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Scritto Lunedì 14 gennaio 2019 alle 18:28

Merate: il '68 spiegato agli studenti da Cominelli, Antoniazzi e Pavan

 Otto classi di quinta superiore impegnate per una settimana ad approfondire il periodo del Sessantotto. Confermata a distanza di un anno la scelta dei docenti del liceo Agnesi di Merate di proporre ai propri studenti un percorso interdisciplinare, propedeutico ai programmi scolastici di più materie in vista degli esami di Stato. Si è partiti lunedì 7 gennaio con la visione commentata dai professori Francesco D'Aloisio e Dario Redaelli del film "Fragole e sangue", ambientato nel mondo universitario statunitense di quegli anni, e si è concluso sabato 12 gennaio con lo spettacolo di Stefano Panzeri, attore della compagnia Ronzinante di Merate. Si tratta di un bis: un anno fa aveva portato all'Agnesi in forma inedita la rappresentazione [clicca QUI]. Nel corso della settimana è stato fornito un inquadramento storico dagli insegnanti D'Aloisio e Claudio Stella, mentre la prof.ssa Elisabetta Parente ha messo in rilievo il rinnovamento delle arti figurative a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta.

Giovanni Cominelli

Momento clou - e che per altro costituisce un elemento di novità rispetto alla precedente edizione - è stata la tavola rotonda che ha avuto luogo nell'aula magna "Borsellino", venerdì 11 gennaio. Sono stati ospitati Giovanni Cominelli, editorialista ed esperto in formazione, Pier Vito Antoniazzi, dirigente cooperativo, e Rita Pavan, sindacalista e segretaria generale CISL Monza Brianza Lecco. Tutti e tre hanno contribuito alla stesura del libro "Che fine ha fatto il '68. Fu vera gloria?", a cura di Cominelli. È stato proprio l'ex consigliere regionale del PCI a esordire alla conferenza. Ha mostrato uno spaccato di ciò che significasse essere militante e dirigente del Movimento studentesco e poi Movimento lavoratori per il socialismo. Ha raccontato il clima di fermento, ma ha evidenziato anche le contraddizioni di quella generazione che voleva il cambiamento, riproponendo però vecchi schemi politici già anacronistici. «Viaggiando nei Paese dell'Est, soprattutto in Cina, con le delegazioni ufficiali mi resi conto che il comunismo non era una buona cosa realizzata male, ma una cattiva cosa realizzata benissimo» ha ammesso Cominelli. Ha poi analizzato: «Noi avevamo un'idea esagerata dell'ipotesi redimibile di un mondo salvabile, purché ci si buttasse dentro nell'avventura». Oggi è su posizioni democratico-liberali. Ha spiegato ai liceali i principî politici che sono a fondamento di una società giusta e equa: separazione dei poteri, pluralismo dei partiti, la rappresentanza, nella quale venga premiato il valore della competenza e del sapere. «Noi proponevamo l'assemblealismo, pensando che fosse un passaggio fondamentale verso la democrazia diretta. Ma era fuffa. In realtà, nelle tante e infinite assemblee non contava l'individuo, contava il leader che convinceva le masse». E alla domanda un po' provocatoria di una ragazza che ha chiesto se il movimento avesse peccato di ingenuità ha però replicato: «Non eravamo ingenui, eravamo generosi. In molti, non solo io, abbiamo buttato via le carriere. Non conoscevamo però abbastanza il mondo, convinti che bastassero un paio di dogmi che erano già superati».  I successivi interventi hanno ricalcato lo stesso schema di punti da approfondire, caratterizzando tuttavia il discorso con la personale esperienza evitando il rischio di ripetersi.

Pier Vito Antoniazzi

Pier Vito Antoniazzi si è soffermato sul senso di responsabilità, nella consapevolezza delle conseguenze delle proprie scelte: dai banchi di scuola con le interrogazioni assicurate dopo ogni giornata di protesta alle decisioni più radicali della vita, avere una famiglia ed essere padre. «Combattevamo il senso di autoritarismo, ma seguivamo delle regole con responsabilità. Era come se avessimo un bastone troppo rigido e storto da raddrizzare» ha spiegato Antoniazzi, da giovane responsabile nazionale degli studenti medi di Avanguardia Operaia. Anche nel suo caso non si è trattato di un percorso immacolato: «L'unico rimorso di coscienza che mi porto è un mio articolo pubblicato su una rivista in cui parlavo di "giusta violenza proletaria". Avevo seguito il vento. Non dirlo, in quel periodo significava essere ritenuti destri, della "brigata lepre". La penna quella volta mi è scappata». Infine il messaggio che ha consegnato ai ragazzi liceali: «Oggi assistiamo a un'enfatizzazione dell'individuo, che può andare bene. Ma se non c'è un Noi oltre che un Io, ho l'impressione che non andremo da nessuna parte».
Rita Pavan ha ricordato i suoi inizi nel mondo della protesta, ritrovandosi quasi per caso con un megafono in mano a una manifestazione contro il malfunzionamento dei caloriferi a scuola quando era in terza media. Poi la partecipazione attiva nella società con la creazione nella sua Quarto Oggiaro di un centro culturale e un gruppo di consumo. Dopo le superiori, dopo sei mesi di prova al lavoro in un'azienda è stata eletta rappresentante sindacale e ha aderito al Movimento dei Lavoratori per il socialismo. Nella veste di sindacalista ha imparato l'arte di mediare. Del Sessantotto salva specialmente l'impegno sociale, la coesione che faceva sentire i giovani parte di un tutto.

Rita Pavan

I tre interlocutori hanno spaziato nelle argomentazioni con citazioni sull'essenza sociale dell'uomo provenienti dall'antica cultura greca fino al sociologo Bauman, da Sant'Agostino al libretto rosso di Mao. In sintesi: profondità di pensiero e ampiezza di vedute. Hanno dimostrato di aver mantenuto salda la radice del proprio agire giovanile, ovvero l'irriducibile desiderio di conoscere, studiare, osservare la politica e analizzare i problemi della società da punti di vista differenti. È forse questo il maggiore stimolo che si sono portati a casa gli studenti. Nessuno scontro con le nuove generazioni. Il monito principale è stato invece rivolto a chi oggi risiede ai vertici di comando della società. Ha sintetizzato Cominelli: «Quello che mi preoccupa veramente è la dismissione di responsabilità degli adulti». Se quel modello di gioventù sessantottina non si può immaginare possa riproporsi oggi, anche per i diversi fattori esterni, ancora si può tendere a quel traguardo di maturità adulta evocata l'altra mattinata dai conferenzieri.
M.P.
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