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Scritto Sabato 31 marzo 2012 alle 18:51

CASO DOMENICO DI STRAVOLA, OVVERO QUANDO LA MALATTIA ENTRA DI FORZA NEL CODICE PENALE...


Non si dovrebbe mai chiedere ai figli di parlare di fatti penalmente rilevanti addebitati al padre se si ha già la consapevolezza che non sanno nulla perché a) non vi hanno partecipato  b) non erano presenti e c)  con ogni probabilità il padre nulla ha riferito loro. E' una questione di delicatezza, prima ancora che di professionalità. E invece accade che il cronista li interroga e loro rispondono. Se le cose stanno così appare lecito un asettico commento a margine di questo fuorviante botta & risposta poco edificante e per nulla illuminante.
Del caso ne hanno parlato tutti i giornali locali incluso il nostro. Titoli cubitali, belle immagini in divisa del personaggio nell'occhio del ciclone e udienza pubblica in sede penale in calendario  già il prossimo 18 aprile 2012, mercoledì.
Il capitano - poi maggiore - Domenico Di Stravola, ex comandante della Compagnia dei CC di Merate, è stato rinviato a giudizio per presunta violazione degli articoli 610 e 660 del codice penale. E' accusato di avere molestato, forse sessualmente, quattro donne di 25, 32, 34 e 40 anni le quali hanno presentato distinte denunce all'autorità giudiziaria. Il maggiore le avrebbe fermate mentre erano alla guida delle loro autovetture utilizzando strumentazione in dotazione alle Forze dell'Ordine  e quindi "disturbandole" con parole, gesti e apprezzamenti ritenuti sgradevoli per il gentil sesso. Vero, non vero? Esagerazioni, fraintendimento? Lo stabilirà il processo che in assenza di minori sarà aperto al pubblico e presumibilmente ben frequentato dai cronisti di giudiziaria.
In questa ottica mal si comprende perchè gli avvocati si sottraggano alle domande dei giornalisti con il rischio di favorire una cattiva o inesatta informazione. Però se tacciono gli avvocati e ovviamente non parla l'imputato, ecco che parlano i due figli del maggiore dei carabinieri, gli ultimi a doverlo fare proprio perchè nulla sanno.
In una intervista rilasciata al settimanale locale Francesca e Stefano Di Stravola dichiarano di essere molto vicini al papà  il quale, pur essendo da anni vittima di una grave malattia invalidante, è ancora forte e combattivo al punto di avere chiesto al legale di fiducia di  essere presente in aula per difendersi.
Difficile possa farlo, dicono i figli, stante i delicati problemi di deambulazione. E dal momento che il maggiore  non può camminare parlano in vece sua i figli, i quali dicono due cose che meritano, nel massimo rispetto per tutti e tre, due puntualizzazioni.
Francesca e Stefano Di Stravola lasciano intendere (diciamo così perché nel titolo  questa frase  virgolettata c'è, ma nel testo dell'intervista non è riportata) che comunque vada la vera condanna del padre è la malattia. Dicono anche  che in questa triste occasione i veri amici gli sono rimasti vicini mentre sono scomparsi "tutti quelli che gli chiedevano favori quando era in servizio".
Premesso che quest'ultima frase, se effettivamente pronunciata dai due giovani Di Stravola meriterebbe un'inchiesta interna ai Carabinieri per accertare quali generi di favori siano mai stati chiesti all'ex Comandante della Compagnia di Merate , da chi e se sono stati e in che misura  eventualmente esauditi, le cose da dire sono due.
La prima. Per il solo fatto di essere stato un ufficiale dell'Arma dei Carabinieri nessuno augura al maggiore Di Stravola una condanna penale che, pur in presenza di distinte e distanti presunte vittime, potrebbe essere  contenuta in un'ammenda di 516 euro, ma ipotizzare la malattia come pena naturale alternativa all'intervento della giustizia è paradosso che spalanca i cancelli di una esasperante ironia.
Vogliamo barattare una multa con un raffreddore? Una truffa con una bronchitina? Una falsa testimonianza con un calcolo renale? Un favoreggiamento con il fuoco di Sant'Antonio?  Quale è il nesso di interdipendenza  funzionale - così si  leggerebbe in un verbale dei CC - tra gli antecedenti presunti fatti e il successivo, effettivo insorgere della malattia? Di questo passo si potrebbe asserire che Bernadette Soubirous è morta  giovanissima tra atroci dolori per l'imprudenza di avere svelato  al mondo di vedere la Madonna in una grotta a Lourdes.
Nel caso del maggiore Di Stravola la riservatezza è lecita, la gratuita commozione no.
Il richiamo ai presunti favori ai presunti amici di un tempo è poi irritante e stuzzicante al tempo stesso.
In effetti noi sappiamo di un favore che l'allora capitano probabilissimamente  concesse. Davanti agli occhi aveva due antenne. La prima  grandissima, altissima, fornitissima e  collocata sul tetto di fronte alle finestre di casa sua quando abitava in via Carlo Baslini sopra la Banca Popolare di Lecco. La seconda  invisibile e piccolissima  perché lunga 3 centimetri e tenuta in tasca o sulla scrivania dell'ufficio da una persona. Tutte due le antenne erano a suo modo di vedere  corpi di  un reato punibile con il carcere.
Il Capitano dei carabinieri - allora stava benissimo - vide solo la seconda e non la prima. Tre persone finirono condannate dalla Cassazione al carcere sia pure  con la condizionale, altre continuarono e continuano ad essere  "super antenno-dotate" ancora oggi, benchè responsabili dei medesimi "reati" (che per noi erano e sono  inesistenti), ma in carcere, sia pure virtualmente, non sono mai finite. E' stato un po' come vedere due delinquenti, ma decidere di catturarne  e denunciarne uno solo. Una distrazione, ribadita, confermata, ancora oggi tollerata e quotidianamente consumata.
Il ragionamento dei giovani Di Stravola - almeno così come riportato dal giornale -  potrebbe indurre qualche frettoloso lettore dal facile appetito ad arguire, in extrema ratio, che la malattia appare essere una sorta di "condanna" della natura per qualche comportamento "amicale" posto in essere dal capitano dei carabinieri quando era in ottima salute.
Sappiamo benissimo che non è così, ma è sgradevole vederlo suggerito a caratteri cubitali accanto alla foto in uniforme con decorazioni sul petto di un servitore dello Stato segnato dal destino che -  sarebbero parole del suo legale - "ha sempre operato nell'esercizio delle sue funzioni".
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