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Scritto Mercoledì 30 dicembre 2020 alle 16:52

La peggior morte

Mai come quest'anno tante persone sono morte in un letto d'ospedale con la testa chiusa in un casco di plastica trasparente, circondati come in un film di fantascienza da persone completamente rivestite e calzate da strane tute da astronauta, delle quali si vedono solo gli occhi dietro una visiera protettiva, che si muovono silenziose nella camera, si consultano tra di loro, tengono d'occhio i numeri e le linee a zig zag dei monitor accanto ai letti, auscultano, iniettano, prelevano, misurano. E' forse la morte peggiore che ci si possa augurare, è come essere completamente soli su un treno vuoto in partenza verso una destinazione ignota sapendo che non ci sarà più ritorno, affacciarsi al finestrino e non vedere sulla banchina un volto caro, una mano che saluta, occhi familiari che esprimono afflizione.
Quando nasciamo non siamo soli, entriamo nel mondo accolti, amati, coccolati, confortati. Il doverne uscire in una estrema solitudine, crocifissi a un letto non nostro, tra persone ignote, corpi come il nostro immobili e attaccati a tubi e tubicini, in una camera estranea e inospitale illuminata da fredde luci al neon, senza una mano familiare appoggiata sulla nostra, senza occhi che si incontrano coi nostri e comunicano sentimenti, occhi e visi conosciuti da sempre nei quali riviviamo decenni di una vita condivisa che, per quanto possa essere stata lunga, è comunque passata troppo in fretta. Tutto ciò deve provocare un'angoscia, una disperazione, uno smarrimento spaventoso e terribile.


Molto dolore rimane anche in chi resta e non ha potuto essere presente, compatire, cioé patire assieme, soffrire col proprio caro nel momento del distacco finale, raccogliere la fiaccola di una vita arrivata al traguardo. E infine non poterlo nemmeno vedere un'ultima volta, accarezzare, baciare, perché ci viene nascosto, allontanato e sottratto all'estremo saluto che la carità umana prima ancora che cristiana impone, perché è ormai diventato una cosa pericolosa e infetta da smaltire alla svelta.
Un senso di colpa straziante, accompagnato da un rimorso enorme e tormentoso perché non possiamo perdonarci per i gesti e le parole che non siamo riusciti a fare e a dire quando ancora eravamo in tempo, prima che il tempo si fermasse. "Le lacrime più amare versate sulle tombe sono per le parole inespresse e per le azioni mai compiute" (Harriet Beecher Stowe).
Noi spesso indifferenti, indaffarati e trascinati dall'ingranaggio inesorabile della vita, dei giorni, degli anni, colpevolmente non eravamo riusciti, a volte per anni, ad offrire i dovuti gesti affettuosi e a dire le parole calde, giuste, necessarie, anzi indispensabili per un rapporto che la natura umana ha destinato ad essere attento e amorevole. Ma abbiamo la fede che quando alla fine tutti ci incontreremo in quella casa che non conosce assenti, potremo finalmente farli questi gesti e pronunciarle queste parole guardandoci in faccia e non solo pensarle come ora, davanti ad una foto sulla credenza. Ci rincontreremo, ci riconosceremo, forse noi sapremo perdonarci, loro l'avranno già fatto da tempo grazie ad una acquisita visione più esatta e completa delle cose, il cerchio si chiuderà, troveremo finalmente la pace.
L.C.
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