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Scritto Mercoledì 16 maggio 2018 alle 11:13

Quaquaraquà

Gentile Direttore,

Don Mariano Arena, inquietante personaggio de Il giorno della civetta di L.Sciascia, ometterebbe le prime quattro definizioni* ed attribuirebbe l'epiteto di "quaquaraquà" ai tre ragazzotti immaturi protagonisti della tele novela post-elettorale, motivando la definizione con l'auto-proclamazione di vittoria da parte di due di questi, e la scelta di collocarsi all'opposizione di un governo che non c'è del terzo.

Il "tele guidato", privo di un pensiero autonomo, starnazza da un argomento all'altro, dichiara, smentisce, ridichiara, rismentisce, attribuisce, ritratta, contraddice, accetta, rifiuta, riaccetta (mi gira la testa!). Purtroppo, nell'attuale contesto sociale non sarebbe possibile vagliare tale comportamento: il Movimento Cinque Stelle ha ottenuto, alle ultime consultazioni (secondo le rilevazioni dell'Istituto Cattaneo), il 44% di voti a sinistra, il 25% a destra e il 30% dei fluttuanti. Sarebbe difficile anche per un politico vero gestire questa macedonia di consensi, quindi Di Maio continua a sciorinare improbabili slogan, attribuendosi il ruolo di "facitore di Storia" e di cambiamenti epocali.

Il fascio-leghista starnazza rumorosamente su argomenti di cui non ha mai approfondito il senso, ma si esprime in modo per non pochi convincente, altrimenti non si spiegherebbe il risultato elettorale stratosferico, oltre che allarmante. Archiviata la camicia verde, si veste (quando va allo stadio) con giubottino blu esibendo il marchio bianco "Pivert" divisa usata dai militanti di Casa Pound: il titolare della ditta produttrice è Polacchi, uno dei capi dei "fascisti del terzo millennio". A causa del suo ego smisurato (simile a quello di Renzi), ha rischiato grosso con padron Silvio, non ha potuto rompere l'alleanza in quanto, come ricordato (segreto di pulcinella) dal giornalista Moncalvo (già direttore del bollettino leghista "La padania"), nel 2000 Bossi stipulò con Berlusconi, di fronte ad un notaio, un accordo che prevedeva il divieto alla Lega (allora Nord) di allearsi con altre forze politiche senza il consenso della controparte, oltre che la cessione del marchio Alberto da Giussano. Un cambio il miliardario si faceva carico di ripianare i debiti contratti dai leghisti e di ritirare le numerose querele per diffamazione nei confronti del "senatur". Di fatto Salvini ostenta sempre sul bavero della giacca uno dei tanti marchi del suo padrone.

Mentre scrivo va in onda l'ennesima quasi-rottura fra questi due qaquaraquà: prevedo che il governo balneare sarà indicato dal Presidente Mattarella, un mostro di pazienza.

Il re dei palmati è indubbiamente il ducetto di Rignano, che dopo aver distrutto quel poco di sinistra che rimaneva nel PD, ha simulato le dimissioni, ha dettato una linea autolesionista e grottesca, ha raso al suolo il buon senso rimasto in alcuni esponenti del partito. Sarà sua la relazione all'assemblea che si terrà a giorni: sicuramente riuscirà ad abbassare i consensi elettorali sino ad ottenere risultati da prefisso telefonico.

Concludo citando un antico proverbio brianzolo che sembra inventato apposta per i nostri personaggi: "quönt la merda la vò sul scögn o la spüzza o la fò dögn". Credo non serva traduzione.

Grazie per l'attenzione.

*[...] Divido in cinque categorie: gli uomini, i mezzi uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo,e i quaquaraquà. (Il giorno della civetta, Leonardo Sciascia).

 

Fulvio Magni
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