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Scritto Martedì 15 settembre 2020 alle 18:04

Referendum costituzionale: perché il NO

In Italia ci sono 7.914 comuni di cui 1.560 con meno di 800 abitanti, 1.286 tra 801 e 1500, 2.726 tra 1501 e 5000. Considerando che per ottenere un minimo di sinergia e di discreta offerta di servizi alla popolazione i comuni debbono avere tra 10 e 15.000 abitanti, se ne deduce che soltanto il 15% ha questa dimensione. Poi ci sono 107 province di cui 10 Città metropolitane e due province autonome, 19 regioni di cui 4 a statuto speciale, 148 comunità montane istituite nel 1971 che si dovevano abolire nel 2012, ma in realtà sopravvivono come le province. In totale ci sono 8.190 centri di poteri amministrativi, escludendo i parchi, che diventano 8.386 con poco meno di 200 tra Asl e Aziende ospedaliere.

I comuni con meno di 15mila abitanti andrebbero fusi, pur lasciando gli originali nomi e alcuni servizi come l'anagrafe ma accentrando l'intera macchina amministrativa soprattutto in materia urbanistica, lavori pubblici, contabilità e finanza, ambiente, viabilità e trasporti. La dimensione ottimale è una aggregazione di 60mila abitanti previa eliminazione di province e comunità montane.

Le stesse province, gonfiate di numero negli ultimi 30 anni, se non eliminate, andrebbero almeno ridotte a non più di 60. E così le regioni, a non più di 11 come aveva suggerito la Fondazione Agnelli. Ha senso mantenere la Valle d'Aosta con 126mila abitanti, il Molise con 308mila, la Basilicata con 567mila, l'Umbria con 879mila, il Trentino Alto Adige con 1 milione di residenti?

Per fare sintesi possiamo dire che oggi abbiamo circa 9mila centri decisionali che producono oltre 200mila regolamenti. Una burocrazia sterminata che dimezza produttività e crescita e che secondo la Cgia di Mestre costa alle imprese 57 miliardi di euro l'anno.

A questi centri periferici produttori di norme e regolamenti vanno aggiunte le leggi nazionali. I parlamentari ne producono a vagoni. Nel solo mese di dicembre 2019, ad esempio hanno prodotto la legge di bilancio con 883 commi e 447 pagine che costringe cittadini, commercialisti professionisti, avvocati a esercizi drammatici di interpretazione di norme scritte spesso male e in contraddizione con altre. Ma dopo la legge di bilancio arriva il bis col decreto fiscale (213 pagine e 60 articoli), e pure il tris con il cosiddetto "milleproroghe", altre 40 pagine.

Secondo alcuni questa palude burocratica, dentro cui cittadini e imprese si dibattono, è causata dal numero ridondante di parlamentari, ben 945. Solo riducendo drasticamente il loro numero si potrà imprimere una accelerazione ai lavori di Camera e Senato e favorire il rapido processo decisionale che punta alla sburocratizzazione del sistema paese.

Il parlamento è composto da 315 senatori e 630 deputati con il conforto di 2.300 impiegati.
Domenica e lunedì siamo chiamati a votare al referendum costituzionale - senza quorum - per confermare il taglio di 230 deputati e 115 senatori. I favorevoli dicono che con 345 parlamentari in meno ci allineeremo agli standard europei; i contrari che non è vero considerando le diversità di rappresentanza politica in altri Paesi. I sostenitori parlano di 500 milioni a consigliatura (100 milioni l'anno) di risparmi, i contrari di meno di 285 milioni, pari allo 0,007% della spesa pubblica.

 

I dati sopra elencati sono stati estratti dal libro "Le scomode verità su tasse, pensioni, sanità e lavoro" scritto dal Presidente del centro studi nazionale "Itinerari previdenziali".

L'esposizione del quadro attuale lascia intendere che l'autore del ricco volume, il professor Brambilla, sia orientato al "sì" al taglio dei parlamentari, non tanto per il risparmio quanto per ridurre di 345 i parlamentari che spesso passano il tempo a fare proposte assurde pur di mettersi in evidenza.

Una tesi condivisa dal Movimento 5 Stelle che ha proposta la riforma costituzionale, dal PD che la sopporta, dalla Lega che aveva votato i primi passaggi parlamentari (nonostante Giorgetti si sia smarcato, in pure stile Bossi-Maroni, essere ovunque sostenendo tutto e il suo contrario) e da Fratelli d'Italia. Tiepida Forza Italia, contrari gli altri.

L'analisi del professor Brambilla, già sottosegretario al Lavoro con Maroni e presidente del nucleo di valutazione della spesa previdenziale è sicuramente ineccepibile.

Dal basso della nostra esperienza però ci permettiamo due rilievi: 1) il nostro collegio uninominale del Senato comprende già 122 comuni. Se l'eletta non fosse l'ex sindaca di Lecco Antonella Faggi ma un politico di Almenno probabilmente nessuno di noi lo conoscerebbe. Stessa sorte succederà per l'uninominale della Camera allargando il collegio da 56 a un'ottantina di comuni. Oggi sappiamo che il deputato è Maurizio Lupi, non che serva a molto ma in qualche caso la conoscenza è stata utile.

Più in basso ancora: fino alla riforma elettorale dal proporzionale al maggioritario il Consiglio comunale di Merate era composto da 30 membri in rappresentanza di tutte le frazioni e del centro. Dopo un passaggio a 20, ora si è scesi a 16. La maggioranza dispone di 11 consiglieri, l'opposizione di 5. Per gli uni e per gli altri seguire tutte le problematiche locali è difficile, richiede tempo, impegno e fatica. In più alcune frazioni non sono neppure rappresentate.

I Comuni con popolazione compresa tra mille e cinquemila abitanti potevano disporre dopo la riforma del 2011 e fino al 2014 del sindaco e da 6 a 7 consiglieri di cui 2 o 3 assessori; dal 2014, 10 consiglieri fino a tremila abitanti e 12 fino a diecimila. Una rappresentanza minima per la gestione complessa di un comune.

Ecco, questo è il principio della rappresentanza, che unisce idealmente eletto all'elettore per quanto il primo sia inserito in lista dal capo bastone del partito. Per noi questo principio resta un pilastro fondamentale del nostro modello di democrazia.

Riducendo il numero dei parlamentari, l'eletto sarà ancor più distante dall'elettore e assai più vicino al capobastone. Esattamente come è successo nei comuni nei quali il cittadino si sente ora meno rappresentato.

La sconfitta è pressoché certa (probabilmente anche il professor Brambilla, mio fratello, voterà sì), ma, personalmente, domenica voterò NO.

Non che importi a qualcuno. Ma credo si debba essere chiari, anche se da un piccolo giornale di provincia, quando c'è sul tavolo una riforma costituzionale.

Claudio Brambilla
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