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Scritto Martedì 02 maggio 2017 alle 23:43

Merate: è morto Mario, aveva 60 anni ed era malato di SLA ma sulla sua carrozzina aveva sfidato la sorte zigzagando per le strade della città. ''La morte arriva senza bisogno di chiamarla''

Mario in uno scatto del 2013
"Credo nella Resurrezione. Per me è una ruota che gira: su questa terra il mio giro è stato questo, di là sarà diverso. Non ho paura di morire e nemmeno penso mai di volerlo. Quando arriva la morte, arriva. Non c'è bisogno di chiamarla".

E Mario la morte l'ha attesa vivendo fino all'ultimo, fino a quando le forze glielo hanno permesso, quegli sprazzi di vita che, pur inchiodato nei movimenti su una sedia a rotelle e con un joystick a governarne i movimenti, il destino gli aveva concesso.
Era un fatalista ma di quelli che qualche sfida alla sorte, pur segnata, la lanciava. Non faceva progetti e nemmeno cercava di contrastare quello che era ormai il suo destino, spezzato dalla SLA una malattia che, purtroppo, non è più un vocabolo sconosciuto. Ma se qualcosa poteva strappare a quell'esistenza ben diversa da come aveva sempre vissuto, non ci pensava due volte.
E, infatti, così noi lo avevamo conosciuto, nel giugno del 2012.
Fermo al semaforo di Via Papa Giovanni, direzione Via Turati (meta l'Auchan), Mario "a bordo" della sua carrozzella era al centro della corsia come se stesse guidando un normale veicolo. Davanti a lui un autobus di linea di quelli color arancio, dietro noi al volante, con gli occhi sbarrati nel vedere questo uomo muoversi con disinvoltura nel traffico, rallentare, dare la precedenza ai pedoni (nel passaggio davanti alla palestrina di fronte al Frisia), e poi mettere la freccia di cui era dotato il "mezzo" ed entrare in via Matteotti.
Qui l'avevamo fermato e qui, parcheggiato neanche a volerlo all'interno degli spazi gialli riservati ai disabili, ci aveva raccontato la sua storia.
Ex camionista con nelle braccia la forza di chi per ore era abituato a governare un bisonte della strada, un giorno del 2008 si trova sbattuto giù dall'abitacolo di quella che era un po' la sua seconda casa, sulla quale aveva macinato migliaia e migliaia di chilometri, con l'esito infausto degli esami per i dolori a una mano e la perdita di forze: sclerosi laterale amiotrofica. SLA.
E' l'inizio di una nuova vita.

Mario nel parcheggio dell'Auchan, quando lo
avevamo intervistato nel giugno 2012
Quando approda a Villa dei Cedri, dove il reparto per questi malati è un fiore all'occhiello non solo della struttura ma di tutto il Nord Italia, Mario decide di conquistarsi degli spazi e dei momenti di libertà.
E così, una volta varcato il cancello, pur con tutti gli strali degli operatori chiaramente preoccupati per le sue scorribande per le strade della città, il suo diventava un zigzagare su e giù per il centro e anche oltre, fino a spingersi a Madonna del Bosco.
Pian piano con la sua carrozzella blu, Mario raggiungeva il supermercato di Via Bergamo l'unico, ci aveva raccontato, dove poteva comperarsi qualcosa perchè dotato di porte scorrevoli e scale mobili. In piazza a Merate lo conoscevano in tanti e seppure solo al bar di Maurizio Monzani, che gli posizionava la pedana per consentirgli l'accesso, poteva fermarsi a bere un caffè, si intratteneva per qualche ora anche solo a vedere le vetrine.
Qualche volta dalla RSA sono dovuti andare pure a recuperarlo per un "incidente di percorso", dalla batteria della carrozzella a terra fino alle ruote impantanate in qualche avvallamento del terreno.
Ma Mario era stato chiaro "Non ho paura ad andare in strada. Questo è l'unico modo che ho per vivere" e così aveva fatto fino a quando le forze gliel'hanno consentito.
Pian piano la malattia era progredita, impedendogli di governare il joystick, di tenere eretta la testa, di respirare senza il rischio di soffocare.
Le sue uscite si erano diradate e gli spostamenti si erano limitati agli spazi interni alla grande struttura; spesso stare seduto gli costava fatica e così le giornate le trascorreva a letto, aiutato dai vari strumenti che pian piano si fanno largo nella vita del malato di SLA e lo aiutano in alcune delle sue funzioni, a partire dal respiro.
Poi il suo allettamento è diventato la costante.
Mario, però, parlava con gli occhi. Due piccoli occhi scuri, nel suo viso scavato e sulla pelle abbronzata, che raccontavano di una vita movimentata, mai a riposo, alla ricerca di emozioni, di cose nuove da scoprire, di un attimo di esistenza da intercettare e consumare.
Qualche volta quell'immobilità lo aveva reso nervoso e scontroso, senza alcuna voglia di relazionarsi con i tanti volontari, ospiti e operatori per i quali era diventato un amico.
Ma nelle ultime settimane, racconta chi lo ha visto, i suoi occhi erano tornati quelli di sempre, con quell'espressione "furbetta" e vispa, quasi sapesse che la sua "chiamata" era vicina.
E per lui, probabilmente, ha rappresentato una liberazione e l'inizio di un nuovo giro della ruota.

 


L'ultimo saluto, prima della cremazione, sarà nella struttura che lo ha accolto e assistito in questi cinque anni, con una cerimonia alle 10.30 di mercoledì 3 maggio.

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S.V.
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