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Scritto Martedì 19 gennaio 2021 alle 16:04

L’evoluzione della Lombardia con il governo Conte: da ''lavora, paga e taci'' a ''non lavora, paga e taci''

Cortese direttore,
mentre qui in città, raggiungendo vette di disagio mai toccate prima, ci accapigliamo discutendo della presunta contagiosità del bottone musicale della Peppa Pig, a Roma un governo ormai moribondo, lacerato da personalismi e da lotte di potere, privo di una vera maggioranza parlamentare, ci condanna ad un ulteriore ed ingiustificato periodo di reclusione domiciliare.
Pensavo di leggere nella sua rubrica dedicata ai lettori, centinaia di lettere contro questo ennesimo sgarbo perpetrato ai danni della nostra regione, invece la discussione che sta appassionando grandi e piccini, riguarda i giochi e la musichetta di Peppa Pig. Come al solito, come sempre, è più facile e comodo limitarci a guardare il dito, mentre è più complicato alzare lo sguardo e osservare la luna. Per noi lombardi, se fino a ieri valeva l’equazione lavora, paga e taci, con questo governo, siamo alla evoluzione: non lavora, paga e taci.
Non può sfuggire, anche ai più distratti, che vi sia un evidente accanimento, ingiustificato dal punto di vista sanitario, evidentemente giustificabile solo come ripicca politica.  Siamo in balia di un governo a trazione meridionalista (nominare uno come Boccia a gestire i rapporti con le regioni è come nominare Erode a capo di una scuola dell’infanzia), con un premier dall’indole vendicativa, che a fronte di parametri di contagio simili (se non anche peggiori dei nostri), ci punisce, trattandoci come incapaci di rispettare le regole. Mi viene quasi il dubbio che qualcuno deve averli avvisati del contagiosissimo bottone musicale della Peppa Pig.
Basta analizzare i dati del contagio del periodo 6-12 gennaio, per scoprire che la Lombardia ha registrato un incremento percentuale dei casi totali di contagio pari al 3,3% con una incidenza di 298 casi ogni centomila abitanti. Senza fare l’elenco completo, si rileva che nello stesso periodo, l’incremento della Puglia è pari all’8,5% con 389 casi ogni centomila abitanti, le Marche 8,8% con 479 casi ogni centomila abitanti. La Calabria è al 9,9%, il Friuli-Venezia Giulia al 9,5%, la Basilicata al 8,3%, l’Emilia-Romagna al 7,3%, il Lazio al 6,6%, l’Umbria al 4,8%. Meglio della Lombardia fanno solo Valle D’Aosta con il 2,2% e la Toscana che si attesta al 2,6%.
Tutto ciò, al netto della veridicità dei tamponi che, se guardiamo al caso di quelli effettuati l’altra settimana ai dipendenti del nostro comune, con un’incidenza di falsi positivi del 40%, c’è da pensare che probabilmente l’efficacia dei tamponi rapidi non è così alta e gli effettivamente positivi potrebbero essere meno di quelli che registrano le quotidiane statistiche ufficiali. Se poi ci soffermiamo sull’incidenza dei ricoverati in terapia intensiva, si scopre che la Lombardia, con 4,48 letti occupati per centomila abitanti, è al nono posto dietro alle province autonome di Bolzano e Trento, Veneto, Marche, Umbria, Emilia-Romagna, Lazio e Friuli. I dati di ieri, 18 gennaio, ci dicono inoltre che la Lombardia ha registrato 11,8 nuovi positivi per centomila abitanti, quando ad esempio l’Emilia-Romagna ne ha registrati 26, il Veneto 20 e il Lazio 14,7.
L’impatto sul tessuto economico di questa ulteriore stretta è evidente ed è devastante, ma ancor più preoccupante è l’effetto assolutamente deleterio di questo provvedimento sulla scuola e sui nostri ragazzi. Al di là dell’aspetto prettamente didattico, oramai compromesso, preoccupa l’assenza di socialità. Impedire ai ragazzi di poter vivere la classe, di poter studiare insieme, ma anche semplicemente di uscire e di fare sport comporta sicuramente un disagio diretto e immediato e che avrà sicuramente un effetto deleterio nel lungo periodo, più del Covid stesso. Leggevo nei giorni scorsi, una pubblicazione del professor Vicari, primario neuropsichiatra dell’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma, che già evidenzia l’effetto nefasto della pandemia sui nostri ragazzi, con un preoccupante aumento di fenomeni di autolesionismo che tendono in alcuni casi a degenerare in gesti estremi. Ma tutto questo sembra non toccare il premier e il ministro della Sanità.
In questo quadro desolante, l’esecutivo ha gettato denaro dalla finestra per bonus farlocchi per comprare i monopattini e per comprare i banchi con le rotelle che adesso giacciono praticamente imballati negli scantinati dei plessi scolastici, mentre le aule sono vuote. Ciò che doveva essere fatto, sul versante sanitario e sul versante trasporti, invece è stato accuratamente disatteso, quando non scaricato addosso alle regioni, che a seconda della convenienza del momento, vengono accusate di essere troppo autonome o di non esserlo affatto.
Come se non bastasse, a Roma si sta vivendo uno psicodramma con una maggioranza che non esiste, con stracci che volano dentro le sacre stanze del potere, mentre fuori, nella quotidianità, si consuma una crisi economica e sociale senza precedenti e si obbliga la nostra regione, motore economico del paese, ad una chiusura ingiustificata. Tra poche settimane sarà trascorso un anno dai primi provvedimenti che hanno via via ristretto le nostre libertà individuali e collettive. Provvedimenti sicuramente comprensibili all’inizio dell’epidemia, quando fummo presi di sorpresa dai focolai di Codogno e di Alzano (anche se Conte a fine gennaio dichiarava che “eravamo prontissimi”), ma a distanza di un anno è intollerabile dover subire l’ennesimo cervellotico Dpcm. Sono mesi che viviamo una vita sospesa fra divieti ed ordinanze, buoni solo a mascherare l’incapacità dell’esecutivo di pensare ed attuare una strategia di medio lungo periodo per contenere la diffusione del virus.
Terminata a maggio la vera fase emergenziale, un esecutivo serio e competente, avrebbe dovuto concentrarsi su un piano d’azione efficace e immediato, per permetterci di convivere con il virus, garantendo l’apertura delle scuole e permettendo a tutti di poter lavorare. Invece, si sono concentrati nel propinarci il bonus monopattino, il bonus vacanze, sino ad arrivare al cash back natalizio, nel maldestro tentativo di distrarci dalla loro inadeguatezza.
Dallo scorso marzo, nel silenzio generale, subiamo il Dpcm, uno strumento palesemente anticostituzionale. A molti sfugge che si tratta di un atto amministrativo monocratico, emanato dal Presidente del Consiglio che non viene, a differenza del Decreto-legge, sottoposto alla firma del Presidente della Repubblica, con successivo obbligo di conversione in legge entro 60 giorni da parte delle Camere. Si tratta cioè, di un atto che esautora la funzione di controllo del Parlamento, il tutto in barba ai meccanismi di garanzia costituzionale fra poteri. Mi permetto di ricordare che la nostra è una Repubblica Parlamentare e il Parlamento è il fulcro della organizzazione costituzionale.
Si potrebbe obiettare: c’è lo stato di emergenza e a questa obiezione ribadisco che il concetto di emergenza, è comunque riferito ad una circostanza imprevista, per la quale si necessita un intervento immediato e dalle caratteristiche straordinarie; tuttavia la cosiddetta seconda ondata era stata ampiamente prevista e quindi non si può certo immaginare di prorogare all’infinito uno stato di emergenza che non può diventare strutturale per mascherare le inefficienze di chi deve, per mandato, agire nell’interesse della collettività.
Vorrei infine sottolineare che il Dpcm, essendo atto amministrativo, è anche sottratto al vaglio della Corte costituzionale, dato che la stessa non può esprimersi in materia amministrativa. Il Dpcm non dovrebbe essere utilizzato come strumento normativo, che agisce limitando le libertà fondamentali dei cittadini e la Costituzione, che viene sempre citata con la stessa sacralità della Sindone, prevede che solo in caso di guerra, su espressa deliberazione parlamentare, si possano conferire poteri straordinari al Presidente del Consiglio. Quindi, anche in caso di emergenza sanitaria, si deve sempre intervenire per Decreto-Legge. Con i Dpcm, il Presidente del Consiglio si sottrae strumentalmente al confronto con il Parlamento, che frequenta con la stessa voglia che abbiamo tutti noi, di andare dal dentista.
La sensazione che è diventata una certezza, è che l’esecutivo vuole affrontare la pandemia attendendo l’esito della vaccinazione di massa, agendo nel frattempo con le sole misure restrittive e il Dpcm si dimostra la via più semplice, il tutto condito come detto prima, con qualche bonus e con dei ristori che sanno di presa in giro.
Da amministratore locale, ho la possibilità di parlare e confrontarmi con tante persone e quello che traspare maggiormente è il sentimento di impotenza, di rassegnazione, e di abbandono. Non si percepisce una prospettiva, non si percepisce la vicinanza di chi, alla guida di questo paese, dovrebbe farsi sentire vicino “al popolo”. Invece ci tocca pure assistere al mercato delle vacche: un pietoso teatrino orchestrato dai partiti di governo, (tra cui anche quello dei nuovi moralizzatori, quello della democrazia in rete,  quello il cui leader a suo tempo bollava come voltagabbana quei parlamentari che cambiavano casacca e appoggiavano il governo moribondo di turno, pur di mantenere il cadreghino), per cercare di evitare le elezioni anticipate, che a mio parere sarebbero utili per ridisegnare un Parlamento più autorevole e magari non  subalterno ai capricci di un premier totalmente inadeguato. Del resto, c’è anche da gestire il jackpot dei fondi europei e l’elezione del Presidente della Repubblica: due partite troppo importanti che non possono permettersi di cedere a terzi. 
In tutto questo marasma, temo che questo governo riuscirà ad andare avanti, con una risicata maggioranza relativa al Senato. Alla fine, prevale l’attaccamento alla poltrona e agli interessi di bottega, più forte dell’attaccamento ai principi costituzionali di cui tanto si riempiono la bocca, con buona pace del paese e delle nostre comunità locali destinate a subire ancora per molto tempo, incompetenza e disprezzo per i diritti fondamentali: scuola, lavoro e salute.
Andrea Robbiani
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