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Scritto Martedì 24 novembre 2020 alle 18:36

Il lavoro come passaporto per uscire dallo 'stato di violenza'

Adriana Ventura
La violenza sulle donne si ripercuote inevitabilmente anche sul lavoro delle donne, sia se il lavoro ce l'hanno sia se un lavoro non ce l’hanno.
Per potersi permettere di uscire dalle spirali della violenza e dalle “dipendenze” che in quei vortici si annidano, ben vengano gli strumenti a difesa delle vittime di violenza, come il congedo lavorativo e la flessibilità oraria introdotti dal Jobs Act (D. Lgs 80/2015) e il diritto di trasferimento previsto dal decreto 165/2001. Disposizioni, queste, che cercano di dare ulteriori strumenti per contrastare la violenza e tutelare le donne vittime; misure giuste su cui però incombono alcune ombre legate ai margini di discrezionalità del datore di lavoro nella contrattazione collettiva. Vedi per esempio l’articolo 24 del D.Lgs 81/2015 che stabilisce la modalità frazionata del congedo su base oraria o giornaliera. Ciò significa che se i contratti collettivi non prevedono tutto ciò, la straordinaria funzione di questi diritti rischia di essere vanificata.
Il lavoro, sia quando c’è sia quando non c’è, rappresenta il necessario passaporto non solo per l’aspetto economico, ma per la riconquista dell’autonomia, autostima, sicurezza ma anche per sfuggire dalla violenzache è una violazione dei diritti umani.
La centralità del lavoro è dunque un punto da cui ripartire e richiede un enorme cambiamento culturale tra tutti, a iniziare dalle organizzazioni sindacali rappresentative dei diritti sul lavoro, dalle istituzioni e dalle risorse economiche da investire per rendere concretamente esigibili questi diritti.
L’emergenza Covid inasprisce le diseguaglianze già esistenti tra uomini e donne perché esiste una disparità salariale, perché in questo momento donne e giovani pagano un prezzo molto alto in termini di precarietà e occupazione in quanto prevalentemente occupati nei settori più a rischio di contagio (abbigliamento, servizi alla persona, ristorazione), perché con la didattica a distanza grava sulle donne un ulteriore impegno.
A tutto questo si aggiunge che la violenza di un partner è sempre manifestazione di una volontà di imporre il controllo e trova origine e radici nello squilibrio di potere che da sempre caratterizza le relazioni tra uomini e donne; un dato strutturale del rapporto asimmetrico anche della nostra società, una società che non sempre è in grado di accogliere e proteggere le donne vittime di violenza.
E’ necessario, ora più che in altri tempi, agire sul lavoro. Creare un’alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, bisogna cambiare la cultura patriarcale alla base di tutte le forme di violenza sulle donne, occorre poi puntare sulla formazione delle donne in particolare sulla formazione finanziaria e sull’innovazione tecnologica, ma a patto che sia inclusiva. Occorrono politiche ad hoc che diano pari opportunità e parità all’accesso al lavoro delle donne, agendo sui servizi necessari alla famiglia, sui congedi parentali, aiutando le famiglie nelle attività di cura che spesso ricadono esclusivamente sulle donne.
In questo scenario di forte trasformazione, nel post Covid, anche l’arrivo di fondi europei (Recovery Fund), deve essere un’occasione per ridurre le disparità di genere, terreno fertile per la violenza di genere ed economica; è un’ottima occasione per cambiare passo e contribuire alla crescita del tasso di occupazione femminile che rappresenta uno strumento fortissimo alla crescita del pil del nostro Paese.
Adriana Ventura, Consigliera di Parità della Provincia di Lecco
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