Scritto Mercoledý 15 maggio 2019 alle 16:39

Paderno: di giorno studia all’università e di notte salva dallo sfruttamento le prostitute. Testimonianza di una padernese: ''Non tutti hanno la fortuna di poter scrivere il loro destino''

Sempre più spesso, delle esperienze di tirocinio e praticantato dedicate a chi ancora il mondo del lavoro lo vede da una certa distanza e ancora deve vedersela con esami e libri, che sia per il diploma oppure per la laurea, più che da un punto di vista economico il guadagno arriva da ciò che si è portati a vivere sulla propria pelle.
E’ il caso di una studentessa di Paderno iscritta alla facoltà di scienze dell’educazione all’Università degli Studi di Bergamo, la quale, rimanendo per ovvie ragioni nell’anonimato, ha raccontato dell’esperienza vissuta nel corso del suo tirocinio universitario per una cooperativa sociale che, tra le altre cose, tenta ogni notte di togliere dalla strada, e dallo sfruttamento, le prostitute della periferia milanese. Un racconto, quello della giovane, iniziato dalle motivazioni che l’hanno spinta a collaborare con  una cooperativa che si occupa di attività di contatto in strada ed accompagnamenti sanitari delle donne vittime di sfruttamento. ''Per scegliere l'associazione dove fare tirocinio ho riflettuto in merito a ciò che più richiama la mia attenzione al giorno d'oggi'' ha raccontato. ''Innanzitutto, sono partita dalla mia curiosità legata alle altre culture: attualmente, a causa dei flussi migratori in continua crescita, viviamo in una società multietnica, dove si incontrano consapevolmente o inconsapevolmente differenti culture e valori. Il mio 'desiderio' era quello di rispondere, nei limiti del possibile, alla necessità di ridurre le barriere sociali e di operare a favore dell'integrazione. Alla mia voglia di lavorare con gli stranieri si affiancava quella di prendere in considerazione un'utenza femminile. Oggigiorno sono ancora troppi i casi di violenze di genere, violenze domestiche e addirittura femminicidi e, ancor prima, troppe sono le donne che, per paura, non denunciano e non testimoniano le umiliazioni che subiscono quotidianamente''.
Spinta dunque dal desiderio di dar voce a queste vittime silenziose, interessata ai soggetti posti ai margini della società, a coloro a cui non viene prestata particolare attenzione e contraria ad ogni sorta di pregiudizio, la studentessa ha deciso di affiancarsi ad una cooperativa sociale che opera alle porte di Milano per svolgere attività di contatto in strada ed accompagnamenti sanitari nei confronti di donne costrette a prostituirsi. Una volta comprese le modalità di intervento dell'associazione e le relazioni che questa stessa stabilisce con i servizi esterni ed il territorio (come le ATS, MTS, ospedali, consultori e Forze dell'Ordine), la studentessa padernese ha potuto toccare con mano una realtà che fino a qualche mese prima, ha spiegato, non pensava potesse essere così intrecciata al nostro vivere quotidiano.
La cooperativa con la quale ha collaborato svolge un ruolo di primo piano a livello nazionale nella gestione di interventi sociali negli ambiti della prostituzione e tratta, realizzando programmi di intervento ed integrazione sociale per persone a rischio di esclusione mediante attività che promuovono autonomia personale e valorizzazione delle risorse.

Il progetto del sodalizio abbraccia, quindi, persone sia maggiorenni che minori, italiani e non, che sono vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale e lavorativo, vittime di violenza e maltrattamenti, oltre ad adulti in condizione di fragilità dovute a disabilità. ''E’ da oltre un decennio che le società occidentali si trovano di fronte al fenomeno della tratta (avente come vittime principalmente donne e minori) gestito da gruppi criminali che guadagnano organizzando attività illegali e sfruttamento delle persone coinvolte'' ha raccontato la studentessa. ''Queste ultime vengono gestite da clan criminali, i quali le costringono in condizioni di dipendenza fisica e psicologica, senza tutele, isolate dal contesto sociale, ed in una quotidianità degradata sotto il profilo abitativo, relazionale e culturale: chi le controlla vuole mantenerle nell'emarginazione, rendendo difficoltosa la scelta di inserirsi ed integrarsi nella società''. Nonostante la diffusione del fenomeno, stando a quanto riportato, molte vittime sono spinte dalla volontà di riscatto e intraprendono percorsi volti all'autonomia e, spesso, le vittime denunciano i loro aguzzini, rendendo possibile la lotta contro la tratta e contro lo sfruttamento.
Ciò evidenzia l'importanza delle attività di contatto svolte dalla cooperativa, che sono la premessa per l'avvio di programmi di integrazione sociale mediante l’attività di contatto in strada con chi si prostituisce, fornendo informazioni sanitarie, costruendo relazioni significative con le ragazze e promuovendo percorsi di autonomia, l’attività di contatto telefonico e in appartamento con chi si prostituisce, finalizzata alla tutela sanitaria ed alla costruzione di relazioni significative, l’attività di Pronta accoglienza, per tutelare e proteggere le vittime, l’attività di presa in carico ed integrazione territoriale, per promuovere l'integrazione sociale e lavorativa delle persone inserite in percorsi di protezione sociale, l’attività di orientamento e consulenza attraverso il Numero Verde Nazionale contro la tratta e l’attività di Comunicazione e Formazione, per informare e sensibilizzare il territorio in merito al fenomeno e formare volontari ed operatori.
''Nonostante l'attività di contatto in strada abbia caratteristiche positive, l'intervento di bassa soglia presenta diverse difficoltà'' ha proseguito. ''Tra queste, la stigma comune dovuta alla consapevolezza delle ragazze di fare le prostitute. Gli operatori devono essere consapevoli di ciò che stanno facendo, i costi emotivi, le motivazioni troppo personali dell'operatrice o del volontario, l’invisibilità dell'intervento, poiché questo tipo di attività non è tangibile dall'esterno. Per tale ragione, una delle principali risorse è quella di concedere, alle ragazze prostitute, una continuità di interventi. Solo così si può creare, a piccoli passi, una relazione duratura e solida, una relazione di fiducia. Inoltre, un'ulteriore risorsa è l'ampiezza della rete sulla quale opera l'associazione: essendo un territorio molto vasto, è possibile agganciare un numero sempre più elevato di ragazze. Nonostante questi due fattori, è necessaria la presenza di un mediatore, per far comprendere alla ragazza la possibilità e la necessità di collaborare: bisogna tener presente che le ragazze contattate diffidano di chiunque, hanno paura di essere discriminate, hanno paura nel dare i propri dati personali o di dichiarare che hanno un partner. Bisogna tener conto altresì del fatto che i soggetti contattati sono donne straniere, talvolta mamme, che hanno un'altra cultura, parlano un'altra lingua e questo fa sì che leggano il mondo in maniera diversa rispetto alla nostra''. In strada si incontrano soprattutto ragazze nigeriane, ha spiegato, ragazze rumene e albanesi. I contatti con loro consistono in una semplice chiacchierata, come potrebbe essere quella tra due amiche in un bar che parlano del più e del meno. E’ però sempre bene mantenere altra l’attenzione nei confronti della comunicazione non verbale.
''Ho incontrato ragazze molto chiuse, che faticano a parlare di sé, della propria vita e delle proprie emozioni e che, talvolta, ci hanno cacciato'' ha spiegato la volontaria padernese. ''Questo atteggiamento è tipico delle albanesi che ci mettono mesi a confessare che hanno un ragazzo o a parlare della propria vita in termini più personali. Nonostante ciò, ci sono anche ragazze più aperte: è il caso delle rom, che non si fanno scrupoli a raccontare la propria vita a partire dall'età, dalla loro famiglia, dal loro ragazzo, dove abitano, arrivando anche a trattare delle varie vicende che vivono durante la giornata o durante la settimana e delle cose più 'intime'. Ascoltando alcune di loro ho capito che, sebbene alcuni affermino che ognuno scrive il proprio destino, ciò non è vero. Ci sono delle avversità e degli ostacoli che, in situazioni di fragilità e senza un adeguato supporto, una persona non è in grado di affrontare''. Dopo mesi di esperienza, la giovane ha avuto la consapevolezza che il principale aiuto fornito alle prostitute non è stato quello di farle uscire dal circuito di sfruttamento nel quale vivono, bensì dare loro importanza a livello umano che può senz’altro venir meno in ragazze abituate ad approcciarsi a qualsiasi figura che le cerca per ricevere qualcosa in cambio: i clienti chiedono loro prestazioni sessuali e gli sfruttatori pretendono da loro denaro.
''È destabilizzante, per loro, che qualcuno, in questo caso io e la mia operatrice, possa guardarle come se non fossero un oggetto da consumare, o che faccia domande semplicemente per un puro interesse personale'' ha concluso. ''In sostanza, per le ragazze è strano essere considerate come persone anziché come oggetti ma la strada non toglie proprio tutto, non priva completamente di tutte quelle sensazioni e di quelle caratteristiche che ci rendono umani''.
Ester Cattaneo
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