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Scritto Lunedì 29 giugno 2020 alle 15:20

Tre mesi di isolamento domiciliare e 6 settimane di tampone positivo. Il racconto di Paolo Casati, chirurgo al S.L.Mandic. ''Le linee guida c’erano dal 2016 ma solo Areu era attrezzata''

Paolo Casati, 63 anni,  medico chirurgo in servizio da 28 anni al San Leopoldo Mandic, ospedale in cui è nato, prima che la famiglia si trasferisse a Napoli per ragioni di lavoro. Laurea in Medicina presso l'università di Napoli nel 1983, specializzazione in Chirurgia generale e in Chirurgia dell'Apparato digerente e Endoscopia digestiva, sotto la guida del professore Francesco Mazzeo, luminare della Chirurgia e tra i "padri" della Chirurgia Oncologica Italiana.

Il dottor Paolo Casati

Da Merate, poi subito a Napoli e di nuovo a Merate. Come mai? 

"Per una serie di circostanze quasi fortuite mi sono trovato nel 1992 a Merate per un incarico di pochi mesi come chirurgo presso il Pronto Soccorso dell'ospedale cittadino, pochi mesi dopo vinsi un concorso, presieduto dal compianto dottor Umberto Bonaldi, per il ruolo a tempo indeterminato di Aiuto corresponsabile di Chirurgia Generale. Dopo alcuni anni sono passato definitivamente in Chirurgia e successivamente nel 1999 con la attivazione della Centrale Operativa del 118 a Lecco, ho iniziato anche l'attività come medico dell'Emergenza".  



Veniamo subito al "cuore" dell'intervista: Quando vi siete resi conto che davanti a voi c'era qualche cosa di assai più pericoloso e letale di una influenza di stagione per quanto aggressiva?    

"Già negli ultimi mesi del 2019, abbiamo notato un numero inconsueto di complicanze respiratorie tra i pazienti ricoverati o sottoposti ad interventi chirurgici ma nulla faceva presagire si trattasse dell'esordio di un' epidemia virale diversa dalla solita influenza stagionale. Le prime notizie in ambito scientifico della epidemia da Coronavirus in Cina sono giunte a cavallo delle festività natalizie e di fine anno ma è stato solo a metà febbraio, con il recupero in Cina con modalità di biocontenimento estremo del 17enne italiano, poi risultato negativo al Covid 19, che nell'ambiente sanitario si è iniziato a percepire la reale pericolosità di quanto stava accadendo".  



E a quel punto ci si è resi conto della nuova terribile minaccia?  

"Diciamo che nell'ultima settimana di febbraio con il palesarsi del focolaio nel lodigiano sono scattate le prime misure di allerta per quanto riguarda soprattutto il 118, cioè tutta la rete di emergenza-urgenza compresi i servizi di trasporto dei malati"  



Il 10 marzo, giorno della fila di ambulanze fuori dal pronto soccorso di Merate


Sono così scattati i protocolli di sicurezza almeno per il personale sanitario?  

"Non subito. Ricordo in particolare di un intervento sul territorio a fine febbraio dove ho dovuto insistere con l'operatore di centrale per poter utilizzare i dispositivi di protezione individuale che erano a bordo dell'automedica in numero contingentato. In quella occasione un cittadino che aveva assistito alla scena di questo soccorso inusuale vi aveva scritto chiedendo spiegazioni dell'accaduto".    



La sintomatologia non era sufficiente per far suonare l'allarme?  

"Non ancora. In effetti in quei giorni il fatto di trovarsi di fronte ad un paziente con febbre ed insufficienza respiratoria non era considerato un criterio sufficiente per far scattare l'allarme; doveva essere soddisfatto anche il requisito di precedente permanenza del paziente nel lodigiano o addirittura in Cina".    



Quando lo è diventata?     

"A breve, dopo pochi giorni queste limitazioni sono state eliminate. Per far scattare l'allarme ed essere considerato un potenziale paziente Covid era sufficiente avere febbre o solo tosse. Ma ormai l'epidemia si stava già manifestando in tutta la sua gravità".       



E anche lei è stato contagiato.    

"Sì, ma solo successivamente. Premetto che nel weekend a cavallo tra febbraio e marzo mi sono concesso l'ultimo viaggio fuori regione, consapevole che a breve sarebbero scattate le misure di lockdown almeno per la Lombardia. In aeroporto alcuni gruppi di inglesi reduci dalle settimane bianche in Valtellina indossavano già le mascherine ed a bordo del velivolo Alitalia il comandante aveva disposto di far sedere i passeggeri distanziati uno per ogni fila. In quel fine settimana era stata approntata la Day Surgery (9 letti) per poter ospitare i primi pazienti sospetti Covid provenienti dal Pronto Soccorso in attesa dell'esito del tampone e dell'eventuale trasferimento al Manzoni in Malattie Infettive, ma vi è stata una saturazione quasi immediata per cui nei giorni successivi tutti i reparti dell'ospedale sono stati rapidamente trasformati in unità Covid, conservando tra non poche difficoltà una minima aliquota di letti per i pazienti che erano già in ospedale perché sottoposti ad intervento chirurgico od affetti da patologie urgenti. Al mio ritorno ai primi di marzo si era già in piena emergenza"    



Resta l'eventualità che il contagio sia avvenuto durante un servizio in reparto o su un mezzo mobile del 118.    

"Nel mio caso i sintomi tipici del Covid 19 sono comparsi mentre ero in servizio nel pomeriggio del 10 marzo proprio mentre si assisteva alla lunga sequela di ambulanze in attesa nel piazzale dell'ospedale così ben descritta nel vostro servizio ripreso anche dal New York Times. Il contagio è avvenuto presumibilmente alcuni giorni prima durante un turno notturno in PS, dove noi chirurghi affiancavamo in quei giorni i medici di PS o durante alcune consulenze a pazienti Covid sempre in PS. In entrambe le circostanze non erano disponibili dispositivi di protezione individuale realmente efficaci quali tute, occhiali a tenuta o visori e maschere con filtro Fp3. Personalmente ero riuscito ad utilizzare alcune maschere Fp2/ Fp3 ed uno schermo facciale che mi erano stati forniti tempo addietro come gadgets durante una esercitazione e che avevo quasi dimenticato di possedere. Un'altra ipotesi verosimile è stato il contagio attraverso altro personale sanitario, soprattutto infermieri ed OSS della Chirurgia che in quei giorni erano alternativamente in servizio nei reparti Covid e nel reparto di Chirurgia dove le disposizioni aziendali erano di non usare altro che la mascherina chirurgica. L'alto numero di contagiati tra il personale del mio reparto, che era considerato non Covid, rende questa ipotesi peraltro molto plausibile".  




Quale procedura ha messo in atto per accertare l'avvenuto contagio?  

Dopo tre giorni, per interessamento del dottor Marinelli del Servizio di Medicina Preventiva del Mandic, ho eseguito Il tampone, che resterà positivo per circa sei settimane, nel frattempo ho sviluppato una polmonite interstiziale bilaterale a lenta risoluzione senza però necessità di ricorrere al ricovero. Il corteo di sintomi e la loro durata meriterebbero da soli una intervista a parte. Posso solo dire che questa esperienza come paziente non ha fatto altro che rendermi ancor più consapevole di cosa è la sofferenza dei malati e di quanta attenzione e rispetto si debba avere per i nostri pazienti. Durante il mio isolamento al domicilio, durato quasi tre mesi, non ho perso i contatti con i colleghi - molti di loro sono stati anch'essi ammalati ed addirittura ricoverati - con amici del Mandic e con molti dei miei pazienti. Le storie da raccontare sarebbero tante: dalla perdita di alcuni anziani parenti e di un caro amico come Sergio Perego a tante vicende personali che hanno messo a dura prova famiglie intere, lasciate senza istruzioni efficaci e senza una rete di protezione territoriale adeguata".    



Eppure già esistevano linee guida messe a punto dopo l'epidemia SARS da parte del Ministero della Salute.    

"Sì certo. Nel 2016, dopo il verificarsi di diverse epidemie di SARS e MERS tra il 2003 ed il 2012, il Ministero della Salute aveva impartito delle linee di indirizzo affinché le sanità regionali si dotassero di piani per affrontare le epidemie, attraverso l'addestramento del personale sanitario, l'acquisto e lo stoccaggio di materiali e presidi indispensabili ad affrontare una grave epidemia. L'insieme di queste pratiche che viene definitivo Biocontenimento [1] non è stata, almeno in Lombardia, di fatto realizzata. L'unica realtà ad avere affrontato questa necessità in passato è stata AREU che ha provveduto a formare il proprio personale ed a dotarsi di DPI efficaci seppur in quantità limitata. Per comprendere quanto eravamo impreparati ad affrontare questa grave evento sanitario, basta scorrere le cifre contenute nel recente intervento sul vostro network, del Professor Alberto Brambilla, dove si leggono i tagli di numeri e finanza relativi agli ospedali pubblici ed in particolare ai posti di Terapia Intensiva. In conclusione credo di poter affermare che nella nostra attività di operatori sanitari non si può essere solo meri esecutori di ordini che arrivano dall'alto, ma bisogna avere anche la capacità di prendere decisioni coraggiose con la probabilità che possano essere vincenti. Se la collega anestesista dell'ospedale di Codogno non avesse "infranto" i protocolli, l'allarme su questa gravissima epidemia sarebbe scattata con ulteriore ritardo e con bilanci in termini di vite e di malati ancor più gravi. Ed in ultimo credo abbiano grande ed inequivocabile  valore e che siano rivolte a tutti, nessuno escluso, le parole pronunciate ieri sera dal Presidente Sergio Mattarella durante la commemorazione tenutasi al Cimitero Monumentale di Bergamo: "ricordare significa riflettere con rigore sugli errori commessi”.





In questi mesi Regione lombardia ha presidiato giornalmente i media con bollettini inizialmente commentati dall'assessore al Welfare, dal Presidente Fontana e poi via via da altri assessori. In questo caleidoscopio di dichiarazioni - a volte anche contraddittorie - ce n'è una che l'ha maggiormente colpita?

"Diciamo diverse, ma una in particolare pronunciata proprio dall'Assessore regionale al Welfare, in cui viene lodata la sanità privata che avrebbe salvato l'intera Lombardia rendendo accessibili al popolo le sue lussuose ed esclusive strutture. Dopo quello che abbiamo visto e passato nelle corsie degli ospedali pubblici una dichiarazione del genere lascia perlomeno sgomenti. Se si può essere ancora sgomenti dopo quanto ci è toccato ascoltare in questi lunghi mesi".

«Nella vita niente deve essere temuto, ma solo capito. È tempo di capire di più, in modo da temere di meno», Marie Curie, 1867-1934, Nobel per la Fisica nel 1903 per la Chimica nel 1911



Note [1] per i dettagli di cosa è l'attività di Biocontenimento visionare il filmato disponibile su YouTube sull'ospedale D. Cotugno di Napoli a cura di SkyNews' marzo-aprile 2020
Claudio Brambilla
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