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Scritto Venerdì 15 maggio 2020 alle 17:59

Ronco: la guerra al Covid dell'imprenditore Dario Romano

Dario Romano
Una vittoria sofferta, un incubo senza fine lungo quasi un mese. In maniera diretta l'imprenditore ronchese Dario Romano ha voluto condividere, attraverso un video su YouTube, la sua difficile battaglia al coronavirus. Una lotta da cui alla fine è uscito vincitore, portando però con sé nella mente il ricordo di immagini drammatiche e probabilmente indelebili. Tutto ha inizio martedì 3 marzo, quando Dario si trova per lavoro a Reggio Emilia, e con le prime già serie avvisaglie, brividi e febbre anche fino a 39. Di segnali di miglioramento, neanche l'ombra nemmeno nei giorni seguenti, quando fa rientro nella sua casa di Ronco. Intanto persistono febbre, tosse e il senso di brividi, così come le telefonate ininterrotte al 112 e ai numeri di emergenza da parte di Dario e della moglie Barbara, che però fruttano solo lunghe attese, senza un più oculato interesse degli operatori all'altro capo del telefono, a fronte di una tosse incessante. Chiedono spesso la quantità di ossigeno nei polmoni, ma Dario non capisce a cosa si riferiscano, solo poi comprenderà che c'è una macchina apposita che dà quell'informazione specifica. Il 7 marzo, dopo quasi un'ora di attesa al telefono, risponde una guardia medica di Bellusco che accetta di visitare Dario, e che gli prescrive un antibiotico e le gocce per la tosse. Ma, tornato a casa, nulla cambia. Il 10 marzo, all'ennesima chiamata al 112, escono a misurargli la quantità di ossigeno nei polmoni: il numero oscilla tra 87 e 88. Lo portano allora di corsa al Pronto Soccorso di Vimercate. E lì inizia davvero l'inferno. Lo portano dentro a un tendone da campo militare, pervaso da un buio immenso. Tra lastre ed esami a cui viene sottoposto, Dario non riesce a comprendere praticamente niente di quello che gli sta succedendo. Un "caos inenarrabile" lo circonda. Gli infilano un casco in polipropilene in testa, mentre si domanda terrorizzato quanto potrà durare tutto questo. E nel frattempo vede altri ricoverati morire intorno a lui, e cadaveri venire portati via. Una vera guerra, spiega Dario. Trascorre due giorni in queste condizioni, fino a che non lo trasferiscono, per proseguire la terapia intensiva, al reparto Tulipano Rosso del nosocomio, normalmente dedicato alla pneumologia, ma che è riservato, come ormai quasi tutto l'ospedale di Vimercate, agli infetti da coronavirus. Lì la dottoressa Bernareggi, "un angelo", gli spiega che ha una polmonite bilaterale, con infiammazione dei polmoni e degli alvei polmonari, e aggravata dal Covid: il virus appesantisce quindi l'infiammazione, e l'unico modo per evitare il peggioramento ulteriore, è stare collegato alla macchina dell'ossigeno. La dottoressa Peluso intanto gli propone una terapia cinese, usata solitamente anche per la cura dell'artrite reumatoide, che Dario accetta. E da qui iniziano fortunatamente i miglioramenti veri per lui. I numeri della saturazione dell'ossigeno cominciano ad attestarsi su indici "normali", così come gli esami del sangue. Complice il netto miglioramento, il 26 marzo Dario viene quindi trasferito al reparto Rosa Gialla per proseguire la convalescenza, e il 31 marzo viene dimesso. È la fine dell'incubo, e nella drammaticità di quei momenti sconfortanti, a differenza di altri, Dario ha comunque potuto mantenere il contatto con Barbara e le figlie, scoprendo le videochiamate. Dedicando alla fine un ringraziamento speciale ai suoi familiari e a tutto il personale medico e infermieristico dell'ospedale di Vimercate che lo ha seguito nel suo "viaggio all'inferno", da cui è risalito, e per avergli ridato la vita. Un racconto emozionante e sofferto, che Dario ha condiviso pubblicamente con la voce ancora provata e non pienamente ristabilita, ma per fortuna, da casa sua.
M.L.
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