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Scritto Martedì 21 luglio 2020 alle 15:16

Lomagna: quello che non si dice sull'asfaltatura di via Giotto. La Legge 12/05 e l'incognita dell'impianto di fitodepurazione

La Giunta di Lomagna ha mostrato una certa insofferenza nel parlare, ancora una volta, nell'ultimo Consiglio comunale del programma di asfaltatura di via Giotto con i 350 mila euro regionali e del Piano Attuativo dell'ex RDB. Per la sindaca Citterio, in particolare, sarebbe ormai opportuno tirare una riga e andare avanti. Le due posizioni divergenti dei gruppi consiliari sono ormai note, il potere di decidere spetta alla maggioranza. Punto, stop. Eppure sulla vicenda c'è ancora dell'altro da dire. Cerchiamo di offrire qualche spunto di analisi.


Aggiungiamo per la prima volta un dettaglio, che troviamo essere l'origine del cortocircuito. Il vice sindaco Stefano Fumagalli, e a ruota il primo cittadino e persino il capogruppo di maggioranza Lino Lalli, hanno espresso candidamente che l'intervento di asfaltatura era inserito da anni nelle previsioni economiche dell'Ente locale. Cosa assolutamente vera, ma che - se rapportata al Piano Attuativo di via Giotto - costituisce un problema.

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L'area perimetrata in fucsia è dove si dovrebbe costruire l'impianto di fitodepurazione.


La convenzione urbanistica, adottata in tutta fretta dalla Giunta un anno fa in appena dieci giorni, non avrebbe potuto contenere un intervento a scomputo già presente nei piani dell'amministrazione. Lo sancisce la Legge regionale n. 12/2005, la norma lombarda per eccellenza in materia di urbanistica. L'articolo 45, comma 2, dispone esplicitamente: "Non possono essere oggetto di scomputo le opere espressamente riservate, nel programma triennale delle opere pubbliche, alla realizzazione diretta da parte del comune". È esattamente la fattispecie di Lomagna. Forse la sicurezza espressa in aula da Cristina Citterio dovrebbe essere messa in discussione.


La convenzione urbanistica appare poi carente in merito agli obblighi sugli oneri di urbanizzazione primaria, convinti che ogni modifica e ogni nuovo accordo complichino un quadro generale già sufficientemente ingarbugliato. Non si parla di opere alternative alla manutenzione di via Giotto. Non c'è scritto neppure che il Comune si può riservare di realizzare a proprie cure l'intervento. La monetizzazione è contemplata solo se via Giotto non fosse più di proprietà comunale, ma della Provincia. Non è che il Comune si sbarazzerà della strada dopo aver speso 350 mila euro, che potrebbe usare diversamente? Curioso che il vice sindaco nel penultimo Consiglio comunale abbia affermato che la lievitazione dei costi dell'opera sia dovuta anche all'adeguamento delle caratteristiche tecniche del progetto in base alle indicazioni fornite, appunto, dalla Provincia di Lecco. Già immaginiamo quanta manutenzione ordinaria farebbe la Provincia in quel tratto così periferico.  


La tranquillità palesata dalla sindaca si basa anche sulla considerazione che la proprietà vuole venire meno agli obblighi previsti non dalla convenzione urbanistica, ma da quella firmata con Comune e Parco del Curone. Come se ci fosse qualche differenza. In realtà bisognerebbe dire con fermezza che se salta la convenzione con il Parco rischia di saltare tutto l'impianto del Piano Attuativo. Infatti il Piano Territoriale di Coordinamento del Parco ha un peso prevalente rispetto allo strumento urbanistico comunale. La convenzione col Parco - che riflette le Norme Tecniche di Attuazione del PTC - viene richiamata nel deliberato del Piano Attuativo, insieme ai relativi permessi dell'Ente Parco per gli interventi di riqualificazione della fascia ripariale e di ripristino naturale dell'argine del torrente Molgoretta. Senza di questi interventi nessuna nuova attività potrebbe insediarsi nell'ex RDB.  


A dirla tutta, il Comune e il Parco si sono mossi per autotutelarsi nominando un legale, l'avv. Paola Brambilla, ormai due mesi fa. In questo lasso temporale, stando a quanto affermato da Stefano Fumagalli in aula, l'avvocato ha mandato una lettera al collega che assiste la proprietà Sernovella in cui si afferma di non accettare l'atto unilaterale di revoca dalla convenzione a tre. Si è poi chiesto un incontro tra le parti. L'attività dell'avv. Brambilla appare essere stata davvero limitata sino ad oggi. Escludendo l'incapacità professionale del legale, questo temporeggiamento non può che essere parte di una strategia. Legittima, probabilmente giusta, ma che non è stata messa in evidenza in Consiglio comunale.  


Perché attendere? Tentiamo di dare una spiegazione, aggiungendo una base informativa sfuggita al dibattito in aula. La ragione potrebbe essere contestualizzata in 11.100 mq, che nel catasto risultano al foglio 9, mappali 4445, 4504, 4505, 4506, 4507. Si tratta della realizzazione di un impianto di fitodepurazione finalizzato al trattamento naturale dei reflui, che risolverebbe le criticità di portata del collettore fognario consortile. La rimozione del materiale depositato e dei rifiuti abbandonati dalle precedenti proprietà e la demolizione dei piazzali nell'area interessata spetterebbero a Sernovella per 170.800 euro. L'opera in sé, tanto ambita dal Parco, dovrebbe essere realizzata invece da Lario Reti Holding, con avvio entro 24 mesi dalla convenzione a tre del marzo 2019. L'area è di proprietà di Sernovella, che la dovrebbe cedere a LRH. L'oggetto del contendere, che è poi una delle due cause principali per cui l'Immobiliare Sernovella non sarebbe più interessata a onorare gli accordi, risiede proprio nella cessione di quegli 11.100 mq. O meglio, nel valore economico da attribuire ad essi. Pare infatti che un accordo tra Sernovella e la precedente Direzione Generale di LRH, mai formalizzato per iscritto, avesse stimato il costo di vendita in 480 mila euro. Con il cambio dei vertici in LRH sarebbe stata effettuata una perizia da un tecnico, che avrebbe calcolato il valore tra i 50 mila e gli 80 mila euro, non oltre cioè un sesto della cifra attribuita informalmente in precedenza. La perizia di LRH non riconoscerebbe il valore edificabile dell'area, sapendo che è già destinata a servizi (impianto di fitodepurazione). La proprietà non ha apprezzato il declassamento, di fatto a "standard", di quel terreno. È stato perciò attivato un arbitrato che sarebbe alle battute finali proprio in questi giorni. Un eventuale riconoscimento a favore di LRH sarebbe una carta in più che l'avvocato Brambilla potrebbe giocare a favore del Comune e del Parco. La domanda ricorrente è: perché è stato tenuto all'oscuro di tutto ciò il Consiglio comunale di Lomagna? Perché non essere trasparenti fino in fondo?  

I mappali corrispondenti

La seconda ragione per cui Sernovella non vuole più procedere sarebbe l'assenza di un acquirente dopo la fuoriuscita di Fiocchi Munizioni. Vogliamo però sottolineare che la convenzione urbanistica è stata sottoscritta dalle parti il 24 luglio 2019. La proprietà in quel momento, senza aver informato il Comune per tempo, aveva già risolto consensualmente l'accordo con Fiocchi Munizioni, precisamente il 18 luglio 2019. Non può essere dunque considerata questa una motivazione valida del venir meno degli obblighi col Parco e il Comune, che annullerebbe anche il Piano Attuativo. Altrimenti la proprietà non avrebbe dovuto sottoscrivere il PA il 24 luglio dello scorso anno.  


Intanto l'iter che porterà a iniziare i lavori di asfaltatura in via Giotto prosegue senza sosta. In realtà un "piccolo" intoppo lo ha avuto. La scadenza per la ricezione delle manifestazioni di interesse per l'esecuzione dell'opera doveva terminare il 23 luglio. Scala invece al 3 agosto. Di questo slittamento ce ne prendiamo il merito, non tanto per i dieci giorni in più che sono ininfluenti, ma per la motivazione che ci sta dietro. Ci siamo infatti resi conto che era errata la determina che ha approvato l'avviso di manifestazione di interesse. Si concedeva la partecipazione anche delle aziende sprovviste di attestazione SOA. Ciò sarebbe andato contro la normativa nazionale che obbliga questo importante requisito per tutti gli appalti di lavori superiori ai 150 mila euro.  


La SOA caratterizza una selezione delle aziende premiando quelle di qualità superiore. Ancor più fondamentale, è l'automatica esclusione non solo delle imprese considerate parte di un'organizzazione mafiosa (criterio che sarebbe valso lo stesso), ma anche della zona grigia, composta da tutte quelle aziende che abbiano agevolato la criminalità organizzata. È questa una distinzione sostanziale che fa assomigliare l'attestazione SOA alla "informazione antimafia" delle Prefetture, che è richiesta però per opere di valore superiore a 5 milioni 225 mila euro e colpisce i tentativi di infiltrazione delle mafie nelle imprese sane. L'attestazione SOA allontana anche tutte le aziende che abbiano consumato o tentato delitti legati alla concussione e alla corruzione. Abbiamo messo al corrente di questa anomalia la sindaca Citterio, che immediatamente ha contattato l'ufficio tecnico, responsabile della procedura di appalto. In meno di 24 ore la determina è stata rettificata.  


L'attenzione al pericolo di infiltrazioni mafiose dovrebbe essere massima in questo periodo. Intanto perché la crisi economica esaspera il vantaggio delle ditte finanziate illecitamente rispetto a quelle pulite. Inoltre lo Sblocca Cantieri di un anno fa ha sospeso fino al 31 dicembre 2020 i controlli sui subappalti, regno notoriamente florido per le mafie. Sempre per effetto dello Sblocca Cantieri, appalti come l'asfaltatura di via Giotto non devono ricorrere obbligatoriamente (pur avendone facoltà) alle Stazioni Uniche Appaltanti, che sono soggetti terzi, imparziali e altamente qualificati in materia di gare pubbliche, per evitare sviste clamorose (non vogliamo ipotizzare nulla di ben più grave) come quello sulla SOA. Infine a Lomagna resta ancora avvolta nel mistero la lettera minatoria ricevuta dal capogruppo di minoranza Mauro Sala, missiva dai toni tipicamente mafiosi. Non conoscendo cause e mandanti delle minacce, non si può scartare alcuna ipotesi, neppure la più remota. Per tutto ciò la prevenzione e la prudenza dovrebbero essere massime.
Marco Pessina
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