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Scritto Venerdì 16 ottobre 2020 alle 18:40

La scuola non è una questione di puntiglio

Abbiamo perso un’estate a discutere di banchi a rotelle per accorgerci solo in autunno che a scuola si va coi mezzi pubblici.
E ad attaccare gli insegnanti, rei – secondo gli odiatori da tastiera – di non essere all’altezza del supposto eroismo di medici, infermieri, cassiere, autisti, corrieri (non “corridori”, mi raccomando: quelli erano untori!), di non volersi sottoporre ai test sierologici, di voler rimanere a casa in panciolle, camicia e cravatta sopra a favore di webcam e boxer e sandali sotto, fannulloni patentati.
E a impuntarci sul 37,5 come se fosse il Piave.
Abbiamo perso mesi e mesi sperando nella più classica delle botte di culo, per dirla in francese, sperando che persino il virus venisse preso da sfinimento e da compassione di fronte a un’insipienza mai vista.
E a imbizzarrirci, pure, petto in fuori e labbra rosse, facendone una questione di puntiglio personale: “La scuola deve aprire!”
E ad arrabbiarci coi giovani, rei di aver avuto fame di vita, di amicizia, di amori, di giochi, dopo che li avevamo tenuti chiusi in casa: vanno capiti, poveretti, se non sono riusciti ad appassionarsi alle autocertificazioni e hanno cercato una socialità più sana.
E a pendere dalle labbra dei virologi, novelle sibille, per di più tra loro litigiosissime.
La sorda presunzione di un ministro inadeguato al ruolo sta riuscendo nel miracolo di mettere d’accordo dalle Alpi alla Sicilia coloro che vivono la realtà dei loro territori, se è vero che Fedriga e Fontana – non sospettabili di simpatie sinistrorse come magari posso essere io – hanno accolto con favore la scelta del governatore campano De Luca di chiudere le scuole e si sta valutando, perlomeno in Lombardia, se optare integralmente per la Didattica a distanza con gli studenti delle scuole superiori.
Che io sia d’accordo con De Luca può non sembrare così strano, non fosse altro per l’apprezzamento del suo eloquio, forbito e pungente. Che possa essere d’accordo con il governatore Fontana sarebbe un dies “albo signanda lapillo”.
Non si aspetti un giorno di più a stabilire che i ragazzi del triennio delle scuole superiori seguano da casa le lezioni che i loro insegnanti condurranno dalle aule scolastiche, insegnando “in presenza” ai colleghi più giovani del biennio e garantendo comunque ai più grandi la continuità delle attività didattiche come già è stato fatto la scorsa primavera.
Svuoteremmo così di 3/5 i mezzi pubblici ora affollati assai più dell’80% consigliato e stabilito, non costringeremmo i genitori ad assentarsi dal lavoro per accudire i pargoli, giacché i suddetti figli avrebbero dai sedici ai diciotto anni, permetteremmo a loro e probabilmente a tutti, soprattutto agli studenti degli anni conclusivi, di ripresentarsi di persona a scuola il prossimo gennaio e concludere un anno scolastico con la giusta liturgia.
Smettiamola con questa retorica della scuola come luogo imprescindibile di socialità. La scuola non è solo un edificio. E a scuola si va per imparare, non per socializzare. E non si impara solo a scuola. E se avessimo avuto la lucidità di non perderci nel bicchier d’acqua dei banchi con le rotelle e di altre amenità risibili già allora, figuriamoci adesso, adesso non saremmo costretti a scegliere tra la salute e la frequenza scolastica de visu.
Non conosco nessuno, né studente né tantomeno insegnante, che potendo scegliere non preferirebbe vivere la scuola in presenza. Non ho incontrato nessuno che il 14 settembre non fosse contento di ricominciare, salvo scommettere con gli amici quanti giorni sarebbe davvero durata.
Era più una forma di esorcizzazione della paura che un auspicio. È bastato un mese perché divenisse una profezia che si autoavvera, e in questo caso so che persino gli insegnanti più tetragoni avrebbero preferito avere torto.
Stefano Motta
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