• Sei il visitatore n° 475.932.058
Vai a:
Il primo network di informazione online della provincia di Lecco
link utili
bandi e concorsi
cartoline
Scritto Lunedì 18 giugno 2012 alle 08:49

PER USCIRE DALLA CRISI BISOGNA VEDERE TOTO’

Avete notato che tutti coloro che discettano dell'attuale crisi e si riempiono la bocca di "Sviluppo e crescita" quasi si trattasse di "pizzetta & birretta" sono quelli che di questa crisi non soffriranno alcuna conseguenza? Si tratta di politici di professione o professori universitari, dirigenti di multinazionali o consulenti dell' onniscienza. Persino i sindacalisti non rischiano il posto. Né lo rischiano i conduttori televisivi o i dirigenti di Confindustria, Confcommercio o Confartigianato. E avete notato che dicono tutto e il contrario di tutto a dimostrazione che nessuno di loro sa esattamente di cosa parla? Hanno un alibi portentoso che, però, dovrebbe indurli a maggiore prudenza parolaia. Gli è che nessuno è in grado di spiegare chiaro e bene da dove arriva la crisi, perché le origini sono più d'una. Il guaio è che si sono date tutte appuntamento. Se non si è in grado di spiegare, con esemplificazioni elementari, le origini di un disagio economico e finanziario che è sconfinato pesantemente dentro quello individuale e morale, come si può pretendere  di preconizzare che tra una settimana, un mese o un anno ne usciremo?
C' è qualcuno su questa italica terra di piazzisti e pensatori, un uomo, una donna, un giovane qualunque di ambo i sessi, dotto in misura tale da saper spiegare, in una serie di puntate televisive a reti unificate della durata di 30 minuti l'una,  a milioni di cittadini italiani preoccupati di guadagnarsi la giornata  e che da decenni hanno rinunciato a ragionare in proprio, perché si è arrivati con scarsissimo preavviso al crollo dei posti di lavoro e  delle commesse, alla chiusura delle aziende, al calo dei consumi interni, all'impennata dei pignoramenti e delle vendite all'incanto, in altre parole a un improvviso, esteso stop nel percorso, lento, ma progressivo  di una comunità  lungo quel binomio che tanto piace  definire "sviluppo e crescita"? Che poi sono sinonimi e non complementi, perché si cresce sviluppandosi e ci si sviluppa crescendo. Non sono due cose, sono la medesima cosa.
E' perché le banche, il cui compito è quello di  comprare e vendere denaro, ne hanno bruciato tanto in speculazioni sbagliate al punto di non averne più da prestare alle aziende e alle famiglie? E' perché la ventennale, massiccia e in qualche misura demenziale delocalizzazione delle aziende italiane dentro i confini dei paesi poveri si è  rivelata un boomerang  dal momento che  gli operai poveri dei paesi poveri hanno talmente imparato - bene e presto - dagli italiani ricchi da essere loro oggi a produrre in proprio e esportare da noi dove però il potere di acquisto è calato per la riduzione dei posti di lavoro?
E' perché troppo aziende di medie e grandi dimensioni hanno operato senza investire con capitale proprio, esportando più o meno legalmente i guadagni all'estero, lavorando sull'indebitamento bancario e vivendo sugli allori e oggi si rifiutano  di mettere mano ai risparmi oltre frontiera per salvare l'azienda nazionale? E' perché l'immigrazione operaia, quella cioè che viene qui non per delinquere, ma per mettere su imprese e poi mandare a casa i guadagni e i risparmi  ignora e viola  tutte le norme e regole trovando acquirenti italiani compiacenti e complici, ma soffocando la concorrenza leale? E' perché molti italiani hanno vissuto oltre i loro mezzi e ora sono schiacciati  dalla contestualità dell'indebitamento e della cassa integrazione? E' perchè procedure burocratiche e carico fiscale sono divenuti irreversibilmente asfissianti e demoralizzano anziché caricare? E' perché siamo arrivati ad avere tutto e di più e quindi è inevitabile ora fermarsi nei consumi? E' possibile capire perché le commesse alla grandi aziende non arrivano più? E' per la concorrenza internazionale?  E' per i minori standard di qualità? E se siì, è colpa della concorrenza  europea o di quella asiatica? In che misura influiscono sull'economia reale la forza o la debolezza dell'euro e il debito pubblico dei singoli Stati? Quali sono le micidiali interconnessioni tra un cattivo governo e un'industria miope? Per quanti capitalisti questa crisi è la ghiotta occasione per togliersi di torno lasciando i debiti o fingendo dissesti ampiamente ammorbiditi dai capitali accumulati all'estero? Ed è verità o bugia (io dico bugiissima) che grande responsabilità l'abbiano le micro aziende famigliari che, se non sono saltate perché troppo legate all'indotto, sono quelle che non licenziano, che tirano la cinghia e si spalmano sulla fronte le parole onore, dovere, etica e responsabilità?
In che misura la globalizzazione dei mercati che ha trascinato con se l'accelerazione (per tanti versi doverosa, inevitabile e attesa) dei mercati poveri usciti dal comunismo o da regimi economicamente boicottati ha portato a un anticipato e traumatico equalizzatore della domanda e della offerta? Nel senso che ora  è il Paese povero che offre  al Paese ricco  che domanda, ma  non  a sufficienza.
Guardate:  è come  essere arrivati  primi al giro d'Italia. Giunti al traguardo ci si deve per forza fermare e attendere il secondo, il terzo e tutta la carovana che magari arriva in gruppo e in volata a travolge il vincitore che non può scansarsi perchè manca lo spazio. L'occidente e l'Italia con lui hanno già vinto la  battaglia per la fame, la salute e il benessere generalizzato. Possono solo fermarsi e attendere di essere raggiunti, assistere e  vedere passare gli altri, prima di ripartire assieme per una nuova gara.
Se è un po' di tutto questo e altro, siamo messi male. Infatti a un degnissimo - ripeto: degnissimo - governo di emergenza istituzionale si affianca una Paese demoralizzato, che non capisce, cui nessuna spiega nulla e quindi ha paura di perdere quello che ha.
C' è qualcuno che sa spiegare con parole semplici e chiare che cosa accade? Che fa degli esempi e che suggerisce una linea di comportamento per quanto non possa essere, ovviamente, uguale per tutti?
Io ho purtroppo una consapevolezza. L' aria è pregna dell' olezzo di una  sfiducia e un disprezzo talmente generalizzato da non salvare niente e nessuno e che autorizza qualunque comportamento. Aggiungasi la plateale demenza di grossa fetta della stampa nazionale e televisiva che anziché "educare" i cittadini  con una corretta e argomentata informazione li terrorizza con titoli che sono schegge impazzite. Basti vedere il caso dell'Imu. Tantissimi cittadini, pensionati e non, erano talmente spaventati di quanto avrebbero dovuto pagare in più rispetto all'Ici che non hanno creduto ai loro occhi quando si sono accorti dell'esatto contrario. Non potete immaginare quanti "pirla"  calcano il palcoscenico della quotidianità nel pubblico come  nel privato. Ma "pirla" patentati eh, quelli con le mostrine, mica sono mezze calzette!
Tranquilli, questa situazione di surplace, di calma piatta, di sosta al semaforo rosso durerà anni, non meno di cinque e non oltre dieci. Ma abbiamo tutto per uscirne comunque. E' una crisi a macchia di leopardo, non colpisce tutti. C'è una interscambiabilità che in qualche modo aiuta.  La maggior parte di noi non ha buttato al vento gli ultimi 45 anni. Abbiamo lavorato, guadagnato, investito e risparmiato. Ci siamo anche divertiti e continueremo a farlo. Siamo un Paese progredito e abbastanza civilizzato, con qualche sacca di troglodismo preistorico in fase di rallentamento. Siamo  però indisciplinati. Non sappiamo fare autocritica e ci crogioliamo nel nostro autovittimismo quotidiano come fosse un Pater Noster da recitare appena svegli. Lo sport quotidiano di una consistentissima fetta di cittadini è  trovare il modo di violare la legge e farla franca. Peccato che il sistema carcerario siano divenuto un optional sempre meno gettonato. E peccato che il Parlamento, prima dell'attuale governo a tempo che non ha otto orecchi, venti mani e due piselli, non riesca a capire che l'Italia è la splendida  miscela di due  inscindibili elementi: lo Stato e i cittadini dello Stato. Il primo è alimentato dai secondi e il primo deve mangiare di meno quando i secondo soffrono a loro volta la fame. Non può e non deve essere viceversa. Guai se lo è.
Paradossalmente abbiamo fallito anche su questo versante. Quando i cittadini erano  sazi al punto di sputare il cibo (anni dal 1965 al 1995) lo Stato ha tollerato per bieco calcolo politico l'evasione fiscale pur continuando a spendere moltissimo e male. Oggi che i cittadini - non tutti eh? Non facciamo confusione perché in questa crisi c'è chi ci marcia benissimo. E' come in guerra: o si muore o si diventa ricchi - tirano la cinghia lo Stato chiede di più e non restituisce niente del suo. Che poi è nostro. E' una debacle culturale prima ancora che politica.Non ci arrivano proprio a capire che tutto gira intorno a tre leve tre:  fisco, lavoro, giustizia. Neppure Monti ne ha completa cognizione perché  i burocrati di Stato gli passano informazioni sporche. Questi inamovibili, grandissimi,...commis di Stato orientano i governi di legislatura, figuriamoci quelli a tempo che hanno le batterie quasi scariche. La soluzione è a portata di mano, ma hanno tutti il braccio corto e i tre generalissimi del sindacato continuano a fare manfrine davanti a piazze e platee sempre meno consistenti. Chi ha detto che con le donne al potere tutto sarebbe andato meglio? Ma per piacere, basta vede le carezze che si danno la Camusso e la Fornero, eppure non sono di primo pelo.
Il fatto è che dal ragioniere generale dello Stato alla pletora dei dirigenti ministeriali, dal sottobosco della burocrazia di Statoai rami della pubblica amministrazione  e ai singoli cittadini tutti si fanno gli affari loro. Pensano alla loro posizione, non gliene frega niente di fare parte di un progetto, di una sfida e men che meno di una conquista. Farebbero e faremmo figuracce  anche in un Kochoz o in un Kibbuz dal tanto che siamo individualisti. Minchia!
C'è qualcuno che mi spiega perché il Paese debba dare il meglio di sé solo di fronte all'eccezionalità di un nubifragio o di un terremoto e non invece nella normale quotidianità rispettosa dei diritti e dei doveri che - sola - è il cuore pulsante  di una Nazione?
Niente, cari lettori, io non so spiegarvi niente, ma neppure ho chiesto di essere eletto, nominato e  profumatamente pagato per sentirmi rimproverare di non saperlo fare.
Fossi un disgraziato vi dire: arrangiatevi, questo è un Paese dove se non hai i soldi non sei nessuno. Invece vi dico di non dimenticare chi siete, da dove arrivate e perché siete voluti giungere sin qui. C'è tutta una storia di uomini, donne e famiglie dietro l'inizio di questo millennio che non va rinnegata e ancor meno buttata via perché valutata inutile. Evitate di rispecchiarvi nell'attuale  desolante panorama degli uomini e delle donne - anche loro, eccome! - della politica. Il nostro futuro è l'Europa. Tutta l'Europa. Non ci sono i piani alti e i piani bassi. Non ce n'è un altro di destino, se non quello delle tribù e dei coyote che ululano la notte. Ogni superiore  traguardo esige sacrifici, stalli, cadute  e rinunce. Incertezze e paure. Ma non si torna indietro.
Chi ha fatto la formichina reggerà meglio l'impatto con questo non breve riassestamento comunitario e mondiale. Questo è il vero terremoto per chi la vuole capire.  Chi ha fatto la cicala avrà tempo per studiare. Ma questo non vuol dire fare gli zombies e vagare come gli ebrei sperduti nel deserto. Non abbiamo un Mosè, ma neppure 40 anni di peregrinazione davanti.
E allora, mentre vi invito a respirare più a fondo e lentamente, rifocillate i vostri cuori e andate a rivedervi in dvd due splendidi film degli anni 50/60 con un straordinario Totò. Li ha diretti entrambi Steno. Sono "I tartassati" e "I duecolonnelli". Non sono passati alla storia. E' cinema minore, ma estremamente educativo. Si ride  e si riflette nel primo, ci si inorgoglisce e commuove nel secondo. Sono entrambi in bianco e nero,  che è  la tonalità che ci si addice. Ci sono più verità e insegnamenti in queste due pellicole dimenticate che in tanti proclami televisivi di prima e seconda serata. E' vero, il cinema è finzione, ma lo si sa benissimo quando si fa buio in sala. E' la finzione venduta per realtà che disturba e offende, soprattutto se gli attori sono profumatamente pagati e autoreferenziali, ma non sono capaci di spiegarci niente e neppure sentono il pudore di chiedere scusa.
Alberico Fumagalli
© www.merateonline.it - Il primo network di informazione online della provincia di Lecco