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Scritto Giovedì 25 novembre 2021 alle 17:57

'Io resto’: un docufilm per non dimenticare quel marzo 2020

"Io resto": è il titolo di un film documentario, diretto da un giovane regista, Michele Aiello, girato per un mese intero - il marzo del 2020 - presso gli Spedali Civili di Brescia, durante il periodo più acuto della emergenza sanitaria dettata e determinata dal Covid. Presso uno degli ospedali che ha accusato di più l'alto numero di ricoverati, dove medici e infermieri, come in decine e decine di altri ospedali, hanno fatto il possibile per limitare non solo la circolazione del virus, ma anche le vittime.


"Per la prima volta - è stato scritto - una video camera mostra il fardello emotivo e la gentilezza nei rapporti tra pazienti e personale sanitario, durante lo scoppio della pandemia".
Presentato recentemente al Festival del documentario di Nyon e al Biografilm di Bologna, "Io resto" sarà proiettato, con ingresso gratuito, al TeatrOreno di Vimercate, in via Madonna 14, lunedì 6 dicembre alle ore 21.00. La proiezione è organizzata e promossa da ASST Brianza ed è prevista la partecipazione del regista e di alcuni ospiti. L'accesso alla sala è con green pass. E' possibile anche prenotarsi inviando una mail a ufficio.comunicazione@asst-brianza.it

"Le immagini del docufilm riguardano e interessano anche noi - spiega Marco Trivelli, Direttore Generale-. Con esse vogliamo ricordare e testimoniare l'attività, la professionalità, il carico di umanità messi in campo dagli operatori nel corso dell'emergenza sanitaria, a Brescia come nei nostri presidi ospedalieri". E interessano ancora di più oggi, in un momento in cui i dati epidemiologici ci segnalano che la lotta al Covid non è affatto conclusa, che la sfida non è ancora vinta, anche se abbiamo a disposizione, a differenza dell'anno scorso un'arma eccezionale come il vaccino.

Il regista Michele Aiello racconta: "ogni volta che penso ad un medico, penso a mia mamma, Silvia, una pediatra inarrestabile e generosa. Fin da piccolo sono affascinato dalla sua attitudine al lavoro, completamente dedita alla cura dei bambini. Che siano pazienti suoi o meno, sempre disponibile anche ben oltre gli orari di reperibilità. Quando la pandemia ha colpito l'Italia e gli ospedali hanno cominciato a fronteggiare la prima grande ondata di pazienti, ho pensato alle tante Silvie, instancabili lavoratrici che rappresentano un punto di riferimento prezioso per le loro comunità. Da lì è cresciuto il desiderio di raccontare un certo tipo di rapporto nella cura, non solo sanitario, ma di sincero trasporto. Per questo motivo non volevo ritrarre il personale sanitario come un eroe impersonale. Come montava nella grande narrazione mediatica. Piuttosto mi interessava cogliere l'essenza di alcuni momenti capaci di raccontare, con piccoli gesti, i grandi dilemmi dell'umanità, in un momento storico così importante per tutti. In particolare, mi interessava il punto di vista di persone normali nella condizione obbligata di dover lavorare in condizioni eccezionali, senza un tornaconto personale".
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