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Scritto Domenica 22 aprile 2018 alle 08:20

Verderio: lo scout Emanuele Locatelli racconta l'eroismo e il coraggio delle aquile randagie che sfidarono il fascismo

Le aquile hanno un'apertura alare notevole, molto più ampia di gran parte degli altri uccelli, e per di più hanno una vista acutissima. Oltretutto, prediligono volare tra le montagne. I randagi invece sì, sono stati, per la maggior parte dei casi, bistrattati dal loro gruppo di appartenenza, esclusi, emarginati, dimenticati, ma sono molto più liberi di tanti altri loro simili. Perciò scout come Giulio Cesare Uccellini, Don Andrea Ghetti, Don Giovanni Barbareschi, Mario Isella o Virgilio Isella non potevano che darsi quel nome: le aquile randagie.

Un gruppo di aquile randagie

Ci volevano braccia forti e ''capienti'', infatti, per opporsi al fascio quando tutti erano dalla sua parte e aiutare chi veniva barbaramente maltrattato, o salvare chi presto sarebbe stato ucciso. E poi ci voleva una passione innata per la natura e una profonda conoscenza dei sentieri alpini per far fuggire almeno 2mila perseguitati in Svizzera, così come ci voleva un tocco di incoscienza e irriverenza per sentirsi liberi di combattere il fascismo quando questo ti voleva cancellare dalla faccia della terra, semplicemente perché eri diverso. Tutto questo erano le aquile randagie di Milano e Monza, unico reparto scout italiano rimasto attivo - clandestinamente - durante il ''ventennio fascista''.

Emanuele Locatelli, scout e divulgatore delle vicende legate alla aquile randagie

La loro storia l'ha raccontata all'Arci ''Pintupi'' di Verderio venerdì sera (20 aprile) uno dei suoi più attivi divulgatori, lo scout Emanuele Locatelli, autore negli ultimi 12 anni di decine e decine di incontri in tutta Italia durante i quali ha accompagnato molte aquile randagie che oggi non ci sono più a raccontare a platee di ogni genere, tra cui anche molte scuole, la loro storia. Volevano sopravvivere un giorno in più del fascismo, dicevano allora i capi scout del gruppo, e così hanno fatto.

Qualcuno si è spinto fino ed oltre gli anni 2000, ed è abbastanza significativo che l'ultimo a resistere sia un prete, Don Giovanni Barbareschi, classe 1922, ancora in vita. La storia delle aquile randagie ha infatti molto a che vedere con la fede (come un po' tutta quella del movimento scout internazionale) e in particolare con un sacerdote, Don Giovanni Minzoni, divenuto suo malgrado ''primo martire dello scoutismo'', come ha spiegato Locatelli.

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''Possiamo dire che la storia delle aquile abbia inizio nel 1923 con Don Minzoni - ha proseguito - Era un prete che aveva fatto la prima guerra mondiale, come cappellano di un reggimento di fanteria. Aveva vissuto sulla propria pelle l'esperienza devastante di quell'evento, aveva visto morire tra le braccia tantissimi ragazzi. Per questo tornò da quella guerra con un obbiettivo ben preciso: che niente di simile potesse mai ripetersi. Fu quando incontrò Don Emilio Faggioli, fondatore del gruppo scout 'Bologna I' che si accorse delle potenzialità di questo movimento di giovani cattolici. Perciò nel '23 decise che avrebbe fondato un gruppo nel paese in cui era sacerdote, ad Argenta, in provincia di Ferrara. Organizzò un giorno un incontro pubblico e invitò tutta la cittadinanza, compreso Don Faggioli. Presentò a tutto il paese il nuovo gruppo scout, promettendo che quel metodo sarebbe stato in grado di crescere i ragazzi con assoluta responsabilità e rettitudine. 'Ci pensa già Mussolini' tuonò qualcuno dal pubblico. Don Minzoni cerco di spiegare che lo scoutismo aveva altri valori rispetto a quelli del fascio, dove il più forte vince. Ma le camicie nere non ci vollero sentire. Don Minzoni allora s'alzò e batté i pugni sul tavolo. 'Qui gli scout ci saranno!'. I ragazzi presenti si alzarono per applaudire, così i fascisti furono costretti ad abbandonare il teatro. Pochi giorni dopo Don Minzoni fu assassinato''.

Le evidenti differenze tra le attività di un gruppo di giovani balilla e quelle di un gruppo di scout

E' una storia, quella delle aquile randagie, che nasce da una forte repressione con la quale il fascismo cercava in ogni modo di ostacolare il movimento scout italiano. Di conseguenza, tra i pur tanti oppositori al regime, Mussolini ebbe tra i suoi primi nemici proprio gli scout. Lo ha spiegato Locatelli cercando di spiegare come mai le aquile nere possono considerarsi precursori dei partigiani, così come le loro azioni lo furono della stessa Resistenza.
''Questa opposizione iniziò soltanto nel '43 e si attestò come il più grande movimento di ribellione al fascismo proprio perché la maggioranza della popolazione aveva voltato le spalle al regime - ha commentato il relatore della serata - La popolazione contribuiva come poteva alla causa dei partigiani, e senza questa assistenza non si sarebbe mai potuta verificare la Liberazione. E ciò che rende straordinaria la storia delle aquile randagie è proprio il fatto che la loro Resistenza iniziò nel '28, quando il regime aveva il massimo consenso tra gli italiani''. A questo proposito, Locatelli si è lasciato andare ad un breve inciso all'interno dell'ampio discorso relativo alle gesta delle ''aquile''.

Differenze non troppo evidenti, invece, se si confrontano le divise

''Pensate ad un bambino dell'epoca - ha spiegato - Nel tragitto per andare a scuola non vedeva altro che propaganda fascista. Ogni libro riportava immagini di giovani balilla che facevano il saluto romano o imbracciavano il moschetto. I problemi di aritmetica avevano tutti a che fare con il fascismo. Quando tornavano non potevano far altro che ascoltare radio balilla, oppure andare al cinema per il cinegiornale, che non faceva altro che riportare le gloriose conquiste dell'esercito fascista''. E' chiaro dunque che nel primo periodo Mussolini ottenne un consenso smisurato proprio per questo genere di propaganda. Ed è evidente che utilizzò la stessa risolutezza per sbarazzarsi degli scout. ''Con la morte di Don Minzoni, iniziarono una serie di ritorsioni contro i tanti gruppi scout italiani - ha proseguito Locatelli - Non riuscendo però ad affievolire la passione di queste persone, Mussolini decise di usare la legge, firmando con il re Vittorio Emanuele un decreto di scioglimento di tutti i capi scout. Tutti si chiedono come mai il fascismo odiasse lo scoutismo. Bhe, perché erano due mondi completamente inconciliabili. Basti pensare a qual è il primo articolo della legge scout: ogni scout pone il suo onore nel meritare fiducia. Ognuno di noi deve fare in modo di guadagnarsi la fiducia degli altri. Il fascista, invece, il suo onore lo guadagnava dimostrandosi più forte e dettando legge''. Evidentemente Mussolini non poteva permettersi che i ragazzi non prendessero parte ai gruppi balilla.

Giulio Cesare Uccellini, detto Kelly, e Don Andrea Ghetti

''Ricorrono questa domenica i 90 anni del giorno in cui tutti i gruppi scout dovettero riporre la propria fiamma (o guidone, lo stendardo di ogni gruppo, ndr) - ha continuato Emanuele Locatelli - Era il 22 aprile 1928, il Papa aveva dovuto accettare controvoglia l'ordine di Mussolini, ordinando a sua volta che gli scout si sciogliessero, per conservare quantomeno l'Azione Cattolica. Quella sera nell'arcivescovado gli scout milanesi decretarono ufficialmente la chiusura dei loro gruppi. Tutti meno uno. Era il 'Milano II', che si era invece riunito nella cripta di San Sepolcro, proprio davanti alla casa del fascio. Nacquero qui le aquile nere. Capi-scout come Giulio Cesare Uccellini decisero di opporsi e giurarono che si sarebbero opposti in ogni modo a quell'ordine''. Nacque così il primo ed unico movimento scout clandestino d'Italia, in epoca fascista. La spinta di questo movimento arrivava dal carisma di Uccellino, chiamato Kelly. ''Era l'anima delle aquile randagie - ha spiegato Locatelli - E' colui che in fondo ha salvato tutti gli scout italiani. Aveva lavorato alla Banca d'Italia, quindi avrebbe potuto diventare ricco, farsi una famiglia, una carriera.

E invece no, scelse di dedicare la sua vita per gli scout, perché era quello in cui credeva''
. Locatelli ha raccontato durante la serata il modo in cui le aquile randagie disobbedirono alla legge, un modo persino irriverente alle volte. Ovviamente continuarono ad organizzare i campi scout, raggiungendo comunque una buona adesione. Continuarono a stampare le riviste dedicate, ma fecero molto di più. Kelly non aveva alcun timore dei fascisti, tanto che un giorno, durante una parata militare a Milano, dove arrivarono i reggimenti dei paesi alleati, Uccellini radunò le aquile randagie vestite con l'uniforme e insieme si mischiarono ai militari nella parata. Nessuno si accorse di loro, ha raccontato Locatelli, nemmeno quando Kelly salì sul palco insieme agli ufficiali. Le aquile iniziarono a servire la loro patria nel '43. ''Si misero a disposizione dei perseguitati per farli fuggire attraverso i sentieri che conoscevano, al confine con la Svizzera - ha spiegato Locatelli - Salvarono più di 2mila persone e tra queste c'era anche Indro Montanelli. Ma la straordinarietà di questo gruppo si dimostrò anche una volta finita la guerra, quando si impegnarono per difendere i fascisti che il popolo avrebbe volentieri trucidato nelle piazze, cercando di garantire a questi un processo giusto e dignitoso''.

La carta d’identità falsa di Uccellini, che usava mostrare alle guardie fasciste anche se nella foto appare con il fazzolettone scout al collo

Non volevano far altro che continuare a vivere da scout, per la natura e per la fraternità tra i popoli. Ognuno di loro, in fondo, voleva esprimere se stesso. ''E' proprio questo l'insegnamento che ci hanno lasciato le aquile randagie - ha concluso lo scout ospite del 'Pintupi' - Quello di essere noi stessi, di non lasciarci condizionare dalle mode, o dalle tendenze. Le aquile che ho conosciuto e che ho accompagnato agli incontri lo dicevano sempre al pubblico. 'Il problema non eravamo noi allora, ma siete voi adesso'. Le aquile nere non fanno che insegnarci ad aprire gli occhi, ad osservare veramente il mondo che ci circonda e renderci conto di quel che non va. In questo caso uno dei motti delle aquile calza a pennello. 'Ciò che noi fummo un dì, voi siete adesso. Chi si scorda di noi, scorda se stesso'''.  
Alberto Secci
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