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Scritto Lunedì 07 novembre 2011 alle 19:49

Garlate: commemorazione dei caduti, invito a costruire la pace

Gli Alpini, la Protezione civile, le associazioni più rappresentative del comune di Garlate si sono riunite, insieme all’amministrazione comunale e ad alcuni studenti delle scuole del paese, intorno al monumento ai caduti nella mattinata di domenica 6 novembre per rendere onore a coloro che hanno fatto il loro dovere lontano dalla loro patria, dalla loro famiglia.   
Ricco di citazioni letterarie il discorso del sindaco Giuseppe Conti, che ha invitato i cittadini a costruire la pace ogni giorno, tenendo lontane la violenza e la smania di potere.


Questo il testo letto domenica 6 novembre:

Davanti a questo monumento dobbiamo ricordare innanzitutto che questo è l’anno del 150° della nostra Italia. E che in questi 150 anni il nostro paese ha percorso un cammino che ha richiesto molte dure prove alla nostra gente, ma ha formato una nazione, ha formato gli italiani, ha formato un popolo.
Non c’è futuro senza l’unità e l’intangibilità del nostro Paese, non c’è domani nella chiusura e nella divisione. Il secolo scorso, quello dove ancora la maggior parte di noi  sono nati, ci ha già fatto provare cosa vuol dire separazione, e la lacerazione di identità che porta con sé la divisione profonda, magari fino alla guerra, di uomini e donne della stessa nazione.
L’unità dell’Italia quindi è un bene prezioso, un bene da salvaguardare e da tenere stretto, uno dei primi valori da insegnare alle nuove generazioni.

Specie in momenti come questi, in cui la crisi economica morde le nostre certezze e vediamo minacciato il nostro modello di vita è importante essere consapevoli che ce la faremo o non ce la faremo tutti assieme. E’ solo illusione quella che vorrebbe risolvere le cose creando barriere che si pensano insuperabili e che invece si saltano ormai premendo un pulsante del nostro computer.
Davanti a questo monumento, quindi, davanti a questi nomi che ci ricordano di un passato ancora storicamente recente, che solo una parte di noi ha vissuto ma di cui molti hanno sentito dai nostri nonni e dai nostri genitori, il nostro ricordo deve partire dalla consapevolezza che questi caduti sono persone che hanno vissuto momenti decisivi per l’unità del nostro Paese.
Davanti a questo monumento non possiamo dimenticare il fatto che in questi 150 anni abbiamo vissuto in un mondo che, anche se ancora molto c’è da fare in tante parti del mondo, ha comunque compiuto passi avanti eccezionali in molti campi: nelle conquiste tecnologiche, nel migliorare la qualità della vita, nella conquista dei diritti; ma che ha dato il meglio, anzi il peggio di sé nell’affinare strumenti di morte di massa, nell’arte dell’uccidere e dell’offendere, dove infinite risorse si sono dilapidate magari per avere una bomba che distruggesse qualche migliaio di vite più di quella del proprio nemico.

La guerra è sempre più terribile e nessuno può sentirsi al sicuro in un mondo così globalizzato. Nell’antichità le guerre si facevano fra eserciti e in molti paesi si interrompevano per tornare a casa e mietere il raccolto: come a dire: pensiamo prima alla vita, poi alla morte. Nel medioevo le guerre le facevano poche centinaia di soldati di ventura, piccoli gruppi che di mestiere facevano i mercenari, che poi sono diventati migliaia al soldo dei sovrani di allora. Ma il vero salto di qualità è stato nel Novecento, proprio nel secolo che abbiamo appena vissuto: la Prima guerra mondiale con milioni di morti fra i soldati reclutati nel popolo, ragazzi mandati al fronte sotto il comando di generali abituati a vedere le persone come numeri. Poi la Seconda guerra mondiale, in cui è morto non solo chi combatteva, ma tutta la popolazione è stata coinvolta, decine di milioni di morti in tutto il mondo, il male assoluto dei campi di concentramento, la bomba atomica. Ora la guerra è “diffusa” (ci sono decine di luoghi nel mondo dove si combatte) e sempre più feroce: si combatte sempre meno fra gli eserciti, ora si fanno scoppiare le bombe ai mercati, si fanno saltare i bambini sulle mine, si fanno schiantare gli aerei sui grattacieli, si uccidono i prigionieri in diretta televisiva, si affamano intere popolazioni: cosa mai saremo capaci di fare in futuro? E’ una domanda che mi lascia sempre sgomento, e mi fa dire che sono orgoglioso di essere italiano anche perché nella Costituzione Italiana c’è scritto chiaro, all’art. 11 che “L’ITALIA RIPUDIA LA GUERRA COME STRUMENTO DI OFFESA ALLA LIBERTA’ DEGLI ALTRI POPOLI E COME MEZZO DI RISOLUZIONE DELLE CONTROVERSIE INTERNAZIONALI…”

Costruiamo quindi la pace ogni giorno, costruiamola facendoci guidare nelle nostre decisioni per vivere il nostro presente e nel nostro essere genitori, nonni, cittadini, dalla voglia di pace e di voler allontanare ogni giorno di più dalla nostra comunità la violenza e la voglia di potere ad ogni costo.
Ricordiamoci sempre che, come dice la scrittrice Christa Wolf in un suo bel libro, “TRA UCCIDERE E MORIRE C’E’ UN’ ALTRA STRADA: VIVERE!”.
Guardando questo monumento e questi nomi mi sono sempre detto che dietro ogni nome c’era una persona, un figlio, un padre e mi sono chiesto molte volte cosa hanno pensato, questi giovani della nostra comunità quando sono partiti senza sapere che era l’ultima volta che vedevano i loro cari, la loro casa, il loro paese. E cosa hanno pensato lontani da qui, nella crudeltà della guerra, in quel mondo dove, per dire come GIUSEPPE UNGARETTI si stava “come d’autunno sugli alberi le foglie”.
Cosa hanno pensato prima di morire, prima di morire per la patria, certo, ma anche magari per ordini assurdi, per politiche sbagliate, in un disegno di cui i soldati al fronte non potevano percepire molto, ma dovevano solo pensare a difendere la propria vita con la paura di morire, il disorientamento per chi è andato in terre lontane o lo sgomento per chi ha dovuto combattere contro altri italiani; sperando un giorno di tornare qui, tra noi, a ritrovare la serenità e le radici più profonde della propria esistenza, a rinnovare la stupenda normalità della vita.
Ma nonostante ciò non hanno esitato, hanno fatto fino in fondo il loro dovere. Anche per questo dobbiamo ricordare, e ringrazio le associazioni e la scuola che sono qui e che testimoniano di questo ricordo.
Noi tutti dobbiamo ricordarli per onorarli, perché la nostra comunità, anche se gli anni sono trascorsi e se per fortuna sono diventati tanti quelli che ci separano dall’ultima guerra, di fronte a loro non può “voltare pagina”,  deve sempre guardarli dritti, quei nomi che sono scritti sul monumento, non dimenticarli.
Perciò preghiamo perché la terra che copre i nostri caduti per loro sia leggera, perché leggera era la loro giovinezza, solare il loro coraggio, matura la loro consapevolezza. Speriamo di essere degni del loro esempio e di riuscire a lasciare ai nostri ragazzi: qualcosa di simile a quello che hanno lasciato loro: qualcosa di cui andare fieri, qualcosa che non potrà mai essere ignorato.
Onore a loro e viva il nostro Paese: viva l’Italia!

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