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Scritto Mercoledì 05 agosto 2020 alle 17:27

E adesso tutti al capezzale del lago, la cui gestione va commissariata subito o dal Parco di Montevecchia o dalla Lombardia

É proprio vero che per indurre l’autorità competente a intervenire su una situazione annosamente critica o pericolosa occorre attendere il morto. Che sia uomo o che sia pesce. Invitiamo chi non l’avesse ancora fatto, a portarsi a Sartirana per assistere allo spettacolo messo in scena – meritoriamente – dai vigili del fuoco e ora anche dalla protezione civile e dalle guardie ecologiche del parco. Fino a ieri notte erano solo i pescatori di Merate e gli iscritti alla Fipsas di Stefano Simonetti a lavorare per asportare quintali di pesce morto e stivarlo nei bidoni dell’umido in attesa che Silea eliminasse il “rifiuto speciale”. Delle autorità neppure l’ombra e, di conseguenza nessuna struttura di soccorso in azione, dato che l’allerta incredibilmente dal Municipio non era partito. Né dalla Giunta politica né dalla sezione tecnico-operativa.

Ora invece funzionano a pieno ritmo le idropompe dei vigili del fuoco ed è pronta a entrare in funzione, se già non funziona, anche l’idrovora della protezione civile.

Tutti al capezzale del lago: il sindaco Panzeri, il capogruppo Centemero, il consigliere Tamandi e via discorrendo. Tutti ad assistere al tentativo di rianimare quel poco di pesce ancora sopravvissuto alla morte per asfissia. Dopo aver ignorato per un giorno intero, il disastro per causa di “forza maggiore”.

Bene, adesso quello che andiamo inutilmente scrivendo da anni e cioè che senza interventi radicali il lago muore, tra l’indifferenza e lo sberleffo degli eletti, ora si è verificato. Migliaia, sono migliaia di ogni specie e dimensione i pesci estratti cadaveri dalle acque limacciose del lago.

Una vera strage di cui nessuno ha memoria nel passato. Una strage che si poteva evitare se in cima alle priorità  fosse stato inserito non il progetto di raddrizzare via Verdi spendendo almeno 3 milioni di euro ma il programma di recupero di una bellezza naturale che il caso o la divinità ha collocato proprio a nord di Merate.

Che cosa ci aspettiamo oggi? Sul piano politico che qualcuno ne tragga le dovute considerazioni. Ma dubitiamo che ciò accadrà. L’ipotesi delle dimissioni è solitamente del tutto estranea ai politici piccoli e grandi. Sul piano concreto invece la messa in cantiere immediata dei lavori di scolmatura del fondale con l’assegnazione dell’appalto previo (facile) recupero delle risorse finanziarie nonché la completa ripulitura della roggia Ruschetta e l’acquisizione al patrimonio per pubblica utilità dello stagno di San Rocco da restituire alla popolazione come è sempre stato fino a una decina d’anni fa, cioè uno specchio d’acqua gradevole col sentiero intorno e le piazzole per i pescatori.

Giunti a questo punto, con la maggioranza sin qui sorda non resta che invocare l’immediato passaggio della gestione della riserva al parco di Montevecchia e della Valle del Curone che dispone di risorse, organizzazione, uomini e guardie volontarie oppure, ma in ultima istanza, direttamente all’ufficio della regione Lombardia. Una cosa è certa: in carico al Comune, la riserva non ci può più stare.
Claudio Brambilla
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