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Scritto Venerdì 05 marzo 2021 alle 09:10

Scuole chiuse, un professore: chi paga sono ancora i ragazzi

Da quest'oggi, dopo la firma di ieri dell'ordinanza regionale che ha posto la Lombardia in zona "arancione rinforzato", tutte le scuole di ogni ordine e grado (con unica esclusione degli asili nido e dei micronido) sono chiuse, con piccoli e grandi alunni di nuovo in didattica a distanza. Riceviamo e pubblichiamo lo "sfogo" di un insegnante lecchese, con una serie di perchè ai quali è difficile dar risposta.

Buonasera,
sono un insegnante di educazione fisica che lavora in due scuole medie del territorio lecchese.
Vi scrivo un po’ per sfogarmi e un po’ per manifestare il mio disappunto per quanto deciso oggi dalla regione Lombardia ma anche per le scelte fatte su tutto il territorio nazionale. Ancora una volta non siamo stati capaci di imparare dagli errori. Ancora una volta a pagarne le conseguenze sono i nostri figli, i nostri alunni i ragazzi futuro dell’Italia. Da tredici mesi sono i più tartassati; abbiamo tolto loro la scuola come luogo di conoscenza e sapere, di socialità e di impegno. Abbiamo limitato la loro libertà di azione e di agire, abbiamo tolto loro l’attività fisica e sportiva, ma anche il solo piacere di giocare. Spesso li abbiamo etichettati come gli untori e come i “poco responsabili”. Quelli che non si ammalano ma fanno ammalare gli altri.
Con tante belle parole spese in più sedi, tutti abbiamo detto che da settembre le cose sarebbero cambiate, che la scuola non poteva più aspettare, che la scuola era una priorità. Ma ben sappiamo come sono andate le cose con le superiori e anche con le medie, che hanno potuto frequentare a singhiozzo.
Insegno in tredici classi, da settembre ad oggi sono a conoscenza di 5 casi di miei alunni risultati positivi al covid-19 su un bacino di quasi 300 alunni; nessun caso si è poi diffuso nella singola classe. Ho avuto quattro classi in quarantena che con volontà hanno continuato nella ormai famosa DAD. E sul territorio che conosco e frequento è questo il trend….questo per dimostrare ancora una volta la forza della scuola italiana in grado di rispettare e far rispettare i protocolli sanitari. Una scuola che non è immune al contagio ma che ha imparato a difendersi.
Purtroppo però, ancora una volta dopo il mese di novembre, siamo costretti a chiudere.
Questa mattina quando si è sparsa la voce di un probabile ricorso alla DAD ho visto gli occhi dei miei alunni farsi tristi e riempirsi di lacrime. Anche gli occhi dei miei alunni di prima, risparmiati dalla prima chiusura di novembre ma che già avevano vissuto la DAD lo scorso anno. Occhi di alunni che in questi mesi ho imparato a conoscere, come tutti quelli che fanno il mio lavoro; occhi che in molti casi non abbino ad uno sguardo o un sorriso perché coperto dalla mascherina… la tristezza di non essere ancora riuscito a vederli in faccia!
Come spesso è capitato in questo lunghissimo anno sono molto i dubbi, le domande i perché senza risposta. L’uomo comune, quello della strada si chiede perché non vengano chiuse le attività più esposte al contagio, perché si è deciso un liberi tutti in estate, perché non sono stati migliorati i trasporti, perché non si procede con le chiusure delle sole zone a rischio, perchè si è perso tempo a gennaio per difendere interessi propri e di partito invece del bene comune, perché non arrivano i vaccini……perché la scuola chiude e le altre attività dedicate ai ragazzi restano aperte (e ben potete capire da chi arriva questa considerazione: se chiusura deve essere che sia per tutti e tutto).
L’uomo comune della strada si chiede perché uno stato di diritto non sia in grado di far rispettare la legge sul proprio territorio, ricorrendo, quando serve, anche alla fermezza.
Non pretendo di avere ragione, non voglio apparire irrispettoso nei confronti di chi è chiamato a prendere decisioni difficili, non sono un negazionista e nemmeno colui che gioca con la paura; chiedo scusa se involontariamente ho offeso qualcuno; sono solo un semplice uomo della strada amante della vita che chiede rispetto e coerenza.

Luca Bonfanti
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