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Scritto Domenica 21 febbraio 2021 alle 11:03

''Habeas corpus'': i voli della morte nel capolavoro di Stefano Motta

Una donna in volo campeggia sulla copertina del nuovo romanzo di Stefano Motta. Non si capisce bene se sia in aria, o in acqua, se sia un tuffo maldestro in piscina, o qualcosa di diverso.

Dopo gli anni della presidenza meratese, il professor Stefano Motta
oggi lavora all'Istituto Aeronautico "Città di Varese". "La frequentazione quotidiana con ingegneri aerospaziali,
storici dell'aviazione civile e militare, piloti di primissima fascia, mi ha dato informazioni preziose
per un romanzo in cui gli aerei, da simboli di libertà, sono purtroppo stati usati come strumenti di morte"



Con Habeas corpus (Edizioni del Faro, Trento 2021, pagg. 144, Euro 13) Motta si immerge in una delle pagine più buie della storia del Novecento con un romanzo inatteso e durissimo, di difficile ma necessaria lettura. In mezzo alle centinaia di vittime innocenti giustiziate nei cosiddetti "voli della morte" della dittatura argentina tra il 1976 e il 1983, col fiuto tenace dello storico Motta ha scovato la storia di Alice Domon, religiosa francese a fianco delle Madres di Plaza de Mayo, sequestrata e fatta sparire lei stessa, come un'intera generazione di giovani, decimata. Erano perlopiù studenti universitari di legge, di lettere, di psicologia, perónisti, guevaristi affascinati dagli ideali che avevano animato il Che (che era argentino), soprattutto erano cattolici, impegnati a sostegno delle fasce povere della popolazione, nell'alfabetizzazione delle bidonville, o nella tutela dei diritti dei lavoratori nelle fabbriche. Quando entra la voce di Alice, innocente, persino ingenua, ricavata attraverso le lettere ai suoi famigliari che Motta ha recuperato e inserito nel romanzo, si respira. Per tutto il resto del romanzo le pagine sono di una crudeltà precisissima nella descrizione delle torture, impudica e dolorosa. Entriamo nelle stanze dell'ESMA attraverso il racconto svogliato e sadico di un sottoufficiale addetto alla picana, il bastone elettrico che veniva usato con i prigionieri. E le prigioniere, non so se mi spiego. "Non so se mi spiego" è l'intercalare di questo che non stonerebbe accanto ai cattivi peggiori della letteratura e della cinematografia.


https://youtu.be/_DMZo_VvUr8

Cattivo perché banale, meticoloso, efficiente e lamentoso esecutore, deresponsabilizzato moralmente dall'obbligo militare dell'obbedienza dovuta. Si voltano nervosamente le pagine, si piange, si rabbrividisce, si urla, nel nuovo libro di Motta. Si prova schifo, a volte. E ci si illude che la fine arrivi diversa. Ma la sera del 14 dicembre 1977 Alice Domon scompare, gettata da un aereo nell'Oceano Atlantico insieme con le fondatrici delle Madres di Plaza de Mayo. Gettata viva. Mentre il mare ha restituito i cadaveri delle altre donne morte con lei, il corpo di Alice non è mai stato ritrovato. Il romanzo di Motta la fa ricomparire, lei desaparecida, e le dà ali, per non cadere nell'oblio. Non è, forse, un romanzo da passaparola, di quelli da acquistare e regalare a scatola chiusa. Ma è un romanzo necessario, che è scritto benissimo, e che va letto. Noi abbiamo avuto il privilegio di leggerlo in bozza, mentre ancora stava nascendo: siamo stati male sulle pagine più tese, e lo rileggeremo, sperando ancora, nonostante tutto, che la fine sia diversa.
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