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Scritto Giovedì 20 ottobre 2011 alle 09:21

Merate: il tumore del colon-retto si batte con la prevenzione. Il ''Viganò'' gremito per la serata con gli specialisti del Mandic

La prevenzione e la cura del tumore del colon a Merate è "un gioco di squadra" che vede schierati, in prima linea, i professionisti del Mandic con il supporto dell'Asl e di tutte quelle associazioni di volontari senza le quali l'attività di screening non sarebbe possibile.


Questo quanto emerso dal secondo incontro di cultura della salute promosso dall'Azienda ospedaliera  nella serata di martedì 18 ottobre presso l'aula magna dell'Istituto "Francesco Viganò" con il patrocinio dell'amministrazione comunale e la collaborazione della scuola stessa, rappresentati, in sala, rispettivamente dall'assessore Giusy Spezzaferri e dal preside Lorenzo Pelamatti.


Il direttore generale Mauro Lovisari

Almeno un centinaio le persone presenti all'appuntamento che ha chiuso il mini-ciclo di conferenze inaugurato la scorsa settimana, sia in città che a Lecco, con la trattazione del tumore alla mammella. Una partecipazione così massiccia, ben superiore a quella registrata nel capoluogo lariano, è stata giudicata come "un motivo di soddisfazione" da parte del direttore generale Mauro Lovisari che si è lanciato in un'appassionata introduzione in cui ha ben sottolineato come, effettivamente, i cittadini del meratese non manchino mai di dimostrare attaccamento verso il Mandic, attaccamento che, inevitabilmente quindi ha "contagiato" anche lui facendogli dichiarare che "bisogna innamorarsi dell'Azienda come della propria moglie. E come le mogli anche l'Azienda si accorge subito se viene trascurata". Ma, come già espresso in altre occasioni e con i fatti, il Dg in quota alla Lega Nord, non ha nessuna intenzione di relegare il nosocomio cittadino a una posizione di inferiorità rispetto al Manzoni e l'ha voluto riaffermare davanti alla folta platea: "Abbiamo portato a casa 6 milioni e 700 mila euro pari a 13 miliardi delle vecchie Lire" ha così ricordato. "Quasi un milione sono stati spesi per attrezzatura endoscopica. Vedervi così in tanti, qui, mi incoraggia: vuol dire che ho fatto bene a spendere per Merate".

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Automatico, quindi, il passaggio del microfono al "primo beneficiario" degli investimenti fatti sul Mandic, il dottor Pierluigi Carzaniga, direttore della struttura complessa di chirurgia che ha aperto ufficialmente la parata di professionisti chiamati ad affrontare "da vicino" il tema della serata: la prevenzione e la cura del tumore del colon.

Pierluigi Carzaniga, direttore della struttura complessa di chirurgia


Proprio Carzaniga ha citato per primo la metafora del "lavoro di squadra", poi ripresa anche dai suoi colleghi.

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Essenziale, infatti, il coordinamento tra tutti i "giocatori" coinvolti nei passaggi diagnostico-terapeutici ed essenziale, poi, l'essere dotati di strumentazione al passo con i tempi: "è stato fatto un grande sforzo per creare il nuovo blocco operatorio" ha ammesso Carzaniga evidenziando come nelle nuove sale e con le nuove apparecchiature, le più avanzate dal punto di vista tecnologico tra quelle installate negli ospedali lombardi, "tutto sarà gestito in maniera elettronica e multimediale".

Un’immagine virtuale di una delle nuove sale operatorie

Un’immagine delle sale risveglio destinate ai pazienti che vengono sedati prima della colonscopia.
La sedazione in Italia è in forte aumento. L’85-90% dei pazienti del Mandic la riceve.

Ecco quindi "all star team" schierato durante l'incontro, in rappresentanza di tutte le figure che si occupano di prevenzione prima e di cura poi del tumore al colon: Franco Tortorella (responsabile, insieme alla dottoressa Ailardo dell'attività di screening per l'Asl), Fabrizio Parente (endoscopista), Rodolfo Milani (radiologo), Maria Grazia Pezzotta (anatomopatologa), Marco Confalonieri (chirurgo), Silvia Villa (oncologa) e Daniela Rossi (psicologa).

Da sinistra: Pierluigi Carzaniga, Giacomo Molteni (direttore amministrativo di presidio), Daniela Rossi, Mauro Lovisari

Da sinistra: Silvia Villa, Maria Grazia Pezzotta, Marco Confalonieri, Rodolfo Milani e Fabrizio Parente

Tra le forme tumorali più diffuse, il carcinoma del colon-retto costituisce in Italia la neoplasia con il secondo tasso di mortalità, sia tra la popolazione maschile sia tra quella femminile. Tra le principali cause dell'insorgenza della malattia, troviamo i così detti fattori dietetico-ambientali (con il fumo, la cattiva alimentazione e la sedentarietà in primis), i fattori legati all'età e quelli afferenti alla predisposizione ereditaria.
L'Asl di Lecco è impegnata da anni, in campagne di prevenzione: nel 2010, per esempio, sono stati inviti a sottoporsi allo screening del cancro del colon retto oltre 36.000 cittadini dei quali 19.701 hanno risposto all'invito (56%). Di questi, 1108 sono risultati positivi, 13 con una forma tumorale, 61 con adenoma avanzato e  342 con adenoma iniziale. "Negli anni, abbiamo avuto un aumento delle adesioni e una diminuzione dei tumori. Troviamo invece sempre più forme lievi" ha spiegato il dottor Franco Tortorella.
"Il 95% dei pazienti screenati non ha un carcinoma ma circa il 40-50% presenta lesioni pre-cancerogene, il famoso polipo" ha infatti spiegato il dottor Fabrizio Parente. "La riduzione di mortalità ottenibile con lo screening è molto alta. Dei 30 pazienti su 100 che oggi muoiono per tumore al colon, la metà potrebbero salvarsi sottoponendosi allo screening". Parlando poi dettagliatamente della sua attività, il responsabile aziendale dell'endoscopia digestiva non ha usato mezzi termini:  "la prima colonscopia deve essere di qualità", fondamentale dunque il raggiungimento del ceco (ovvero la parte terminale del colon, distante oltre un metro dal retto) e, quindi, l'esperienza del medico che esegue l'esame e la collaborazione del paziente "che non deve ridurre da solo la preparazione così come magari fa con i farmaci".

Nell’immagine a sinistra la distribuzione dei polipi adenomatosi e dei tumori del colon-retto. In quella di destra, in blu la
localizzazione anatomica dei polipi adenomatosi e in rosso quella dei cancri diagnosticati dallo screening



L'endoscopista, comunque non è l'unico professionista che può arrivare alla scoperta di un carcinoma al colon retto. Un ruolo di prim'ordine  può infatti essere giocato anche il radiologo: "Noi possiamo dare il nostro contributo nella fase diagnostica, nella fase di stadiazione e in quella di trattamento" ha spiegato il dottor Rodolfo Milani illustrando una serie di esami dai nomi famigliari anche se, effettivamente, i più non ne conoscono le specifiche e le potenzialità: il clisma opaco oggi pronto ad andare in pensione sostituito dalla colonscopia virtuale, la Tac e risonanza magnetica, l'ecografia, l'ecoendoscopia e le tecniche di ablazione percutanea.


Per quanto poi riguarda la terapia, due sono le strade percorribili così come illustrato dal dottor Marco Confalonieri collaboratore del dottor Pierluigi Carzaniga: la via farmacologica e quella chirurgica. I fattori determinanti dell'efficacia di quest'ultima sono: lo stadio della neoplasia e la sua sede di localizzazione, l'età e le condizioni generali del paziente e le eventuali complicazioni. Fiore all'occhiello della terapia chirurgica condotta a Merate è indubbiamente la chirurgia laparoscopica, attraverso la quale vengono oggi operati il 76% dei pazienti con tumore al colon-retto, semplicemente con l'utilizzo di una telecamera e di strumenti dedicati che vengono introdotti nella cavità addominale tramite piccole incisioni cutanee che evitano così il grande taglio addominale.

Un polipo e un tumore

Le tecniche di chirurgia laparoscopica del tumore del colon-retto sono ormai standardizzate, consentono cioè di conseguire gli stessi risultati dell'intervento tradizionale, usufruendo dei vantaggi delle tecniche mini-invasive: riduzione dello stress  chirurgico e della necessità di trasfusioni di sangue; una ripresa della funzione intestinale più rapida rispetto a quanto prevede la chirurgia tradizionale; un miglioramento degli scambi respiratori dopo l'intervento, per minor dolore  addominale; la riduzione del dolore postoperatorio, del tempo di degenza, del rischio di laparocele, cioè di ernia della ferita chirurgica; un miglioramento estetico e la possibilità di iniziare precocemente l'eventuale chemioterapia. Proprio a proposito di chemioterapia, buone novità sono state portate dalla dottoressa Silvia Villa che ha anche fornito informazioni circa i farmaci storicamente utilizzati e quelli più recenti, meno tossici e "intelligenti", informazioni queste che sono andate a rafforzare una delle prime battute con cui è cominciato l'intervento della responsabile del Day Hospital oncologico: "il tumore al colon è uno di quelli che , forse, potranno non esserci più tra qualche anno".

Alice Mandelli
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