimenticando che sono secoli che lo Stato nelle sue diverse forme e articolazioni finanzia la chiesa, ultimamente con ricchissimi otto per mille e esenzioni varie, ne abbiamo fin sopra i capelli. Per non dire altro. Le foto stanno dove sono. E se don Roberto o chi per lui vuole denunciarci faccia pure. Ma si auguri di vincere in giudizio. Perché, in caso contrario, una contro denuncia per querela temeraria non gliela leverà nessuno. In tribunale a Lecco è già pendente una causa che il nostro agguerrito pool legale ha avviato per diffamazione nei confronti di una nostra collega. Il rispetto, come dicevamo, è dovuto. Ma deve esserci da entrambi le parti. Il tempo del "signor curato"  di fronte al quale la povera gente levava il cappello e a cui donava l'unico pollo è finito. E a dirla tutta noi non lo rimpiangiamo di certo.
Claudio Brambilla
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