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Scritto Lunedì 03 agosto 2020 alle 09:33

Retesalute, tra Pini e Panzeri

Molto chiaro l’intervento di Sergio Pini, consigliere comunale gruppo di minoranza del comune di Cassago.
Penso siamo in molti a condividere le sue sensazioni. Da una parte la soddisfazione di scoprire la saggezza dei sindaci, capaci di trovare il coraggio per continuare l’esperienza dell’azienda speciale Retesalute, dall’altra la delusione nel constatare che il proprio sindaco si tira fuori dal gruppo dei saggi, tanto da far sorgere il dilemma finale: “Ma che idea ha l’Amministrazione comunale del mio comune, se l’ha, della tutela dei servizi alle persone più svantaggiate?”
Io, da semplice cittadino meratese, mi trovo in una situazione apparentemente più favorevole: da una parte la soddisfazione di scoprire che la porta per tenere in vita Retesalute non è stata chiusa, aggiunta alla constatazione che il mio sindaco, a differenza di quello di Sergio Pini, fa parte del gruppo dei saggi.
Dall’altra la delusione scaturita dall’audizione del consiglio comunale di Merate
Nella cronaca di Marco Pessina si legge che “Unico momento di frizione nel corso del Consiglio comunale di Merate del 31 luglio si è avuto sul tema Retesalute. A spezzare l'armonia il sindaco Massimo Panzeri è tornato sui 433 mila euro accantonati prudenzialmente per coprire le perdite di Retesalute. Ha voluto replicare al comunicato stampa di Cambia Merate!”
La delusione da parte mia sta nel constatare che con il suo intervento il Sindaco sente il dannato bisogno di smarcarsi da un comunicato stampa emesso dai suoi oppositori. Invece di sottolineare ciò che li unisce (la volontà di continuare questa esperienza), si sente in dovere di mettersi sulla difensiva con argomenti che appartengono più alla figura di un segretario comunale che non a quella di sindaco.
L’impressione è che abbia paura che conseguenze di errori contabili del passato cadano sulla sua testa.
Quindi l’esigenza di procurarsi un buon elmetto, circondandosi di costosi esperti che studino la vicenda ed esprimano pareri, magari contrastanti l’uno dall’altro.
Sapendo di avere la coscienza pulita, perché semplicemente non aspettare che questo lavoro lo facciano gli organi preposti, magari a costo zero?
Si sprecano energie e risorse per osservare numeri, intanto si evita di affrontare di petto il cuore del problema.
La scelta di ricorrere ad una azienda speciale per la fornitura dei servizi alla persona presume prendere coscienza di una realtà, quella di una azienda in cui il ruolo del fornitore-imprenditore corrisponde a quello del cliente. (il proprietario dell’azienda, in questo caso il gruppo dei comuni soci, costituisce di fatto l’unico cliente della ditta stessa).
Ora esistono due modi di esercitare questi ruoli, imprenditore/fornitore e cliente.
Da una parte, in positivo, l’imprenditore che crede nella sua azienda, la governa con competenza e coraggio, ci mette dentro tutte le risorse possibili, ci investe, rinunciando a facili guadagni immediati, spende in vista degli sviluppi futuri, ottiene migliore qualità e produttività.
Dall’altra, in negativo, l’imprenditore col braccino corto, quello che osserva la propria azienda solo dall’ultimo numero risultante dai libri contabili, e si accontenta che alla fine i conti tornino, a qualsiasi costo.
Anche per il cliente vale lo stesso discorso.
Da una parte il cliente competente, quello che sa cosa deve comperare, sa distinguere la qualità del prodotto, sa valorizzarlo e riconosce e calcola un prezzo congruo. Lo accetta ed è puntuale nei pagamenti, perché sa che la solidità economica del suo fornitore è garanzia di qualità.
Dall’altro, in negativo, il cliente dal braccino corto, un po' superficiale: Per lui la qualità del prodotto sta solo nel numero scritto sull’etichetta del prezzo. Il prodotto buono è quello che costa meno e meglio ancora se posso pagarlo quando fa comodo a me.
Nell’esperienza di Retesalute il sindaco saggio è quindi colui che si arrovella per trovare gli strumenti per essere un buon imprenditore e un cliente competente.
È lì che deve investire. Che senso ha spendere fior di migliaia di euro per scoprire la verità sui bilanci del passato? Ci sono altri organi superiori preposti a farlo gratis.
Sempre nel consiglio comunale di venerdì scorso si narra anche dell’assessore Fiorenza Albani: ha avuto il coraggio di investire un’importante somma, se non ricordo male 20 mila euro, per un progetto in collaborazione con una università con lo scopo di migliorare la conoscenza del nostro territorio, in funzione dello sviluppo del turismo nella nostra città.
Seguendo l’esempio dell’assessore Albani, perché invece di spendere decine di migliaia di euro per assoldare fior di dotti esperti in finanza o controlli di bilanci per eseguire un lavoro di ricerca di scartoffie alla portata di qualsiasi modesto ragioniere, (lavoro che probabilmente all’interno di Retesalute è già stato fatto), perché non impiegare quel denaro per cercare collaborazioni con università per analizzare la situazione dei bisogni del nostro territorio, stendere una mappa chiara delle necessità, progettare interventi, indirizzare corsi di aggiornamento per responsabili e operatori?
E magari arricchire la professionalità delle risorse umane presenti in azienda?
Il mio atroce dubbio è che Retesalute si sia trovata nella situazione di avere a che fare con imprenditori/clienti dal braccino corto.
Per cercare di farmi capire meglio: c’è chi ha paragonato Retesalute a un carrozzone.
Io la vedo meglio come una bella mucca grassa da mungere, in mano a un allevatore incompetente.
Un buon allevatore cura la propria mucca, cerca per lei sempre nuovi pascoli dove trovare nutrimento, erba grassa e abbondante; cura la sua salute, la protegge. Al momento buono ne trae vantaggio con latte prodotto in quantità e qualità.
Il proprietario della mucca Retesalute è quello che si è trovato fra le mani il bovino con il solo scopo di assicurarsi il latte di proprietà a buon mercato. Non si cura dell’animale perché il suo obiettivo è quello di spendere il meno possibile, non si preoccupa di cercare buoni pascoli. Pensa che il suo compito si riduca alla mungitura e al consumo del latte prodotto, salvo poi prendersela con il povero animale quando questo non è più così ben in carne si trova, affamato, in condizione di erogare meno latte.
E allora pensa che la soluzione dei problemi sia vendere il povero bovino al macello, e comperare una nuova bella e sana mucca 2.0 da utilizzare allo stesso modo della precedente.
Mucca 1.0 o mucca 2.0. Se si decide di averla in proprietà per usufruire del latte prodotto in casa, l’importante è imparare il mestiere dell’allevatore.
Lanfranco Consonni
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