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Scritto Martedì 27 settembre 2022 alle 12:54

Assolto il sindaco di Merate dall’accusa di istigazione alla violazione di norme (art.415 cp) perché “il fatto non sussiste”

Il sindaco di Merate è stato assolto perché ''il fatto non sussiste''. Si è espresso così, poco prima delle ore 13 di oggi, il giudice in ruolo monocratico Giulia Barazzetta, dall'aula al primo piano del tribunale di Lecco.
Come noto, Massimo Augusto Panzeri, borgomastro della seconda città della provincia, era finito a processo con l'accusa di "istigazione alla violazione di norme" (art. 415 cp) a seguito di una diretta Facebook andata in onda durante il periodo di lockdown. In quell'occasione l'amministratore avrebbe infatti - secondo quanto contestatogli dalla Procura, allora rappresentata dal dr.Andrea Figoni, oggi a Cremona - suggerito ad alcuni cittadini che gli avevano sottoposto delle domande, come aggirare le prescrizioni vigenti in tema di contenimento del Coronavirus. Era il 3 maggio 2020 e proprio da quella diretta è scaturita poi l'indagine penale nei suoi confronti, con il rinvio a giudizio disposto dal giudice per le udienze preliminari Salvatore Catalano su richiesta del pubblico ministero.


Il sindaco di Merate Massimo Augusto Panzeri

Nell'udienza del 22 marzo era stato lo stesso sindaco a sottoporsi ad esame, illustrando in aula le proprie ragioni.  ''C'erano continue richieste di informazioni rispetto ai vari DPCM che si susseguivano, quindi in aggiunta agli strumenti istituzionali (sito internet, app e note stampa ndr) ho iniziato ad utilizzare anche i social network registrando messaggi informativi e proponendo anche un paio di dirette Facebook'' aveva detto Panzeri, entrando nel vivo di quella giornata, sicuramente indimenticabile.
Due in particolare le richieste che hanno poi messo in difficoltà l'amministratore classe 1971; la prima postagli da un meratese con problemi di deambulazione che gli chiedeva la possibilità di fare un giro in auto non potendo camminare con facilità. L'altra invece, riguardava la richiesta di legittimità di un'eventuale visita in un negozio fuori città per far riparare un elettrodomestico. In entrambi i casi Panzeri, pur riconoscendo come le due situazioni non fossero di estrema necessità, aveva mostrato un'apertura, fornendo risposte non totalmente in linea con il contenuto del decreto, ma che a suo dire avrebbero avuto quale unico obiettivo quello di andare incontro alle esigenze dei cittadini.
''Non volevo spingere queste persone a trasgredire le regole: ho solo cercato di consigliare loro come agire all'interno delle possibilità concesse'' ha affermato l'amministratore, rispondendo alle domande dell'avvocato Barra, suo difensore insieme alla collega Ammannato.

Raccolte, durante il procedimento penale, anche le deposizioni del segretario dr.ssa Maria Vignola e dell'allora comandante della PL Roberto Carbone, che si erano limitati a ribadire l'impegno profuso da Panzeri durante il periodo Covid.
Al termine dell'istruttoria dibattimentale però, la pubblica accusa ha confermato la sua tesi: lo scorso 4 luglio infatti, il vice procuratore onorario Mattia Mascaro aveva chiesto la condanna di Panzeri alla pena di sei mesi, ritenendo provata la sua penale responsabilità in ordine ai fatti che gli venivano contestati.
Per la difesa invece, il sindaco di Merate non ha colpe: l'avvocato Elena Ammannato si era soffermata sull'insussistenza dell'elemento oggettivo, mentre la collega Elena Barra aveva puntato il proprio intervento sull'assenza del dolo generico richiesto dalla fattispecie. "Si guardi anche il linguaggio del corpo, la mimica facciale, lo sguardo, la postura e il tono di voce, che denotano difficoltà e disagio: all'esito non si potrà non giungere alla conclusione che il sindaco non intendeva affatto istigare alcuno alla violazione delle norme" aveva sostenuto il legale del foro lecchese.
Oggi la sentenza finale nei confronti di Massimo Panzeri, presente personalmente in aula: assolto perchè ''il fatto non sussiste'' ha deciso il giudice Barazzetta, riservandosi di depositare le motivazioni entro 45 giorni.
Un verdetto accolto con gioia palpabile sia dall'imputato - ''ora si torna a lavorare'' il suo commento a caldo - sia dal difensore, al termine della veloce udienza. ''Sono soddisfatta per un esito che non poteva essere diverso'' le parole dell'avvocato Barra.
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