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Scritto Domenica 29 novembre 2020 alle 16:55

Sulle virtù dei pistolotti

Alberto Savinio - il fratello altrettanto geniale ma meno conosciuto di Giorgio De Chirico - diceva che la retorica, in Italia, è ubiqua: sta dappertutto. Eccola sorgere pressoché quotidianamente dal calendario, ormai fittissimo di ricorrenze, celebrazioni, giornate pro e giornate contro: la retorica dilaga spandendo sopra ogni tema una spessa coltre di buoni propositi, di valori incontestabili, universali e formalmente condivisi, almeno per quel giorno, perché per il resto dell’anno tutto tace, e amen.
L’ottimo Stefano Motta - cui va riconosciuto il merito di avere arricchito il profilo culturale di Merateonline scrivendo con passione e competenza di scuola e di libri - insorge allora contro il presunto unanimismo moraleggiante della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, e ci spiega paziente che i “pallosissimi pistolotti sul femminicidio” non servono a niente, bisogna invece far parlare la grande letteratura: Dante, Boccaccio, Verga.
Il lettore comune è intimidito di fronte ai giganti della nostra tradizione letteraria, eppure non riesce a scacciare da sé un sentimento di disagio, di insoddisfazione per il tono liquidatorio del pezzo, e individua alcuni elementi critici su cui puntare l’attenzione. Si domanda in primo luogo perché Motta, tra i tanti obiettivi possibili (la giornata della pace, del dialogo tra le religioni, della pizza [sic!]; la giornata della Memoria, perché no?) si scagli proprio contro quella in cui si stigmatizza la violenza sulle donne. Si meraviglia poi che gli autori citati dal prof. siano tutti maschi; possibile che tra i vasti e ben forniti scaffali della sua erudizione non abbia trovato nemmeno un capolavoro a firma femminile da presentare ai suoi alunni nel giorno incriminato? Vien preso da un sentimento di oppressione quando ricorda che l’Italia, oltre a essere la patria della retorica, è anche il paese in cui il reato d’onore è restato nel Codice Penale fino al 1981. Giunge infine alla desolata considerazione che le celebrazioni hanno sempre e inevitabilmente qualcosa di retorico, ma soprattutto per chi le contempla da lontano, dalla propria confortevole e sicura posizione; certamente non per chi è invece stretto nell’inferno dell’umiliazione, della sopraffazione, della violenza.
C’è poi da aggiungere che il prodigioso balsamo della grande letteratura a volte fa cilecca, e il dialogo virtuale - tra il mistico e il telepatico - che Motta instaura con i suoi alunni mentre leggono La lupa è di rara felicità. Ebbene sì, dobbiamo confessarcelo apertamente: ci sono alunne e alunni che trovano “pallosissimi” Dante, Boccaccio e Verga. E sarà certamente colpa dei loro insegnanti, che non sanno fare bene il loro lavoro, ma la sostanza non cambia: che fare di quelle giovani coscienze refrattarie? Perché non provare con l’umile e straordinaria storia di Franca Viola, cui tante panchine rosse sono dedicate nei nostri paesi? Dopo essere stata rapita e stuprata per obbligarla a un matrimonio che non voleva - in tempi in cui non solo si era lontani dall’immaginare una giornata contro la violenza sulle donne, ma in una parte della società aveva ancora presa l’idea che le vittime di stupro fossero spregevoli svergognate, specie se rifiutavano il matrimonio riparatore (altra chicca del nostro Codice) - lei rifiutò. Viene da dubitare che si fosse nutrita alle sacre fonti dei nostri classici, eppure il coraggio seppe darselo, eccome.
Allora la giornata internazionale contro la violenza sulle donne bisogna vederla anche con gli occhi di chi è lontano dai giardini del Parnaso e probabilmente non li frequenterà mai, o meglio ancora con gli occhi di chi li ha gonfi e pesti per le botte, e fatica pure a leggere, e ascoltando i pistolotti moraleggianti alla tivvù o alla radio trova forse un po’ di conforto e magari un briciolo di coraggio, almeno una volta all’anno.
Francesco Bonfanti
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