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Scritto Domenica 11 febbraio 2018 alle 08:12

Imbersago: scampò all’eccidio di Boves e alla furia di Tito. Razzano torna alle origini

Ci sono storie di disgrazie e sventure, ma anche vicende a lieto fine conservate e nascoste dalla storia che un libro non potrebbe mai raccontare. Chissà quante di queste sono sepolte a centinaia di metri dalle cavità montuose delle Foibe, quante altre i protagonisti di quei tempi non hanno mai avuto il coraggio di raccontare. ''C'è una sorta di pudore per il quale chi ha visto con i propri occhi quelle situazioni non ne parla, perché è una ferita ancora aperta''. Lo ha raccontato Orazio Razzano, nato a Parenzo, in Istria, nel 1939, e cittadino di Imbersago dal 1988. E' una di quelle persone che saprebbe spiegare a qualsiasi studente che cosa sono state le Foibe, gli eccidi commessi dai soldati di Tito e il grande esodo dall'Istria e dalla Dalmazia meglio di un libro di storia.

L'imbersaghese Orazio Razzano

Vive nel paese del traghetto più o meno da quando, dopo anni di lavoro dirigenziale per alcune industrie italiane, decise di mettersi in proprio e aprire la una attività. Ma anche da quando si innamorò della villa in cui abita, che trovò leggendo un annuncio sul Corriere della Sera. Ad Imbersago ha perciò trovato una casa e in parte un'identità. Due elementi che nella prima fase della sua vita non sentiva di avere. ''I miei vivevano in Sicilia, la mia gestazione incominciò lì - ha raccontato - Mia madre non voleva però farmi nascere in meridione, così risalì tutta Italia con me in grembo e mi fece nascere a Parenzo. Trascorsi comunque i miei primi tre anni di vita in Sicilia. I miei genitori mi portarono in villeggiatura a Boves, dagli zii che erano senza figli. Allora una bocca in meno da sfamare per qualche tempo faceva comodo. Prima che rividi i miei genitori passarono quattro anni. Nel frattempo gli americani sbarcarono in Sicilia e i tedeschi fortificarono la linea Gustav appena sotto il Centro Italia''.
Ogni aneddoto raccontato dal signor Orazio sembra come fosse accaduto ieri. ''Fatico a ricordare che cosa ho mangiato i giorni scorsi, ma questi ricordi sono come impressi nella memoria - ha proseguito - L'8 settembre del 1943 il Re scappò a Brindisi, le forze armate del Regno erano allo sbando. Mio zio scelse così di gettare la sua divisa nelle ortiche e di scappare. Comandava il deposito del Genio, i militari sono i primi a sapere qual è la situazione in periodo di guerra. Fuggimmo in Liguria. Cinque giorni dopo a Boves ci fu uno dei primi eccidi. Morirono un centinaio di persone e centinaia di case furono distrutte''.
Sono i ricordi di un ragazzino di sei anni, allora un po' ignaro, raccontate da un uomo divenuto saggio, che ha avuto a disposizione una vita intera per realizzare e comprendere a fondo quanto vide con i suoi stessi occhi, solo un po' più giovani, negli anni della guerra. ''Entravamo spesso nel rifugio antiaerei, con tutte le paure che c'erano dentro - ha continuato Razzano - Una volta uscimmo e la casa non c'era più. Una bomba l'aveva rasa al suolo. Poi per un certo periodo la memoria si oscura. Poi mi torna in mente un periodo trascorso dai nonni a Mondovì, e insieme altre vicende di rastrellamenti, di noi nascosti nei campi di granturco''. La ricongiunzione con i genitori arrivò soltanto nel '46, dopo lo storico referendum che sancì definitivamente la fine della monarchia. ''Mi ritrovarono che avevo 7 anni, frequentavo la prima elementare a Cuneo - ha spiegato - Conobbi allora i miei fratelli. Per me fu quasi un motivo di imbarazzo, ero cresciuto per tre anni con gli zii che consideravo genitori. Ad ogni modo ci trasferimmo ad Anzio. Vivevo una vita bellissima, però la famiglia si frantumò una seconda volta quando morì mio padre. Mia madre non poteva mantenerci tutti e tre. Perciò andai in un collegio della Marina a Livorno, vi rimasi per sette anni. E' proprio in quell'epoca che dentro di me nacquero diverse passioni, perché sentivo di avere bisogno di una identità. Non avevo alcun riferimento, trovandomi senza i genitori per una seconda volta. Per poco non diventai un campione olimpionico nella staffetta, ma era un'attività che non si conciliava con il mio lavoro. Feci un corso per diventare pilota, allora, ma risultò che avevo un deficit dell'udito, perché in quei tempi ero un forsennato ricercatore dei proiettili che erano finiti sul fondale marino a Livorno. Passavo molto tempo a cercarne, si recuperava qualche soldino, che ad un ragazzo come me allora faceva comodo. Così tirai fuori di nuovo la legge di Ohm, cioè il mio diploma, e continuai a lavorare, cambiando diverse industrie''.
Il fatto di aver vissuto sulla propria pelle, seppure bambino e seppure non esattamente come profugo, o tre i 350mila italiani costretti all'esodo dalle forze titine, fa sì che Orazio Razzano abbia una posizione decisamente convinta e molto chiara di quanto accadde. ''Il negazionismo fu tra le cose più vergognose che avvennero - ha commentato - Fu una cosa veramente oscena. C'era una connivenza tra comunisti e democristiani. Governava un tripartito con De Gasperi per la DC, Nenni per i socialisti e Togliatti per i comunisti. Gli ultimi due erano praticamente dello stesso partito. Il governo non poteva prendere le nostre difese, avrebbero sconfessato i loro compagni jugoslavi. Si diceva che nelle Foibe erano stati uccisi giusto quattro fascisti. Ma invece andò diversamente. In quelle profonde cavità montuose finì soprattutto l'intellighenzia di quelle comunità, preti, insegnanti, imprenditori, e così via. C'erano 350mila persone che si aspettavano che i trattati di pace di Parigi, che furono firmati il 10 febbraio, desse ragione a loro. Ma non fu così. Ci furono grandi esodi, da Pola partivano a bordo di un transatlantico che arrivava a Venezia. Ma il modo in cui venivano accolti questi migranti era terribile. Per tutti erano dei fascisti, mentre chi restava in Istria o Dalmazia era un comunista. E invece chi non partiva voleva presidiare la sua terra, nel caso ci fosse stata la possibilità di un rientro''.
Il 10 febbraio non a caso è il giorno del ricordo dei massacri delle Foibe, ed è per questo che venerdì sera l'Amministrazione comunale di Imbersago ha organizzato con Orazio Razzano un incontro, che si è svolto in sala consigliare, per ascoltare il lungo racconto dell'imbersaghese testimone di quei fatti che cambiarono per sempre la storia di uno dei luoghi più belli d'Italia, almeno un tempo.
A.S.
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