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Scritto Domenica 28 novembre 2021 alle 17:26

Verderio, violenza domestica: quali sono i campanelli d'allarme e come comportarsi

Anche il comune di Verderio ha voluto far sentire il proprio "BASTA!" alla violenza di genere: l'ha fatto con una serata, promossa dalla Proloco, tenutasi venerdì 26 nella palestra delle scuole elementari. L'esperta chiamata a far luce sul tema della violenza domestica è stata la dottoressa Chiara Motti, originaria della Valtellina ma "adottata" da Verderio da una decina di anni, laureata in filosofia ed ora impegnata nell'attività di mediazione famigliare.

La dottoressa Chiara Miotti e Romina Villa presidente della Proloco

"La locandina diceva "riguarda tutte noi" " ha introdotto l'argomento la presidente della Proloco Romina Villa "anche se non siamo coinvolte direttamente è interessante sapere cosa fare nel caso in cui ci debba capitare di aiutare un'amica o una collega".
La dottoressa ha quindi iniziato con l'esaminare sia il punto di vista dell'uomo che quello della donna maltrattata, basandosi su esperienze maturate nel campo della mediazione: "Avere un'idea di quelli che sono alcuni aspetti che sottendono la problematica della violenza sulle donne può aiutare a fare chiarezza".

Ha così individuato la principale base teorica della violenza in una singola componente, quella del controllo: "viene esercitato sì dal carnefice, ma anche dalla vittima. Il primo ha l'obiettivo di controllare la donna, ma la donna è controllante verso sè stessa". Ha spiegato il fenomeno con quello che viene chiamato il "ciclo della violenza domestica", importante anche per individuare dall'esterno una situazione di abuso. Le fasi che compongono questo circolo vizioso sono quattro e riguardano il maltrattante: la prima è la fase di crescita dell'attenzione, cioè un periodo di forte irascibilità dell'uomo (il quale attribuisce la causa a fattori esterni, come lo stress economico o sul posto di lavoro). È qui che entra in gioco l'auto-controllo da parte della donna, che per evitare di aggravare l'umore del compagno inizia a "camminare sulla uova". Alla fase acuta (in cui si manifestano le botte, le minacce e le violenze psicologiche) seguono poi la fase delle scuse (che comunque non prevede un'assunzione di responsabilità del carnefice) e quella della "luna di miele": spaventato dall'idea di perdere la donna, quest'ultima viene disorientata dal comportamento gentile e premuroso tenuto dall'uomo in seguito alla violenza. "Ma si tratta di un ciclo: la fase della luna di miele può anche durare anni, sembra che vada tutto bene, però ad un certo punto riparte la tensione per poi ripetere tutto da capo" ha ricordato la dottoressa Motti.

La dottoressa Miotti

A questo punto ha indagato le motivazioni per cui, normalmente, la vittima decide di rimanere a fianco dell'uomo violento: sono la "sindrome della donna picchiata" (quello stordimento già visto nella dinamica del "ciclo della violenza domestica") e la "sindrome dell'impotenza appresa", ovvero la rassegnazione della donna, che non vede modo di uscire dalla relazione violenta.
"Ci sono poi anche degli investimenti che fanno sì che la donna continui a rimanere in questa situazione malsana e che le impediscono di denunciare o di lasciare il partner" ha precisato la dottoressa, che ha quindi elencato l'investimento emozionale (per cui la donna pensa che non valga la pena andarse "dopo tutto quello che ho passato"), sociale (ovvero l'imbarazzo davanti alla comunità, alla famiglia, agli amici), famigliare (quando si decide di rimanere con il padre dei propri figli "per il loro bene"), quello economico e dello stile di vita (che riguardano soprattutto le donne che non vantano un'indipendenza economica) e quello dell'intimità (che spesso è incoraggiato dalle minacce dell'uomo di raccontare particolari della loro vita più intima).
La relatrice ha quindi voluto esporre alcuni dei "campanelli d'allarme" che possono precedere la violenza domestica: "La relazione maltrattante non si manifesta da subito nella coppia, però è facile riuscire a immaginarsela da alcuni segnali che si evidenziano nell'uomo: generalmente i maltrattanti sono uomini che si attaccano alla velocità della luce".
"Lui vuole far capire alla donna che non le poteva capitare nulla di meglio rispetto a lui... sono però persone tendenzialmente aggressive in qualunque contesto: che sia dalla guida della macchina, al parcheggio, al supermercato, al ristorante" ha aggiunto la dottoressa Motti "Spesso le vittime tendono a innamorarsi dell'uomo alfa, di quello che spacca la faccia a tutti... poi però c'è il rischio che la faccia la spacchi pure a te".



Ancora è facile riconoscere una relazione malata perchè piano piano l'uomo tenta di estraniare la donna: "l'obiettivo è isolarla: la porta a interrompere i rapporti con la famiglia d'origine, con gli amici e addirittura la porta al licenziamento per farla stare a casa dal lavoro".
"Un'altra cosa è che l'uomo violento non si assume mai la responsabilità: se ti ha picchiato non è colpa sua, ma perchè l'hai provocato o perchè al lavoro gli hanno fatto girare le scatole. Poi c'è il test della cameriera: osservare come si comportano questi uomini con donne che hanno funzioni di servizio, proprio come la cameriera al ristorante, può diventare un chiaro segnale. Se tende ad essere disprezzante e svilente dovrebbe farci rizzare le antenne".
Esistono anche alcuni fattori che possono rendere una donna "a rischio", maggiormente attratta dalla tipologia di uomo che si vende come "macho", "il salvatore": "non è una questione privata, ma sociale" ha specificato la dottoressa "sono cresciute in modelli socio-educativi in cui la donna è subordinata, famiglie disfunzionali, sono spesso ragazze che hanno ricevuto cure discontinue nella loro infanzia, a volte i genitori hanno dipendenze, la normalità è quella in cui la famiglia non parla mai di aspetti legati all'emotività, c'è la mancanza di contatto e fiducia con i genitori e infine il maltrattamento o l'abuso sessuale".
Non solo le loro vittime, ma anche gli uomini violenti spesso provengono da ambienti dove hanno subito o sono stati testimoni di abusi o hanno sperimentato l'abbandono di un genitore in tenera età.

Romina Villa

Arrivando a trattare del femminicidio la dottoressa ha spiegato: "Ad uccidere non è solo l'uomo, ma è tutto il contesto culturale. È uno strumento che culturalmente viene utilizzato per controllare la donna. L'obbiettivo è quella di annientarla e farla diventare oggetto".
"Negli anni la donna, seppur lentamente e seppur con fatica, ha ottenuto l'emancipazione: questo per alcuni uomini è destabilizzante, perdono dei punti di riferimento" ma non è solo un ristabilire la gerarchia tra uomo "dominatore" e donna "sottomessa" "Nel femminicidio c'è proprio il possesso: tu sei mia, quindi io dispongo di te come voglio, anche nella morte. Non hai una volontà e non sei un essere indipendente, quindi io decido per te".
La mediazione famigliare (cui si ricorre in sede di separazione) può essere quindi uno strumento di prevenzione al femminicidio, che, purtroppo, avviene nella maggioranza dei casi proprio quando la donna esprime la volontà di divorziare: "succede che ci sono degli uomini che si trovano in una situazione che non sono minimamente in grado di gestire da un punto di vista emotivo".

"Dico sempre che il matrimonio non è la fine del mondo, ma la fine di un mondo. La mediazione lavora sul "qui" e "ora" in programmazione del futuro: noi cerchiamo di portare la coppia ad immaginarsi gli scenari che si realizzerano fra qualche anno. Sgravandoti dal peso che stai provando in questo momento raggiungi una lucidità che ora non hai" senza voler giustificare i mariti, i compagni, i padri che commettono femminicidi, togliendo anche la vita a sé stessi e ai propri figli, la mediatrice ha quindi cercato di spiegare come si possa arrivare a tanto, prendendo ad esempio un caso di cronaca recente "È un gesto aberrante, ma se ti fermi un attimo in quel gesto vedi la disperazione che lui doveva avere in testa. Probabilmente con un aiuto si sarebbe potuto evitare: ha rovinato una famiglia quando nel giro di quattro o cinque anni avrebbero potuto essere tutti felici e sereni".
"Diventiamo più ricettivi nei confronti di questa tematica" ha concluso la dottoressa, prima di rispondere alle moltissime domande e curiosità dei presenti.
F.F.
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