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Scritto Mercoledì 13 giugno 2018 alle 18:50

Montevecchia: la storia della Missione nei racconti di Padre Cesare e Padre Emanuele

Si conclude stasera alle 20.30 il triduo della Beata Vergine della Consolata presso la chiesetta del Passone a Montevecchia. Le messe programmate in questi tre giorni, in attesa della festa della Consolata di Bevera, vengono celebrate dai padri missionari. Oggi sarà padre Cesare Molteni a predicare la parola del Vangelo. Per cinquantun anni ha vissuto in Kenya, dal 1966, tre anni dopo l'indipendenza. È tornato in Italia nell'aprile del 2017. «Ci sarei rimasto ancora, ma i medici mi hanno costretto a rientrare per curare delle malattie» ha commentato padre Cesare, che al Passone ha studiato quando era solo un ragazzino. «Sono arrivato qui nell'agosto del '49 quando ancora non avevo compiuto dieci anni. Io sono di Garbagnate Monastero e una volta venne padre Pietro Casiraghi nella nostra parrocchia a celebrare la messa. Era il superiore dei padri della Consolata a Montevecchia. Qui ho frequentato le scuole medie, poi per il ginnasio e il liceo sono andato a Varallo». È stato ordinato nel 1964 e, due anni dopo, la partenza per il Kenya. Il punto di approdo è stato un agglomerato a 100 km a nord di Nairobi, uno dei primi luoghi dove i padri della Consolata arrivarono nel 1902. Ciò che oggi rimpiange di più di quei posti è il senso di ospitalità della popolazione. «Capitava spesso che ti incontravano per strada e ti invitavano a casa loro anche se non avevano quasi nulla da offrire» ha ricordato padre Cesare Molteni. In mezzo secolo in Kenya ha assistito a molti cambiamenti in quelle terre e ha imparato il kikuyu, uno dei dialetti maggiormente parlati. «Ho notato dei grandi cambiamenti, sul piano civile, istituzionale e della Chiesa. Prima non c'era quasi nessun cattolico. Ora ci sono oltre 40 parrocchie, con circa 100 preti in quella diocesi. Il 51% delle persone è battezzato secondo il rito cattolico. Significa un milione di persone».

Padre Cesare Molteni e Padre Emanuele Maggioni


Padre Cesare Molteni ha condiviso il percorso verso l'ordinazione insieme a tanti altri giovani. Tra gli altri, c'era anche padre Emanuele Maggioni, di Cernusco Lombardone. «All'epoca eravamo piccoli, non mi è apparsa alcuna visione. C'era in me però l'intuizione di aiutare i bambini africani, l'ideale di aiutare i più piccoli. È stato poi un percorso graduale. Qui a Montevecchia c'era già una struttura per l'avviamento alla vita religiosa. Veniva chiamato il "piccolo seminario". Il vero momento in cui abbiamo dovuto riflettere a lungo è stato il noviziato, quando bisognava decidere se essere preti o missionari» ha spiegato padre Emanuele, che ha celebrato la messa nella chiesetta del Passone lunedì sera. Lui ha scelto la seconda strada e nel 1966 è partito per il Mozambico. Nel 1972 è stato superiore a Bevera. Poi nel 1977 è ripartito per l'Africa, questa volta in Congo per dieci anni. «Ci sono tante Afriche. Quando sono arrivato, il Mozambico era sotto il colonialismo portoghese. Lo Zaire era sotto la dittatura di Mobutu. Bisognava fare una scelta di campo. Nel primo caso c'era da difendere la libertà di un popolo, nell'altro la democrazia. La Chiesa non poteva che stare dalla parte delle vittime» ha analizzato padre Emanuele Maggioni. All'inizio non è stato semplice far capire alla gente del posto che i missionari voleva cercare di aiutare i deboli, poi ha prevalso la fiducia. «Ci vedevano come dei mercanti europei, come quegli europei che hanno esplorato e rubato dalle loro terre. Non esistono popoli poveri, ma popoli impoveriti. Quello che vedo oggi è che noi europei siamo dei ladri e siamo dei cafoni a non ricordarci le storie di questi popoli».
M.P.
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