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Scritto Martedì 17 agosto 2010 alle 10:17

L’inchiesta del Giornale su Fini è bella ma furbetta e fragile

Gianfranco Fini e Vittorio Feltri
Me ne intendo bene di inchieste giornalistiche e so che senza documenti ufficiali di fonte certa le parole contano poco. Spesso non sono neppure indizi, ma forzati teoremi. Ho seguito dai titoli il dossier che Vittorio Feltri e il suo Giornale dedicano senza tregua da giorni al Presidente della Camera e cofondatore del Popolo della Libertà. Ho fatto una eccezione per il numero in edicola sabato 14 agosto 2010 strombazzato in anteprima come quello con le prove del misfatto, ovvero la fattura di acquisto dei mobili destinati all'arredo dell'appartamento di Montecarlo e le testimonianze del negoziante che glieli ha venduti.

Mi sono letto le tre pagine e mi sono messo le mani nei capelli che non ho più. Quali prove, quali testimonianze? Non c'è niente in quelle clamorose rivelazioni presentate sotto il roboante titolo "Ecco i documenti che smentiscono Fini". Il documento pubblicato non prova niente e le testimonianze sono aria fritta. C'è un colpo di scena però: il "testimone", tale Davide Russo ha dichiarato ai giornalisti di Feltri di avere rassegnato le dimissioni da commesso del negozio di mobili per poter essere libero di fare le dichiarazioni che ha fatto. Cioè, uno rinuncia volontariamente al posto di lavoro per dire quattro stupidaggini prive di contenuto probatorio che il giorno dopo saranno dimenticate?

Ma dove siamo al cinema?

Comunque. La fattura che Feltri cita come prova dell'avvenuta vendita di una cucina economica dalla ditta Castellucci Maria Teresa srl di Roma a Gianfranco Fini non è una fattura, ma un documento interno di verifica ordine intercorso tra la Scavolini spa di Montelabbata ( Pesaro Urbino ) - casa produttrice di cucine componibili - e il rivenditore, appunto la società Castellucci Maria Teresa srl. In tale documento interno si indica come riferimento tale Tulliani e si indica il prezzo di fornitura franco fabbrica e iva esclusa in euro 4.523,41 che - sia detto per inciso, ma Feltri non ci arriva - prima di divenire prezzo di vendita al dettaglio, al cliente finale viene ricaricato di almeno il 70/80%.

Ora, io al grande Vittorio Feltri non debbo insegnare nulla, ma fare passare una conferma d'ordine tra Scavolini spa produttore e Castellucci srl rivenditore per fattura di vendita al dettaglio tra Castellucci srl e Gianfranco Fini consumatore finale è una forzatura - alias clamorosa inesattezza - indegna di un grande giornale e di un grande giornalista. Il documento pubblicato tutt'al più è un indizio molto labile perché l'obiettivo di provare che la cucina è finita a Montecarlo non è raggiunto neppure in modo indiziario. Infatti la Castellucci srl, ha negato di avere fatto montaggi o trasporti a Montecarlo.

Non solo. Un negozio al dettaglio non emette fattura se non su richiesta del cliente. Un negozio emette lo scontrino fiscale o la ricevuta fiscale, entrambi documenti anonimi circa le generalità dell'acquirente. Anche le testimonianze sono vuote, non dicono nulla se non che Gianfranco Fini e signora erano clienti del negozio.

  • Per visualizzare la fattura (clicca qui) (Se questa è una fattura io sono Babbo natale)

Però le vuote rivelazioni di Feltri a qualche cosa sono servite. La Castellucci Maria Teresa srl che ha la sede legale in Roma, via Romano Guerra 6, che è l'indirizzo cui è stato spedito la conferma d'ordine dalla Scavolini spa, non risulta in Camera di Commercio avere negozi al dettaglio di arredamenti in via Aurelia km. 13.400. Dal camerale risulta solo grossista di generi non alimentari e addirittura inattiva e non risultano negozi al dettaglio aperti al pubblico in sedi diverse dal quella legale. Però la posizione camerale della srl è in fase di aggiornamento. Stai a vedere che il commercialista della società leggendo Il Giornale di Feltri si è accorto di non avere le posizioni in regola ed è corso ai ripari. Ecco la prova che il giornalismo d'inchiesta favorisce la legalità.

Per concludere. Io non difendo Fini da quando a metà degli anni '80 dichiarò a Italia 1 in un programma condotto da Giuliano Ferrara che "in Italia ci vuole la pena di morte", ma questa vicenda della casa di Montecarlo che a Gianfranco Fini non è mai appartenuta puzza di pesce andato a male. Un partito politico che - esattamente come Santa Romana Chiesa - riceve in donazione immobili ha interesse a trasformarli in denaro da investire in opere politiche o - esattamente come Santa Romana Chiesa -.in opere pie. Nessuno dei due è un'immobiliare, neppure per vocazione.

Partito e Chiesa hanno amministratori cui si da procura a vendere. Se il nome di Fini o quello di un suo accertato prestanome non appariranno tra i soci di una delle due società offshore che si sono passate la proprietà dell'appartamento monegasco prima di darlo in locazione al Tulliani, lo "scandalo"si sgonfierà. In ogni caso si tratta di questioni private che non coinvolgono beni pubblici, denari pubblici, ruoli o cariche pubbliche. L'ex Alleanza Nazionale era un soggetto privato. Se l'amministratore di un soggetto privato vende male gli ex tesserati gli tireranno le orecchie o lo citeranno per danni.

A me, piccolo giornalista di provincia, dispiace leggere sulle pagine di un grande quotidiano nazionale come il Giornale grossolane imprecisioni che non dovrebbero appartenere al bagaglio di giornalisti del calibro di Vittorio Feltri, il quale evidentemente ha contato sul fatto che 9 lettori e mezzo su 10 non sanno distinguere tra un ordine interno e una fattura. La passione va lasciata libera solo con una bella donna che ci sta. Nel ramo informazione è bene controllarla prima di darle spago. E prima di pubblicare documenti contabili, se non si è in grado di capirli, meglio consultare un commercialista. Il prezzo che si paga è la perdita di credibilità che nel giornalista equivale a una condanna a morte.

Alberico Fumagalli
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