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Scritto Lunedì 08 marzo 2021 alle 15:46

Robbiate: esperti a confronto sulle terapie anticovid e la cura al domicilio dei malati

La videoconferenza organizzata dal Centro Culturale Cattolico “E. Mounier” di Milano ha offerto agli spettatori una serie di testimonianze da parte di medici e professori sul tema della cura domiciliare, volta a farsi carico e guarire l’infezione da Covid-19 all’intero delle mura domestiche.
Ad introdurre il dibattito è stato Alberto Bassanesi, presidente del Centro Culturale Cattolico, che ha ricordato come sia indispensabile tenere presenti le due strategie chiave volte a debellare la malattia, ovvero le misure di distanziamento sociale e il vaccino. D’altro canto è bene sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti di una terapia domiciliare che secondo le testimonianze degli esperti rappresenterebbe una valida “strategia” di intervento per aggredire e rallentare l’infezione da Covid-19, agendo tempestivamente alla comparsa dei sintomi e da casa.


Alberto Bassanesi

A moderare l’incontro è stato Piero Andreuccetti che ha ringraziato Pierantonio Villa, promotore del'iniziativa e consigliere comunale di Robbiate, che ha raccolto la disponibilità degli esperti e facilitato la diffusione, nella maniera più precisa possibile, delle loro testimonianze.
“Ho avuto un impatto forte con il Covid-19” ha spiegato il consigliere comunale “mio suocero, pur avendo un livello di saturazione 71, era stato lasciato a morire a casa perché gli ospedali erano saturi. Se si è salvato è stato grazie alla dott.ssa Pizzi che basandosi sul suo intuito gli ha somministrato una grossa dose di cortisone ed eparina. Come lui, ha salvato molte altre persone”.


Piero Andreuccetti


Pierantonio Villa

Da questa esperienza personale è iniziata la ricerca di Pierantonio Villa in merito all’impiego di approcci domiciliari che si sono rivelati salvifici. Un percorso che lo ha portato a conoscere diversi medici e professori che tutt’oggi si battono per la stessa causa.
Il primo intervento è stato quello della dottoressa Roberta Ricciardi, neurologa specializzata nella cura della malattia autoimmune, la Miastenia, di cui lei stessa è affetta, presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Pisa.
“Ho più di 7000 pazienti, tanti dei quali si sono ammalati di Covid-19” ha spiegato la neurologa “molti di loro fanno abitualmente uso di farmaci immunosoppressori quali il cortisone, ritenevo quindi che sarebbero stati maggiormente a rischio nell’affrontare l’infezione. In realtà, ho notato che tutti sviluppavano forme lievi di malattia e guarivano dopo soli pochi giorni.”
Da qui l'intuizione di impiegare cortisone per i suoi pazienti malati di Covid, aumentandone le dosi, oppure impiegando il più potente tra gli antiinfiammatori steroidei, ovvero il desametasone.


Roberta Ricciardi

Nonostante la diffusione della sua scoperta e un appello al ministero della sanità non sono arrivate risposte.
“La complessità di questo virus è che è molto diverso da caso a caso, a volte si manifesta in modo leggero, altre volte i sintomi sono manifesti fin da subito, e non bisogna temporeggiare. I malati di Covid devono essere curati al domicilio e subito, non portati in ospedale in uno stadio già compromesso” ha spiegato la dott.ssa Ricciardi che si è detta dispiaciuta del fatto che qualsiasi medico avrebbe potuto agire utilizzando farmaci già noti e di semplice impiego, come il cortisone, e salvare molte più vite. “All’inizio pensavo di essere un marziano: questi farmaci sono facilmente reperibili a differenza di due soluzioni, altrettanto valide, a cui poter ricorrere, ma che richiedono una fase preparatoria assai più lunga: siero iperimmune (comunemente plasma) e anticorpi monoclonali”.
Del suo stesso parere è stata la dottoressa Natalia Pizzi, medico di base di Villa d’Adda, Carvico e Sotto il Monte, secondo la quale l’approccio domiciliare vincente è stato proprio l’utilizzo del cortisone, con il supporto di antibiotici ed eparina.
“Ho iniziato ad utilizzare il cortisone con pazienti che non respiravano, e ho visto che faceva la differenza, nell’arco di 24h il malato iniziava a non desaturare più, e l’interstiziopatia cessava. Il tutto con l’impiego di antibiotici, a volte anche duplici, perché la polmonite non cedeva”.
Anche per la dottoressa bergamasca è stata una battaglia combattuta in silenzio, recandosi nelle case dei pazienti bardata dalla testa ai piedi, nonostante le indicazioni dall’alto invitavano a non muoversi e prescrivere ai pazienti del comune paracetamolo.



Natalia Pizzi

“Devo dire che all’inizio ho avuto paura, mi sono ammalata anche io, ma non c’è stata alternativa, bisognava andare avanti” ha racconta ripercorrendo i momenti più difficili “non essendoci all’inizio la possibilità di fare tamponi, erano tutte strategie empiriche, io isolavo tutti ai primi sintomi.”


Matteo Ciuffreda

Matteo Ciuffreda, cardiologo pediatra dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo si è soffermato invece sul sistema ospedaliero e le scelte fatte nei mesi più critici della pandemia.
“L’ospedale di Bergamo, una delle eccellenze italiane, si è trasformato in un'ecatombe. Curiamo malattie impossibili, perchè non siamo stati in grado di sconfiggere un virus influenzale?”
A suo parere la risposta è da trovare all’interno di un atteggiamento culturale che ha fatto commettere enormi sbagli. Nella fase iniziale della pandemia non si è adottato un approccio scientifico, di osservazione, ideazione e sperimentazione del problema. Si è invece fatto ricorso a protocolli preconfezionati ma che non hanno permesso di individuare le reali cause del problema.
“Il sistema andava verso una centralizzazione verso ospedali super specialistici, in Lombardia, fuori anche peggio, e a una totale assenza di sostegno della medicina del territorio, come quella interpretata dalle colleghe Pizzi e Ricciardi, una ricerca che mirava a salvaguardare la salute dei pazienti” ha spiegato, invitando poi a ripartire dal metodo scientifico, mettendoci passione, e cercando di non far scollare il contesto scientifico dalle reali esigenze e problematiche della società.


Piero Sestili

L’ultima testimonianza è stata quella di Piero Sestili, professore di Farmacologia all’Università di Urbino Carlo Bo.
Il professore, dopo essersi chiesto come si stesse evolvendo la terapia in ambito domiciliare del paziente Covid, con particolare riguardo all’impiego del cortisone, ha deciso con l’Ordine dei Farmacisti di Pesaro e Urbino e la provincia di Ancona di monitorare in modo continuativo l’evoluzione delle prescrizioni nella terapia domiciliare mentre la pandemia stava flagellando l’Italia. La ricerca è stata possibile grazie alla somministrazione di un semplice questionario, distribuito ai farmacisti aderenti all’iniziativa. Infine, tutti i dati sono stati raccolti da un tesista, che ne ha fatto uno studio sperimentale.
Il professore, che è stato uno dei primi a diffidare della validità del paracetamolo, suggerendo di utilizzare piuttosto farmaci non-steroidei come l’aspirina, ha spiegato che secondo l’ultimo protocollo sanitario fornito dal ministero, il paracetamolo è rimasto il farmaco più prescritto, seguito dai cortisonici, dall’eparina e dagli infiammatori non-steroidei, e in ultimo dagli antibiotici.
“Con i questionari somministrati è emerso che vi sono elementi di concordanza e di discordanza tra i farmaci prescritti dal protocollo ministeriale e la vendita effettiva di questi nella fase precoce e tardiva della seconda ondata della pandemia” ha commentato il professore.


Marco Battaglia

In conclusione, nonostante si possa notare un lieve aumento nelle vendite di farmaci antiinfiammatori non-steroidei, e in numero ancor più minore del cortisone, quest’ultimo non è accompagnato dalla prescrizione dei medici di medicina generale che rimangono ancorati ai protocolli del ministero.
La conferenza si è chiusa sulle note della chitarra di Marco Battaglia, direttore artistico dell’Associazione 800 MUSICA di Milano, sulle musiche di Napoléon Coste.
F.Fu.
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