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Scritto Lunedì 13 marzo 2017 alle 17:10

Montevecchia: il racconto di Irene e Piero rientrati dal Perù dove si fa esperienza di una vità più semplice e altruista

Sono tornati dal Perù l'ex sindaco Sandro Capra, la moglie Milena e i volontari montevecchini Irene e Piero. Domenica 12 marzo si è svolto, nell'oratorio della comunità, un pranzo seguito dalle quattro testimonianze sulla missione che hanno svolto in Perù per l'Operazione Mato Grosso, l'associazione fondata da padre Ugo De Censi, un salesiano valtellinese, assistente spirituale degli oratori della Lombardia e dell'Emilia.

Piero e Irene


Due genitori di Montevecchia 35enni, Irene e Piero, sono partiti per l'operazione Mato Grosso con le loro due bimbe per sostituire una coppia rientrata in Italia, per la nascita del terzo figlio, che vive a Rapayan da 10 anni e ha aiutato molto la popolazione e aperto una scuola di falegnameria, solo per uomini. Le donne peruviane studiano maglieria con telai per tappeti e tovaglie resistenti utilizzate anche per trasportare legna, "riescono a fare a maglia mentre camminano, parlano, cucinano" ha raccontato Irene.


In Perù sono numerose anche le scuole di intaglio pietra e fusione del vetro . Oltre ai laboratori di indirizzo si insegnano tutte le materie base. Irene e Piero collaborano con l'associazione da circa vent'anni: lei, infermiera, era già stata in Brasile per quattro mesi nel 2004, mentre il marito, che lavora per una cooperativa, in Equador nel 2003. Entrambi hanno dovuto chiedere l'aspettativa per poter partire anche questa volta. Dopo essere rientrati hanno subito ripreso a occuparsi, con i ragazzi delle medie della nostra zona, del volantinaggio per la raccolta viveri a Ornago e Roncello.

VIDEO


Hanno raccontato che "Padre Ugo è andato a Chacas, in Perù, negli anni Settanta e oggi si contano cento comunità OMG in Perù ed altre in Ecuador, Brasile e Bolivia con l'obiettivo di aiutare i poveri. Abbiamo scelto di andare in missione a Rapayan per sei mesi per staccare e vedere realtà diverse. È un piccolo paese a 3.500 metri di quota sulle Ande peruviane distante ore dalla casa parrocchiale principale, il prete va solo una domenica al mese per la messa mentre le altre celebrazioni se le gestiscono tra di loro. Metodo seguito è quello di don Bosco. Vivono in una casa enorme, qui ce la possiamo sognare, sembra di essere in una fattoria, con cani, pecore, tanto spazio per fare attività con ragazzi e bambini. Siamo diventati un appoggio per tutto il paese".


Giunti a Rapayan si sono dovuti occupare di portare avanti la missione, Piero ristrutturando la chiesa e Irene gestendo il doposcuola e il catechismo per i bambini dai 9 a 12 anni. Entrambi hanno organizzato attività in oratorio e tenuto compagnia agli anziani del posto radunandoli per dare loro abiti e cibo. Hanno raccontato di aver anche ristrutturato la casa a un'anziana signora malata che, dopo aver perso l'uso delle gambe a causa della sclerosi multipla, non poteva più accedere alle diverse aree dell'abitazione e le entrava acqua dal soffitto. "E' difficile tornare - ha raccontato in oratorio Irene - Alcuni valori che là si sentono molto qui si stanno perdendo ad esempio la devozione una vita più semplice nell'aiutarsi a vicenda. Gli animali sono fondamentali, usati per trasporto agricoltura, come merce di scambio, i bambini spesso saltano la scuola per portarli al pascolo. Coltivazione principale è la patata il mais e numia (è un fagiolino) non c'è pianura quindi lavoro duro, anche le donne aiutano sia a seminare che raccogliere. La realtà dei bambini è molto più dura: sono molto più soli, non hanno riferimenti famigliari, mi commuove il fatto che non abbiamo nessuno che li accompagna nella vita, i genitori non si chiedono perché vanno male a scuola, anche i prof non sono controllati, si possono ubriacare e saltare le lezioni. Hanno poche opportunità di confrontarsi con culture e valori diversi. Lì fare regali è molto semplice (due penne, un sapone). Il volontariato è importante perché sono semi gettati nel terreno e danno risultati altrimenti gli anziani vengono abbandonati, i bambini restano sotto denutriti e denutriti anche se i genitori non hanno grandi cose da fare ma non perdono tempo con i bimbi".
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All'inizio dell'incontro è stata letta una lettera di Marta Capra, montevecchina che vive a Lima dal 2007 nella Casa Virgen de Guadalupe offrendo ospitalità ai malati che giungono in città per sottoporsi alle cure mediche nelle strutture ospedaliere. In Perù ci sono tre livelli di strutture ospedaliere: quello per gente facoltosa che può permettersi assicurazioni private, quello intermedio per i lavoratori e quello statale attivo solo da qualche anno e che non riesce ad accogliere tutti i malati. C'è molta differenza di cura rispetto a "casa nostra". Il paese in cui hanno vissuto Irene e Gianpiero era a 7 ore dal primo ospedale, raggiungibile solo in gip perché, hanno raccontato, "ci sono i pullman ma tanti non hanno soldi, anche la sanità è da pagare e l'unica ambulanza della municipalità era rotta. Rimaneva a disposizione solo un ambulatorio per il piccolo soccorso. In più c'è ancora la mentalità dello stregone di solito anziano, che si fa pagare con parte raccolto".


I volontari che vivono stabilmente in Perù si danno una mano; il Mato Grosso ha un ospedale con alcuni medici italiani mentre si va a Lima per le questioni importanti. Nella lettera Marta raccontava di due ragazze che hanno aiutato di recente, del bisogno di sostegno da parte degli ascoltatori e dell'inizio del suo nuovo percorso coniugale con un ragazzo con il quale si è sposata alla fine dell'anno scorso.

Milena e Sandro Capra


Anche i genitori di Marta, Milena e Sandro Capra, ex sindaco di Montevecchia, che sono volati in Perù per le nozze della figlia e progettano di tornarci quest'estate hanno raccontato della loro esperienza, di come hanno vissuto il matrimonio e dell'ammirazione che nutrono nei confronti dei volontari di Mato Grosso "tra di loro si vogliono davvero bene e questo dà loro forza" ha raccontato Sandro, dopo aver mostrato le foto dei 460 sacchetti con viveri per famiglie pagati da Montevecchia con la vendita del riso e da Luisa, un'anziana di Sondrio che si è messa a disposizione di padre Ugo e ha dato vita alla parrocchia.
E.C.
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